Alabama Monroe

alabama monroeThe Broken Circle Breakdown – Belgio/Olanda 2012 – di Felix Van Groeningen – drammatico/musicale/sentimentale – 111′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Life is what happens while you are busy making other plans cantava Lennon in un pezzo scritto per il figlio Sean. A volte però basterebbe life happens senza se-ma-perché e i quattro colpi di pistola di Chapman sembrerebbero giustificare la sintesi.

Alabama Monroe è questo, un film senza destini-provvidenza che determinano esistenze né profezie che si autoavverano come in tante storie dei Coen, semplicemente la vita-che-inspiegabile-accade. Elise, Didier e l’anatomia frammentata del loro circolo di felicità familiare che s’incrina e poi si distrugge annientato da eventi bastardi che sanno di tragico e quasi mai di beffardo, categoria che presupporrebbe che le cose abbiano un verso giusto in cui andare. Lei fa la tatuatrice, su corpi estranei e sul proprio dove racconta con orgoglio sé stessa. Lui adora gli Stati Uniti, terra dove se uno cade può sempre rialzarsi, e le mille opportunità del sogno americano. Capirà, con Bush, che non è tutto così semplice. Canta-e-suona-il-banjo in una band bluegrass, genere tipicamente USA figlio di una musica country contaminata da blues e influenze scozzesi e irlandesi e dominato dagli strumenti a corda; il termine deriva da Bill Monroe – un nome che ritornerà – e dal suo gruppo The Bluegrass Boys, responsabili di aver dato stile-e-carattere al genere e aver influenzato molti degli artisti che daranno poi vita al rock ‘n’ roll.

Fine anni ’90 a Gand, città belga delle Fiandre orientali. Un-giorno-per-caso Didier incontra Elise al suo negozio di tatuaggi e la invita a un concerto. Lei si fa bella e va a locale dove scopre che Didier non solo è un tipo interessante, ma è il frontman di un gruppo bluegrass – genere che a quanto pare va forte in Belgio. Elise cede subito al fascino del musicista; Didier non può resistere alla bellezza di lei in bikini a stelle-e-strisce e agli splendidi tatuaggi mentre sinuosa si rotola sul cofano del suo pick-up. Il resto è un fiorire di docce semi-nudi e amplessi-da-film, una casa in campagna da ristrutturare e una teranda trasparente su cui i volatili dovrebbero imparare a non schiantarsi. Poi Maybelle, piccolo angelo biondo come la madre, centro attorno cui ruota la seconda parte della storia d’amore e motivo scatenante della terza e finale evoluzione-di-coppia, quella in cui Elise diventa Alabama [æləˈbæmə] e Didier può soltanto essere (Bill) Monroe. Dopo che tutto è finito o è diventato una stella, non rimane che capire se c’è qualcosa per cui vale la pena ricominciare.

In bilico tra la narrativa indie-americana, quella dalla vena più-o-meno sottilmente consolatoria, e il crudo realismo nord-europeo alla Dardenne, il film di Felix van Groeningen ha il pregio di raccontare in modo schietto eventi che meritano di essere narrati senza troppi giri-di-retorica; il carico emotivo vien da sé con il dipanarsi di una trama valorizzata da un montaggio frammentato che nei momenti migliori sembra procedere per associazione d’idee-ricordi-sensazioni intrecciando piani temporali senza soluzione di continuità. La fotografia ricercata di Ruben Impens, tendente al videoclipparo durante le esibizioni live, da’ il meglio quando valorizza le giornate overcast tipicamente belga e quella luce naturale diffusa che cade sulle meravigliose facce e sui corpi dei due protagonisti. La giovane Elise, Veerle Baetens, ha intensità e talento per reggere un personaggio complesso e l’arco narrativo più ampio e interessante in sceneggiatura: Veerle ha il country nei geni, nei lineamenti del viso e in una bellezza naturale e disarmante anche nel dramma. Johan Heldenbergh, dal cui testo teatrale è tratto lo script, è Didier, anima musicale fuori-tempo-e-luogo e per questo perfetto compagno di vita, padre e amico.

Nel trionfo bluegrass il pezzo forte è The boy who wouldn’t hoe corn con moglie e marito che duettano su un uomo che non riesce a tagliare il grano nel suo campo e per questo viene rifiutato dalla donna a cui sta facendo la corte; completano la colonna sonora ballad più intimiste e sonorità country che ricordano l’America anni ’30 di O Brother, Where Art Thou? e di quei Soggy Bottom Boys che prendono il nome proprio da un gruppo bluegrass, i Foggy Mountain Boys. Nomination come miglior film straniero agli Oscar 2014, Alabama Monroe (The broken circle breakdown in originale, titolo che post-visione assume ancora più senso in relazione allo stile narrativo e di montaggio) ha qualcosa in meno rispetto al gran film di Vinterberg o al vincitore La Grande Bellezza, forse proprio quell’indecisione tra realismo e anima più american-indie.

In Una storia vera di David Lynch, Alvin paragona la famiglia a dei legnetti che, legati assieme, diventano molto più difficili da spezzare rispetto a un singolo rametto; compito arduo, ma non impossibile quando gli eventi smontano con accanimento anti-terapeutico una felicità nata quasi per caso, senza che alcun finalismo (religioso) possa dargli un senso, soprattutto per la razionalità di Didier.

Voto: 7

 

 

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