Il diritto di uccidere

il diritto di uccidereIn a Lonely Place – USA 1950 – di Nicholas Ray – noir – 94′Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

Dixon Steele è uno sceneggiatore cinematografico caduto in disgrazia. Creativo e brillante ma soggetto a scatti d’ira violenti, è alla continua ricerca di storie interessanti da adattare per lo schermo. Accusato ingiustamente dell’omicidio di una guardarobiera, nel corso delle indagini svolte dalla polizia, Dixon conosce Laurel, una nuova e avvenente vicina di casa che testimonia in suo favore. Tra i due nasce una storia d’amore, ma nella donna si insinua un dubbio quando viene a conoscenza di alcuni suoi pre- cedenti…

Per quei pochi che non lo sapessero, Nicholas Ray è il regista di Gioventù bruciata, quel capolavoro con James Dean che già da solo basterebbe a conferirgli un posticino nella storia del cinema. Ma Ray ha saputo fare molto altro, e forse, anche se con minore enfasi pubblicitaria, molto meglio. Il diritto di uccidere è una di quelle opere notevoli che pur avendo avuto uno scarso successo ai botteghini sono uscite fuori col tempo, e tutt’oggi mantengono un fascino indiscreto per borghesi e non, ammaliando grazie a due protagonisti di primo piano come Humphrey Bogart e Gloria Grahame. Garbata e posata la seconda, protagonista assoluto il primo: personaggio eclettico in grado di passare dalle compassate pose che hanno reso famoso l’investigatore a furibondi scatti d’ira al limite della schizofrenia, secondo un temperamento che nel film alcuni identificano come tipico di un delinquente, altri di un artista un po’ estroso.

In realtà questi continui cambi di umore affondano le origini nei postumi della seconda guerra mondiale, nella quale Dixon Steele (tale il personaggio di Bogart) ha combattuto ben tre anni. Impossibile pensare di risalire a galla senza un po’ d’acqua malsana nei polmoni… La conseguenza è un personaggio dalle tendenze autodistruttive (come lo sarà in futuro il Dean “bruciato”) e incapace di mantenere un equilibrio stabile con le persone che lo circondano. Ray intreccia questo nascosto sottotesto social-polemico in una trama che intreccia elementi di poliziesco, noir e melodramma amoroso, creando sapienti momenti di tensione narrativa in cui perfino lo spettatore inizia a so- spettare seriamente di non avere tutti gli elementi necessari per fidarsi completamente di un personaggio che lascia aperti molti dubbi. Grande suspence psicologica insomma (per molti versi hitchcokiana), che si lega ad una serie di polemiche contro il mondo hollywoodiano (reo di dimenticare e abbandonare le proprie vecchie star) e ad una più che discreta sceneggiatura, in grado di regalare ora dialoghi e battute scoppiettanti come neanche i primi film in sonoro di Frank Capra, ora commiserazioni amorose amare e languide, non banali e neanche eccessive visto l’evolversi della storia. Frasi come “nacqui quando mi baciò, morii quando mi lasciò, vissi finchè il suo amore ebbe vita”, tanto per rendere l’idea…

In definitiva un’opera che segna una sconfitta generale di tutti i personaggi coinvolti (nessuno risparmiato), secondo un’impostazione abbastanza tipica dei noir anni ’40, privi di happy hending e per questo in grado di scatenare i lacrimoni sulla miseria di un uomo rimasto solo e abbandonato.

Voto: 8

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