Skyfall

skyfallGB/USA 2012 – di Sam Mendes – spionaggio/azione – 143′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

In principio era lo scozzese travolto dall’insolito riemergere della bellissima sirena Ursula Andress in un azzurro mare caraibico. Licenza di uccidere con il giovane e poco conosciuto Sean Connery uscì nel 1962: il film diretto da Terence Young e prodotto da Harry Saltzman e Albert R. Broccoli fu subito un successo. Per le opere del romanziere-per-noia Ian Fleming iniziò una liason cinematografica arrivata nel 2012 al suo 23esimo episodio in cinquant’anni.

Connery girò sei Bond (più uno dei tre film apocrifi, non prodotti dalla famiglia Broccoli), con solo una pausa dove l’agente della regina venne interpretato dal trascurabile George Lazenby con il suo capello di brillantina-scolpito. Gli anni ’70-’80 furono quelli del belloccio Roger Moore, lo 007 più longevo con ben sette film, e poi dello sguardo triste del sottovalutato Timothy Dalton. Gli anni ’90 videro sullo schermo l’affascinante Pierce Brosnan e il suo sorriso piacione per cui il mondo non era mai abbastanza. Nel 2006, dopo una pausa di riflessione di quattro anni, le note del tema composto da Monty Norman tornarono  a risuonare in una sala cinematografica, ma qualcosa era cambiato: la scelta di Daniel Craig, inglese dai lineamenti algidi da-spia-russa, fu un’epifania assoluta, tanto fuori canone quanto fottutamente perfetto per incarnare il James Bond problematico-quindi-più-umano del nuovo millennio. Tanto potente da resistere agli eccessi soporiferi di Quantum of Solace diretto dallo svizzero Marc Forster con una verve registica che fa tornare alla memoria la battuta di Orson Welles ne Il terzo uomo – In Italy, for thirty years under the Borgias, they had warfare, terror, murder and bloodshed – they produced Michelangelo, Leonardo Da Vinci and the Renaissance. In Switzerland, they had brotherly love and five hundred years of democracy and peace, and what did they produce? The cuckoo clock – e al rischio fallimento della MGM che nel 2010 aveva sospeso a tempo indeterminato la produzione del 23esimo Bond.

Inizio in puro old-style. Un’inseguimento adrenalinico in quel di Istanbul per recuperare il drive con i nomi di tutti gli agenti segreti infiltrati nelle principali organizzazioni criminali: allegramente in Defender tra mercati di quartiere e strade trafficate, in moto sui tetti del Gran Bazar, il salto su un treno in corsa, giusto il tempo di sistemarsi il vestito, poi un bersaglio non pulito, la concitazione del momento e un ordine di M., il fuoco amico che impone all’agente doppio zero un salto nel vuoto e una morte da godersi tra donne e alcool. La classica sequenza gunbarrel precede l’apertura su una Londra rassegnata e crepuscolare nell’anima dove l’MI6, privato del suo uomo migliore, è vulnerabile agli attacchi di chi sa come arrivare indisturbato al cuore del suo quartier generale e alle accuse di chi sta valutando l’operato dei servizi segreti. Non è più il tempo di guerra fredda, terroristi internazionali o grosse organizzazioni criminali; questa volta la minaccia è più circoscritta, più sadica, una biond-ossigenata serpe in seno tanto invisibile quanto letale. Come la Gotham City di Nolan minacciata dal Joker, un (non)uomo solo che trascina a fondo un’intera città impotente con la sua follia borderline e il coraggio di chi non ha niente da perdere o forse soltanto non ha nessuna paura che possa succedere. La speranza è soltanto in una vecchia fenice con uno spirito simil-filiale che rinasce acciaccato dalle proprie ceneri.

Skyfall è una battaglia che si gioca su tre fronti. Il primo è quello generazionale: da una parte abbiamo una lotta tra presente-futuro, identificabili nella nuova minaccia informatica che sta mettendo in ginocchio l’MI6 e dal personaggio del giovane Q. (l’ottimo Ben Whishaw che prende il posto dello storico Desmond Llewelyn comparso in ben diciassette film della saga l’ultimo dei quali uscito poco prima della sua morte, alla faccia della scaramanzia numerologica) responsabile dell’equipaggiamento tecnico-tattico dei doppio zero; dall’altra abbiamo il passato-presente di M., dell’amato-odiato Bond e dell’antagonista Raoul Silva in un triangolo tragicamente shakespeariano. L’eterna contrapposizione tra passato e futuro che sublimano instabili in un presente paradossale dove l’uno sembra non poter sopravvivere all’altro che allo stesso tempo non può fare a meno del primo. Esheriano.

