L’uomo delle stelle

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L’uomo delle stelle – Italia 1995 – di Giuseppe Tornatore

Drammatico – 113′

Scritto da Alessandra P. (fonte immagine: agendalugano.ch)

Il mercante di sogni, Joe Morelli, truffa e raggira speranze e confessioni dirette nelle terre aride e trasognate della Sicilia del 1953. Immagini in assolvenza sulle impressioni di una luce che filtra una pellicola scaduta che nessuna promessa della società Universilia avrebbe mai visionato. Un campionario di umanità inquadrata oltre i paesaggi ritratti nelle sceno- grafie mobili nel giogo di una cinepresa che unisce e scontra condizionamenti sociali, determinazioni storiche radicate come esiti senza riscatto, nella speranza dichiarata, alle volte compromessa, nei profili dei suoi personaggi; figure ritratte in un destino che porterà i suoi stessi protagonisti, oltre la vicenda narrata, in una dichiarazione poetica, storica e realistica di uno spaccato della nostra società passata.

“Chi lo sa, chi sarà la nostra fine…”

La Sicilia narrata del regista Giuseppe Tornatore, si apre, nella sua personale sensibilità osservativa, nel tempo e i richiami del cinema di Visconti, De Sica, Rossellini, nella contemporaneità storica della vicenda rappresentata, anno 1950, in cui il neorealismo cinematografico inquadrava la trama umana, in assolvenza tra i suoi bianchi e neri, il riscatto di una società che risorge nel secondo dopoguerra, nelle sue aperture psicologiche e storiche gli spaccati sociali di una classe nella debolezza del disagio d’ap- partenenza, e la forza lavoratrice nell’azione del riscatto. Si riflettono le distanze dal passato nelle speranze focalizzate nei contorni demarcati dai segni noti delle celebrità contemplati nelle sale cinematografiche, filtrate nelle pellicole come speranze impresse dalle luci del mondo della messa in scena dove inumare frustrazione e povertà. Una dispersione chimica reagente sulla celluloide si altera nella scenografia mobile di un nuovo inizio esistenziale, insperato, un diagramma di richieste che travalicano la frontiera strettamente sociale, ma emozionale, sentimentale, psicologica. E l’uomo delle stelle, incorporato nella tela di un richiamo autobiografico dei suoi potenziali attori, attiva una macchina che filtra, oltre la tenda isolante delle sue inquadrature, la griglia di un confessionale dove liberare profili edonistici, carismatici, dichiaranti verità private, nel gioco disperato della fuga da un contesto di provincia lenito per forme narcisistiche stimolate, dove ostentare, per evasive esercitazioni di stile davanti la cinepresa, l’ampio spazio, inconscio, riservato alle testimonianze dirette. Il potenziale umano é lo strumento attraverso il quale il regista, in maniera virtuosistica, come nessuno, costruisce, sviluppa, annoda, esprime, avvilisce la natura di ogni soggetto portato sulla scena della sua esistenza, nel suo linguaggio interiore espresso per contesti in una schizofrenia di ruoli supportati, tra profili adottati labilmente nell’occhio della ripresa di Morelli e quella realistica di Tornatore. Un doppio registro registico dove attivare attitudini artistiche ambite, e scorporando, nel secondo occhio introspettivo, per singole esperienze, la fragilità delle sue figure, ramificate tra condizionamenti sociali, per imprevedibili fughe dove i perimetri sembrano aprirsi come voragini e catture per destini invalicabili, nell’imprevedibilità dei suoi esiti senza riscatto, dove, solo l’uomo delle stelle potrà superare. Tornatore, oltre il sipario del furgone di Morelli e le ombre che assiepano silenziosamente le sue pause notturne nelle loro improvvisazioni, veicola sensibilmente l’occhio dell’osservatore nella dimensione dei sentimenti, nei movimenti impressi, identificati nei profili inquadrati come prova di accesso, stagliati nel quadro paesaggistico delle terre siciliane; nei cieli di Ragusa, e per location quali Matera, dove lo strisciante, sinuoso movimento delle sue case, nella città di pietra, tra masserie, enormi recinti trincerati, chiese e palazzi, coesistono, scavati e costruiti nel tufo delle gravine, passato e presente, senza costruire cerniere di tempo, dove i protagonisti sono radicati in questo spettacolo delle speranze finalmente inquadrate. Inquadrate nella voce antica di una Sicilia dove il barocco e le sue distanze storiche dominano suggestive, in un nostalgico sguardo che sortisce desideri per recuperi ad un passato inafferrabile spesso ricercato nei films di Tornatore (Nuovo cinema Paradiso, Baaria, etc) con un senso di perdita malinconico, ricostruito per suggestioni visive, impronte preziose nell’immagina-rio dei suoi visitatori narrati e osservanti. Nessuna figura viene ridotta per stilizzati percorsi fisici ritratti in tagli meramente documentaristici per un folclore facilmente esportabile, o riconoscibile, ma come parte inclusa e vivificante, in un affresco epocale, storico, comprensibile oltre confine. È l’opera osservabile di una Sicilia per piccole storie, nei paesaggi essenziali della storia nostrana, tra vertiginose bellezze, fotografate da Dante Spinotti, dove la sua cultura luministica si anima, nell’adozione di quel medium atmosferico che stempera contorni incisi virati verso le cromie coloristiche dalle tonalità ocra, la terra di siena bruciata, l’ambra, che filtra dal colore delle pietre avvolgendosi nei colori aridi della terra, e i profili aspri dei suoi percorsi, nel clima caldo e trasognato dei suoi luoghi, per aprire le sue luci nell’irraggiungibilità degli orizzonti delle sue distese. Un impianto coloristico compositivo di valenza simbolica, narrativa, lo studio attento nell’addizione dei colori, una psicologia interna degli stessi, che il virtuoso “indagatore delle luci basse”, D. Spinotti, impiega come elemento veicolante delle emozioni, legato, inoltre, a come la macchina si muove, alle azioni dell’attore, in un connubio che Spinotti conduce quasi all’astrazione. Ogni inquadratura diviene, in maniera quasi inverosimile, un documento storico di straordinario valore, oltrepassando i veli della patina d’epoca, nel suo indefinibile stile visivo.

