Il sapore della ciliegia

Ta’m-e gīlās– Iran-  1997-di Abbas Kiarostami-drammatico- 95′-

scritto da Stefano Lorusso (Fonte immagine:MyMovies)

Non si conosce il motivo della sua disperazione, ma un uomo, il signor Badii (Homayon Ershadi), vaga con la sua auto per la periferia di Teheran in cerca di aiuto: medita infatti il suicidio, ha scavato la propria fossa e desidera che qualcuno venga il mattino seguente a ricoprirne il corpo con della terra, nel caso che abbia attuato il proposito. Offre perciò del denaro a tre sconosciuti. Il primo, un ragazzo di leva (Afshin Khorshid Bakhtiari), spaventato dalla proposta, fugge. Il secondo, un seminarista (Mir Hossein Noori), rifiuta di collaborare a quello che per la sua religione è un gesto sacrilego. Soltanto l’ultimo accetta. È un anziano impiegato del museo di scienze naturali, il signor Bagheri (Abdolrahman Bagheri). Ma ha una storia da raccontare a Badii…

Mai quanto negli ultimi tempi i mass media italiani (e la televisione in particolare) hanno abusato di una locuzione peculiare della lingua italiana: il senso della vita. Volendo essere estremamente sintetici (e anche parecchio approssimativi!) possiamo affermare che per Kiarostami il senso della vita è racchiuso nel…sapore della ciliegia. Prima di addentrarci nell’analisi del film è opportuno spendere due parole per conoscerne l’autore. Abbas Kiarostami è quello che si definirebbe un intellettuale a 360 gradi: nasce come fotografo, utilizza da 30 anni con grande originalità il mezzo cinematografico, scrive poesie, ama con passione la sua terra (quell’Iran ancora oppresso da una teocrazia asfissiante). Il film, vincitore della palma d’oro a Cannes (pare che il giurato Nanni Moretti, grande ammiratore di Kiarostami, abbia svolto un ruolo determinante nell’assegnazione del premio), sceglie di affrontare un tema difficile e controverso come il suicidio.

All’inizio del film ne conosciamo il protagonista: un uomo sulla quarantina, apparentemente benestante, che guida la sua auto in cerca di qualcuno o di qualcosa, attraversando la periferia di Teheran. Solo dopo un certo lasso di tempo, apprendiamo che egli sta in qualche modo “organizzando la sua morte” e cerca qualcuno disposto a seppellirlo una volta che per lui sarà finita davvero.Solo adesso si entra nel cuore del film e ci si inizia ad inoltrare nello scabroso sentiero tracciato dal regista: egli ci conduce alla scoperta delle reazioni degli “altri” difronte alla negazione della vita. Sono tre i personaggi che interagiranno con il protagonista e che si comporteranno in modo diverso dinanzi alle sue insolite richieste. La paura assalirà un giovane soldato, il desiderio di dissuadere da quel gesto in nome di Dio animerà un religioso, la vera saggezza sarà incarnata da un anziano signore, il quale ha tentato in giovinezza di togliersi la vita me è stato salvato dalla dolcezza un albero di gelso.

E’ proprio quest’ultimo personaggio ad alludere al “sapore della ciligia”, alla luna nel cielo, al mutare delle stagioni, nel disperato tentativo di infondere un po’ di speranza nell’animo del protagonista. Il film si conclude con un finale aperto e con un richiamo alla “realtà della finzione” attraverso un magnifico pezzo di cinema nel cinema (stilema molto caro a Kiarostami). Da un punto di vista stilistico il cinema di Kiarostami è stato più volte accostato ai neorealisti per la sua essenzialità e per la sua purezza cristallina. Il sapore della ciliegia non fa eccezione: la semplicità e la “idea di reale” (eccetto che negli ultimi 3 minuti il film non ha alcuna colonna sonora musicale) si sposa, tuttavia, ad una grande padronanza delle tecniche cinematografiche.

Tipico esempio di “slow movie”, nel Sapore della ciliegia ricorrono campi lunghissimi, piani sequenza interminabili, splendidi giochi di luce e di fotografia, numerosi fotogrammi a lungo statici e immagini simmetriche costruite per “incorniciare” i protagonisti. Quello che emerge da questa magnifica pellicola è senz’altro un fervido amore per il cinema, per l’arte e per la vita in generale.

Voto: 9

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