Knockout – Resa Dei Conti

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Haywire – Irlanda/Stati Uniti  2011 – di Steven Soderbergh

Azione/Drammatico/Thriller – 93′

Scritto da Stefano Oddi (fonte immagine: grappling-italia.com)

Mallory Kane è un agente segreto specializzato in missioni pericolose celate perfino alle strutture governative. Dopo aver liberato un giornalista politico a Barcellona, viene spedita dal suo capo a Dublino ma lì, un collega tenta di eliminarla. La donna riesce a fuggire e inizia un viaggio alla ricerca dell’agente doppiogiochista che ha tentato di metterla in trappola.

“Non le hanno lasciato scelta”

 Questa la tagline che apre la locandina dell’ultimo film di Steven Soderbergh.

La consolazione, viene da aggiungere, è che il pubblico al contrario può scegliere senza troppi problemi di evitare questa penosa sagra del già visto.

Inutile farsi ingannare dal nome del regista di “Traffic”, “Ocean’s Eleven” ed “Erin Brokovich” come da quelli dell’ottimo cast, che annovera tra i suoi membri i sempreverdi Antonio Banderas Michael Douglas o i più giovani Ewan McGregor e Michael Fassbender, fresco dalla straziante ed eccezionale prova data in “Shame”.

Knockout” relega tutti i suoi valori aggiunti in secondo piano e si plasma esclusivamente sulla prepotente figura di Gina Carano, ex-campionessa di MMA (Mixed Martial Arts), protagonista di una scorribanda intercontinentale -ripresa con il solito mestiere dal regista premio Oscar– che ha come obiettivo una terribile vendetta nei confronti di una misteriosa talpa.

Tutto il gioco filmico tende ad evidenziare la plasticità delle sue carni, prima nelle corse acrobatiche attraverso i tetti delle città di mezzo mondo, inseguita da interi squadroni speciali di polizia armati di mitra (neanche fossero sulle tracce di King Kong), poi negli irrealistici combattimenti contro la quasi totalità del cast, in cui è dura non sorridere osservando la goffaggine degli avversari maschili.

Oltre la grande dimostrazione di fisicità, però, la Carano proprio non riesce ad andare. Scalcia, si agita, corre, parla (piuttosto di rado) ma non recita. La traccia di una profondità psicologica si riduce allo spettro di un tenero rapporto con il padre, tranquillo scrittore solitario che lungi dal frenare l’impeto di una tale forza della natura, decide di non interferire con il suo lavoro da black ops e anzi, all’occasione, non esita a diventare suo complice.

Gli altri interpreti – per quanto occupino la scena in misura ridotta o forse proprio in virtù di questo- si mantengono sulla stessa linea bozzettistica e balbettante. Sono corpi dotati di voce più che personaggi.

Ma il vero guasto del film di Soderbergh sta nell’assurdo script di Lem Dobbs, che sembra pescare a caso dal gigantesco calderone dell’action movie tante situazioni narrative, per frullarle, private della loro originalità, in un insopportabile simulacro pieno di frasi già sentite e gesti già visti, continuamente in bilico tra passato e presente. Lo sceneggiatore di “Dark City” dimostra la rara capacità di saper rubare da tutto senza cogliere l’essenziale di nulla. Nella trama debole e naufragata di questo film mancato si scorgono, infatti, i relitti sfocati dell’indimenticabile Beatrix Kiddo di “Kill Bill” – anche lei eroina in cerca di vendetta, coadiuvata però dal brio di un autore eccezionale come Tarantino – come i richiami lontani alle arti marziali di Bruce Lee, senza trascurare neanche l’epica automobilistica tutta rombi e motori alla “Fast and Furious”.

Ma in “Knockout” tutte queste parti di una gloriosa tradizione perdono di spirito. Ogni pezzo segue il precedente per accumulo e si ha più di una volta la sensazione che i 93 minuti di girato siano decisamente troppi per una trama che sarebbe stata larga anche in un videoclip fatto in casa.

In parole povere, una zuppa continuamente riscaldata. Un mortorio che perennemente tenta di ravvivarsi attraverso una sparatoria, un cambio inusuale di prospettiva, un colpo di scena insensato più che imprevisto. Un bel cast (sottotono) risucchiato da quel buco nero di affettatezza e banalità che è la sceneggiatura di Dobbs.

Servivano davvero Soderbergh (anche direttore della fotografia come di consueto), Fassbender e Mc Gregor per costruire questo inutile giocattolo che stanca – diventando tremendamente prevedibile- dopo la prima mezz’ora?

Voto: 3

 

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