Holy Motors

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Holy Motors – Francia/Germania 2012 – di Leos Carax

Drammatico/Fantasy – 115′

Scritto da Emanuele Mochi (fonte immagine comingsoon.it)

Il film racconta 24 ore della vita (o delle vite) di monsieur Oscàr (Denis Lavant), che gira per Parigi a bordo della sua limousine, accompagnato solo dalla segretaria-autista Céline (Edith Scob), attraverso i dieci appuntamenti di lavoro della giornata. Ma il lavoro di Oscar si rivela essere quello di vivere dieci vite differenti…

Innanzitutto, Holy Motors è il vincitore “morale” del Festival di Cannes 2012. Per acclamazione. Tutta la critica (ma anche il pubblico) più “illuminata” di ogni angolo del mondo (e soprattutto, va rimarcato, quella degli Stati Uniti) l’ha applaudito ed elogiato, e di certo questo è l’unico tra i film del Festival che veramente riesce a sorprendere dall’inizio alla fine, a mostrare qualcosa di veramente nuovo e inedito, qualcosa che ti fa dire: “valeva la pena venire a Cannes e fare tutta quella fila sotto il sole”.

Vediamo allora di capire cos’è questo “qualcosa”, o quantomeno proviamoci.

Cominciamo con una nota di struttura. Il film è nettamente diviso in tre parti: un breve prologo, una lunga parte centrale, e un breve epilogo.

Andiamo con ordine e partiamo dal prologo. La prima inquadratura è già assolutamente sorprendente: noi spettatori che guardiamo lo schermo ci troviamo improvvisamente davanti… noi stessi. O meglio, dei simulacri di noi stessi. Nello schermo è infatti apparsa una sala cinematografica buia e gremita di spettatori, spettatori che però hanno gli occhi chiusi e siedono rigidi e immobili come statue sulle loro poltrone. Quello che stanno (non) guardando è uno dei primi esempi di “cinema” nella storia (o meglio pre-cinema): sono delle immagini di corpi in movimento riprese dal fisiologo francese Etienne-Jules Marey alla fine dell’Ottocento.

A questo punto ci spostiamo all’interno di una camera da letto, dove un uomo si sta svegliando. E quanti film abbiamo visto iniziare in questo modo? Il punto è che “il sognatore” altri non è che Leos Carax, il regista stesso. L’uomo si alza lentamente e si avvicina al muro, e ci rendiamo conto che quella che sembrava una parete solidissima (che significativamente è ricoperta da una carta da parati che mostra un’oscura selva fitta di alberi) è in realtà fatta di cartone. Il personaggio si crea un’apertura senza difficoltà, passa attraverso questa (quarta?) parete e si ritrova… nel cinema degli spettatori immobili che avevamo visto prima.

A questo proposito, Carax sostiene di aver trovato l’idea in un racconto di Hoffman e cita una frase di Kafka, che il regista considera il “preambolo a ogni gesto creativo” (e dunque appropriato al prologo di un film): “Nel mio appartamento c’è una porta che fino ad ora non avevo mai notato”.

Già dal prologo, dunque, è dichiarato l’intento assolutamente meta-cinematografico, autoreferenziale di questo film: il cinema (e addirittura il suo artefice in persona) sta parlando di sè stesso.

La parte centrale comincia con un uomo d’affari di mezza età che esce dalla sua bella villa e saluta i figli prima di andare al lavoro. Di nuovo: quanti film abbiamo visto cominciare così?

L’uomo entra in una limousine, dove l’autista-segretaria Céline (Edith Scob) gli ricorda che nelle 24 ore seguenti avrà nove appuntamenti: l’uomo (il cui nome, ora lo sappiamo, è Oscar, che guarda caso è anche il vero nome del regista…) accoglie la notizia con un’aria stanca, lasciandoci intuire che quella è la sua routine quotidiana da chissà quanto tempo.

La limousine si snoda tra le strade di Parigi, poi si ferma nei pressi di un ponte sulla Senna. Dalla porta posteriore, tuttavia, non esce l’uomo d’affari che poco prima c’era salito, bensì un’anziana mendicante dai capelli grigi e lunghi, del tutto simile a una specie di Befana.

Dopo un attimo di sconcerto, cominciamo a capire qual è il lavoro del signor Oscar: assumere di volta in volta sembianze diverse a ogni “appuntamento”. Il perché? Non lo sapremo mai. Chi è veramente? Nemmeno.

Per tutta la parte centrale della pellicola assistiamo dunque sbalorditi all’incredibile, caleidoscopico (ma venato di folle ironia) districarsi tra dieci personaggi completamente diversi del camaleontico Denis Lavant, attore feticcio di Leos Carax, già presente in quasi tutti i suoi film precedenti.

E così, Oscar-mendicante diventa Oscar-attore di motion capture, a cui vengono applicati sensori sul corpo e che ha il compito di interpretare un drago virtuale in 3D, compresa una scena di sesso mimata con una donna, sempre in motion capture: questa meravigliosa sequenza varrebbe da sola il prezzo del biglietto.

Quello che prima era attore di motion capture, nell’appuntamento successivo, diventa una sorta di mostruoso vagabondo di nome monsieur Merde (autocitazione di Leos Carax: questo personaggio era già comparso nel film ad episodi Tokyo) che rapisce e porta con sé nelle fogne una modella, interpretata dalla bellissima Eva Mendes. Questa sequenza da sola varrebbe almeno altri tre o quattro biglietti e un Oscar come miglior attore a Denis Lavant: lo vediamo camminare come uno scimmione, ingurgitare fiori e capelli, staccare un dito a morsi, caricarsi la donna sulle spalle, poi strapparle il vestito per farle un burqua e infine denudarsi e addormentarsi sulle gambe di lei con il pene in erezione. Quanta gioiosa ironia, fantasia, profondità: finalmente qualcosa di completamente fuori dagli sche(r)mi!

