Almanya – La mia famiglia va in Germania

almanyaAlmanya – Willkommen in Deutschland – Germania 2011 – di Yasemin Samdereli – commedia – 101′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Una famiglia più-turca-che-tedesca, borderline non per scelta quanto per quell’ambiguità cultural-esistenziale di generazioni a cavallo tra un paese e l’altro. Negli anni ’60 il giovane padre-marito-con-baffi Huseyin partì dall’Anatolia per raggiungere la terra dove si guadagnava così tanto da potersi permettere l’acquisto di un taxi. Era la Germania del boom economico, post-ricostruzione dopo la II guerra mondiale, in costante ricerca di forza lavoro per sostenere la crescita. Il governo tedesco arrivò a stipulare accordi internazionali per agevolare l’immigrazione controllata (test su salute e istruzione): più di quattro milioni di persone tra italiani, spagnoli, greci e turchi divennero parte imprescindibile di quel motore quasi-perfetto che ha portato la Germania a essere considerata tra le nazioni più potenti. Abbiamo chiamato lavoratori e sono arrivate delle persone (Max Frisch, scrittore e architetto svizzero). Equilibrate politiche social-economiche e sull’immigrazione, un miraggio per il belpaese. Ma queste sono altre storie.

Cinquanta ore di viaggio e la coda alla frontiera del nuovomondo: 1.000.000 + 1esimo lavoratore immigrato in Germania arrivato per una questione di cortesia/precedenza a un soffio da una temporanea e non-compresa celebrità mediatica. Difficoltà linguistiche, duro lavoro e un ottimo stipendio da mandare a casa. Poi il viaggio in Turchia per portarsi dietro nella nuova patria moglie e figli grazie alle politiche di ricongiungimento familiare: un saluto alla terramadre, coca-cola promessa, l’incubo di un Cristo che scende dalla croce e acqua alla partenza come buon auspicio per il ritorno da un paese dove la gente è sporca e mangia solo patate.

Quarantacinque anni dopo, la famiglia Yilmaz è ormai alla terza generazione, figli dei figli sempre in bilico tra due culture, integrazione più-o-meno riuscita e identità da (ri)trovare. E’ la solita etno-famiglia-allargata-con-problemi: un bambino che non ha il proprio posto geografico sulla cartina scolastica, un matrimonio in crisi, uno già naufragato per evidente ipocondria alla vita occidentale, l’inglese con sperma-combina-guai, hitler-incubi allo specchio e vestiti a fiori per ritirare il passaporto tedesco, simbolo di un’integrazione (non) voluta da chi all’inizio (non) la respingeva. La soluzione è il solito on the road, 2.500 chilometri verso la Turchia per ricostruire una famiglia dis-integrata: un pulmino che troppo ricorda quello di Little Miss Sunshine, imprevisti, donne dei bidoni, gravidanze pre-matriomiali confessate, pranzi tipici, spirito fraterno da riscoprire, dal barbiere a ripassare il discorso per Angela Merkel e la cultura/lingua delle origini. Distanze e incomprensioni si annullano nella casa-senza-pareti che si apre sul magnifico scorcio d’una terra stupenda più di ogni immagine idealizzata, metafora fin troppo spiegata di un’avvenuta riconciliazione. Il finale a rischio diabete è soltanto un’ulteriore deriva emotiva di una commedia che si perde proprio nel cercare di compiacere lo sguardo, nel voler far ridere dove si deve ridere e commuovere dove ci si deve commuovere.

La giovane regista Yasemin Samdereli, che ha scritto il film a quattro mani con la sorella Nesrin, dimostra di conoscere bene la materia di cui parla, perché l’ha vissuta, e il cinema-commedia d’integrazione. Pecca però quando vuole guidare lo spettatore verso la meta che ha impostato sul proprio navigatore narrativo: stile spesso ruffiano (come il letto circondato da bottiglie di Coca Cola che fa molto Amelie-Jeunet), sceneggiatura prevedibile, etno-music e un cast fatto di quelle stupende facce immigrate che ti aspetteresti in un film di questo genere (su tutte quella del giovane Huseyin interpretato da Fahri Yardim). Non è un pessimo film, anzi. Il suo limite è quello di rimanere fermo al livello di buona commedia-e-niente-più, mentre le premesse per fare dell’ottimo cinema c’erano tutte. Senza andare a recuperare film come East is east (di Damien O’Donnell – 1999) che ha dato il la a tutto il filone dell’ironia etnica, né scomodare vaghi echi-a-la-Kusturica, sulla pellicola della Samdreli incombe la presenza del conterraneo e talentuos(issim)o Fatih Akin, uno che ha esplorato con vari stili ma sempre una gran efficacia i confini dell’integrazione turco-tedesca (La sposa turca e Soul Kitchen sono opere che non possono mancare nella cinesperienza di nessuno). Il suo cinema ha grande forza proprio per la coerenza, profondità e sincerità di un’analisi tanto particolare da essere facilmente universalizzabile. Invece in Almanya la sensazione è che si pensi di più a far ridere sfruttando semplicemente gli stereotipi del rapporto Turchia-Germania, invece che far ridere-e-riflettere giocando su quel contrasto, lavorandoci a livello di scrittura/regia. La differenza è sottile, ma importante.

Prima di iscriversi a un poligono di tiro, mangiare carne di maiale e andare in vacanza a Maiorca ogni due estati, c’è comunque spazio per una riflessione, per un (impietoso) confronto questa Italietta che fatica a trovare la propria strada tra immigrazione e integrazione.

Voto: 6

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