Il secondo aspetto, quello familiare-in-senso-lato, è anche il più complesso da sviscerare senza cadere nello spoiler. Per questo rimarrà soltanto una suggestione cui sarà facile dare un senso post-visione, una dinamica di relazione che rende ancora più intenso l’immancabile duello finale. L’ultimo fronte è quello del ritorno alle origini. La morte temporanea di Bond e l’attacco diretto al Military Intelligence – section 6 costringe tutto il servizio segreto ad un reset completo del sistema, a ripartire da dove tutto è iniziato, dalla storica Walther PPK (aggiornata con un sistema di riconoscimento dermico) alla magnifica Aston Martin DB5 – lacrime agli occhi –  fino alla tenuta nella brughiera scozzese dove il piccolo James divenne troppo presto adulto. Un recupero che non sa di nostalgia, quanto di necessario passaggio per non soccombere definitivamente o essere rottamati come una gloriosa nave da guerra.

Quello che mancava al franchise di 007 era la firma di un regista di peso, tra ottimi artigiani della settima arte e tanti sogni irrealizzati come Quentin Tarantino o possibilmente futuri come Christopher Nolan. La scelta dell’Oscarizzato Sam Mendes aveva suscitato alcune perplessità, non tanto per la straordinaria carriera che conta il capolavoro assoluto American Beauty e un personale film del cuore come Away we go, quanto per l’incognita di capire se un regista che si è sempre focalizzato  sull’attore sapesse gestire un action con tutte le sue dinamiche e i suoi ritmi. Senza troppi giri di parole, il primo pensiero sui titoli di coda è stato quello di aver assistito al migliore Bond mai visto, insieme forse a un paio di titoli dell’era Sean Connery (Missione Goldfinger e Dalla Russia con amore). Se Bond è da sempre un uomo del suo tempo che riflette il mondo reale che l’ha partorito, quello di Mendes eleva questa peculiarità all’ennesima potenza: Daniel Craig abbandona la spavalda sicurezza e i super-gadget del passato, senza però perdere la caratteristica cool guys don’t look at explosions teorizzata dal comico Adam Samberg del Saturday Night Live, per seguire un percorso doloroso di ricerca di sé stesso e uscire dalla crisi fisica ma soprattutto mentale che sta passando. La crisi, citando i Bluvertigo, c’è sempre ogni volta che qualcosa non va e la difficoltà sta nel trovare il coraggio di rimettersi in gioco per trovare una svolta. Analisi che lascerebbe il tempo che trova se alla regia non ci fosse Mendes, uno che ha dedicato il proprio cinema al racconto di equilibri umani destabilizzati e di certezze che non si trovano più dove sono sempre state.

Daniel Craig si dimostra di nuovo interprete perfetto per l’agente 007, arricchendo il personaggio con quella dose d’ironia tipica della serie ma che si era persa nei due precedenti film. In lui il mito di Bond ritrova la brillantezza dei primi episodi. Javier Bardem/Raoul Silva è una forza della natura che prima aleggia come una minaccia invisibile, poi irrompe sulla scena catturando tutta l’attenzione: la sua bravura sta nell’elevare il personaggio oltre la caratteristica del cattivo-macchietta verso un villain a-la-Hopkins in versione Hannibal  Lecter. Magnifico istrione capace di creare inquietudini profonde che sanno esplodere come un fungo atomico sterminatore figlio di puttana o incancrenirsi visceralmente (come in Biutiful di Inarritu). Il suo personaggio è anche quello che risente maggiormente di alcune trascurabili debolezze di sceneggiatura. Judy Dench e Ralph Fiennes (capo dei rapporti con l’ufficio Intelligence) in forzata staffetta, il guardiacaccia con fucile Albert Finney e una Naomie Harris con la mira imprecisa e un celebre futuro dietro la scrivania completano un cast eccelso.

La qualità del comparto tecnico è assoluta. Innanzitutto la fotografia affidata a uno degli dei contemporanei, quel Roger Deakins da poco convertitosi al digitale (Arri Alexa) affermando che tornerebbe alla pellicola solo per un film dei fratelli Coen: il suo apporto visivo, insieme a quello di Dennis Gassner alla scenografia, permette un salto di qualità evidente anche ad un occhio non esperto. Poi il talento di Thomas Newman per una colonna sonora non certo sublime quanto quella di American Beauty o di WALL•E ma che non dimentica il suo stile personale e anti-classico. Un’ultima menzione al regista della seconda unità Alexander Witt, un ruolo quasi mai menzionato ma fondamentale in un film action di questa portata.

Va dato atto alla produzione (EON Productions), agli sceneggiatori (Purvis&Wade, rivisitati da John Logan che si occuperà in solitaria anche del prossimo capitolo) e a Sam Mendes di essere riusciti a ridare linfa vitale a un franchise auto compiaciuto che rischiava di esaurirsi disinnescato in una spirale auto poietica. Una mission impossible portata brillantemente a termine.

Everyone needs a hobby – So what’s your? – Resurrection.

Voto: 9

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