Qual è il lavoro di Oscar? L’abbiamo detto, non si sa. Quello che è sicuro, però, è che Oscar è un attore, e un attore molto impegnato, per giunta (dieci ruoli diversi al giorno)! Come si può capire, è un altro riferimento metalinguistico al cinema. Ma dove sono le telecamere? Probabilmente ovunque, come ci lascia intuire la breve inquietante apparizione di Michel Piccoli nel ruolo di una sorta di oscuro demiurgo di questo mondo trasformato in set cinematografico.

Ma, parlando di meta-cinema, c’è un’altra cosa da dire: ogni personaggio interpretato da mr. Oscar fa riferimento a un diverso genere cinematografico, dal grottesco (mr. Merde) al film musicale (c’è una splendida scena in cui Oscar suona la fisarmonica dentro una cattedrale), al film intimista-generazionale (Oscar interpreta un padre in conflitto con la figlia), all’actionmovie all’americana (Oscar è un killer), al dramma familiare (Oscar è un vecchio zio consolato dalla nipote in punto di morte), al musical (Oscar incontra un amore del passato e i due cominciano a ballare e cantare).

Una pluralità di generi cinematografici dunque, ma tutti rivisitati sotto la luce distorta della folle ironia di Leos Carax.

Quello che resta costante in tutte le vari(opint)e trasformazioni del signor Oscar è il gusto per lo slapstick, per il movimento fisico in ogni sua forma, che il corpo di Denis Lavant incarna perfettamente, come lo stesso Carax rimarca, sottolineando la somiglianza del corpo in movimento dell’attore a quello degli atleti cronofotografati da Marey. Abbiamo dunque un collegamento col prologo: quello che la platea immobile stava osservando è il corrispettivo di quello che stiamo osservando noi seguendo le gesta di mr. Oscar. Nella sua lettera d’amore alla settima arte, Carax vuole esaltare quella che fin dalle sue origini è sempre stata la componente fondamentale del cinema: il piacere dell’osservazione del movimento fisico.

E infatti, come dicevamo, questo film è piaciuto molto alla critica americana, e una casa di distribuzione hollywoodiana si è assicurata i diritti per portare il film oltreoceano. Questo suo gusto per lo slapstick lo rende infatti un’opera assolutamente atipica per il cinema d’autore europeo (da sempre più portato alla riflessione, e meno all’azione), ma più vicina alla sensibilità degli americani, nonostante il budget esiguo (siamo intorno ai 4 milioni di euro).

Questo film, comunque, non è soltanto un gioco metacinematografico. Prima dei titoli di testa, Carax inserisce una citazione di Borges: è un bizzarro dialogo tra Dio e Shakespeare, in cui il commediografo inglese, lui che in vita aveva incarnato così tante persone diverse, esprime il desiderio di voler essere sè stesso, almeno dopo la morte. Ma Dio non può esaudire alla sua richiesta, poiché anche lui, come Shakespeare, è tutti e nessuno.

Dunque Holy Motors parla innanzitutto del problema dell’identità, è un film che pone la domanda delle domande: chi siamo noi? E dove andiamo? Come in un’opera di Pirandello, questo film parla delle maschere che ognuno di noi si mette nel corso delle 24 ore di ogni giornata: tutti noi, come mr. Oscar, recitiamo delle parti, siamo “uno, nessuno e centomila”.

Siamo arrivarti alla fine. Che cosa c’è nell’epilogo? Non lo sveliamo, non vogliamo rovinarvi la sorpresa di un bellissimo finale. Diciamo solo che si pone nuovamente l’attenzione su quello che è un po’ il tema portante del film, quei “motori” di cui parla il titolo: le macchine, appunto, e in particolare le limousine. Dice Leos Carax: “Per Holy Motors, una delle immagini che avevo in mente era di queste lunghe limousine che sono apparse in questi ultimi anni. Le trovo completamente intonate ai nostri tempi, sfarzose e allo stesso tempo volgari. Dall’esterno sembrano belle, ma all’interno danno la stessa sensazione di tristezza di un albergo a ore. Sono superate, come i marchingegni futuristi del passato. Penso che segnino la fine di un’era, quella delle macchine grandi, vistose”.

Dunque, le limousine come segno di un mondo in disfacimento, ma anche come metafora del “motore umano”, del corpo, del movimento fisico. Continua Carax: “Holy Motors è anche una sorta di film di fantascienza, in cui uomini, bestie e macchine sono sul punto di estinguersi, “motori sacri” (appunto, “holy motors”) uniti da un destino comune e solidali tra loro, schiavi di un mondo sempre più virtuale. Un mondo da cui le macchine visibili, le esperienze reali e le azioni stanno gradualmente scomparendo”.

Per concludere, verso la fine del film il regista ha inserito nella colonna sonora una canzone del cantautore francese Gerard Manset che getta una luce malinconica su tutta la pellicola. Si intitola “Revivre” e recita: “Noi vorremmo rivivere, che significa vivere ancora la stessa cosa, il tempo del riposo non è ancora venuto”. Si tratta della vita di mr. Oscar e di quella di tutti noi: è la condizione umana, nel suo incessante, meccanico perpetuarsi sempre uguale. Come dei motori, appunto, dei “motori sacri”.

Voto: 9

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