“E tu? Non hai capito niente. Sono stati veri Morelli (…)La gente é disposta a dire più verità davanti ad una macchina fotografica, piuttosto che davanti ad un paio di manette, ma se la macchina fotografica é vuota….”

Il regista ritorna a mitizzare un cinema non contemplato come nel suo passato storico, un cinema ricostruito non con i suoi effetti di terapeutica ricerca della felicità e i suoi sognatori, un veicolo di fuga, ma come un abbaglio, un’insidia di illusoria attrazione, un inganno nel quale i suoi protagonisti saranno ritratti al costo di 1500 lire, sulla superficie alterata di una pellicola scaduta, nella mediocrità di un uomo alla ricerca dei suoi volti “straordinari” che nessuna personalità promessa nel tempio del cinema Romano avrebbe mai visionato. La dualità estetica si scontra tra la povertà sentimentale del suo protagonista e la corrompente bellezza delle sue scenografie nelle piazze dei piccoli centri, nel volto della protagonista Beata, cresciuta all’ombra di un monastero religioso. La protagonista, nei suoi movimenti nervosi e innocenti, conoscerà la brutalità delle regole di una società senza compromessi e spregiudicata di un uomo smaliziato, buffo e crudele, quanto generoso e bugiardo, predatore di sogni, in una terra povera e inafferrabile, innamorandosene, nel suo finale verso la decostruzione di ogni illusione. Metafora della storia di una Sicilia tradita, illusa, in attesa di giustizia e sorrisi. Tornatore nel suo riconosciuto talento nella creazione sensibile e affascinante dei suoi personaggi, dimostra una padronanza raffinata nella messa in scena delle inquadrature, nei passaggi fluenti delle transizioni, nel linguaggio plastico delle sue immagini, nella scelta degli spazi naturali e le ambientazioni, valore del film ed elementi fondamentali del racconto emotivo di quest’opera. Notevole capacità nella direzione degli attori, per una straordinaria interpretazione di Sergio Castellitto, e l’esordiente Tiziana Lodato. La sceneggiatura nel suo impianto risulta coesa, coinvolgente, emozionante, perdendo lievemente la sua sensibile tensione verso un finale riassuntivo per immagini in assolvenza, nel paesaggio dell’esperienza e i suoi personaggi derubati alla pellicola ma impressi nella memoria cosciente del protagonista, in una forma autorecriminante. La personale estetica applicata alla musica del maestro Morricone, pone la più sublime delle percezioni per trasmutarsi nella moltitudine delle sue immagini e dei suoi profili, come elemento costitutivo di un tessuto non solo epidermico dei personaggi narrati, ma con i luoghi e l’anima misterica di una storia nella nostalgia sensibile, e privata, del suo regista: Tornatore.

Voto: 8

 

 

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