Anonymus

anonymusGB/Germania/USA 2011 – di Roland Emmerich – thriller – 130′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Veduta aerea di una New York che non sta per essere distrutta. Un’auto frena bruscamente, ma non è per evitare di finire in un cratere. Il suono di un allarme non preannuncia un’invasione aliena. Un uomo misterioso e persone in concitata agitazione senza la minaccia di un grosso giappo-mostro.

Sarebbe stato facile liquidare il nuovo film di Roland ‘disater-movie’ Emmerich con poche parole di aprioristico disprezzo, quasi fosse una cinepanettonata qualsiasi o uno de-i soliti idioti nostrani. Il canuto tedesco-naturalzzato-americano una chance se la merita: Emmerich vs Shakespeare, il re del cinema catastrofico contro il più grande drammaturgo di tutti i tempi.

Ma andiamo con ordine. Con approccio teatrale il regista ci introduce il suo (possibile) alter-ego, in ritardo per il monologo che fa da racconto-cornice. Occhio di bue puntato, entra in scena: noi tutti conosciamo William Shakespeare, autore di 37 testi teatrali, 154 sonetti e alcuni poemi..ma se io vi dicessi che in realtà Shakespeare non ha mai scritto una parola?

La finzione narrativa ci porta indietro di cinque secoli e mezzo, quando il teatro era ancora la forma più diffusa d’intrattenimento popolare. Quella che sapeva appassionare e scuotere coscienze/azioni della gente al punto da essere temuta e controllata da autorità inermi e spaventate dalla sua forza (rivoluzionaria). La stessa arte che era ritenuta sconveniente per un nobile spirito creativo, castrato da un matrimonio-requiem messo in scena per coprire l’ardore dell’istinto giovanile e mascherare abilmente aspirazioni reali. Fu così che, all’alba dei disordini sociali e politici dell’epoca elisabettiana, nacque il mito dello scrittore di Stratford-upon-Avon, l’unico capace di infiammare gli animi e unire il popolo verso sentimenti universali, a colpi di opere geniali nel loro essere allo stesso tempo ricercate/complesse e (anche per questo) accessibili a qualsiasi livello culturale.

Nella Emmerich-storia si segue la teoria dei cosiddetti oxfordiani, quella per cui il vero autore di quei capolavori fu Edward de Vere, futuro conte di Oxford e già bambino prodigio capace di scrivere opere del calibro di Sogno di una notte di mezza estate. Incontrerà prima l’apprezzamento della sensibile regina Elisabetta I, poi diversi anni più tardi anche qualcosa di più in un breve periodo di passione. Edward, cresciuto all’ombra della puritana educazione di William Cecil, consigliere reale, più-o-meno segretamente continuerà a scrivere testi senza che nessuno possa essere messo in scena/vita. L’insana idea si palesa quando il conte realizza la potenza che il teatro ha sul popolo: affidare a qualcun’altro le proprie opere affinchè le renda vive senza rivelarne mai il vero autore. Come poi accadde che un arrogante attoruncolo semi-analfabeta, strafottente e puttaniere diventi conosciuto come l’autore di cotanta produzione letteraria, lo si lascia alla visione dello spettatore. Che a fine film realizzerà come la volontà registica non è mai stata quella di approfondire un’intrigante-anche-se-poco-verosimile eventualità storica, quanto sfruttarne il fascino per arricchire un racconto di intrighi di potere, amori fisici e artistici, cospirazioni, invidie di un pallido gobbo o di scrittori poco talentuosi, arte che si fa ‘politica’ perché altrimenti sarebbe solo inutile decorazione, grandi successi in scena (notevole la rappresentazione del Riccardo III) e uno stage diving ante-litteram sotto il cielo di una stupenda Londra innevata.

L’ipotesi di partenza sulla vera storia del bardo di Stratford-upon-Avon era risibile? Probabile. Seppure la corrente anti-stratfordiana abbia avuto numerose frecce al suo arco, negli anni molte si sono dimostrate spuntate o troppo deboli per dare credibilità alle eresie shakespeariane: dalle più accreditate che indicano anche Francis Bacon come vero autore a quelle più balzane che tirano in gioco addirittura il nome della regina. Fanta-letteratura buona per seghe intellettual-mentali o per dietrologie da salotto.

Ronald Emmerich ci ha provato. Nella sua onesta carriera registica fatta sia di ottime pellicole che hanno influenzato un genere, come Stargate e Indipendence Day, sia di immonde zozzerie, come Godzilla e 10.000 A.C., Anonymous poteva essere un film atipico. Non bastano le intenzioni a superare evidenti i limiti di una pellicola che, a dispetto del decalogo video utilizzato per promuoverla, non ha un gran interesse nel voler sviscerare il tema, né la necessaria/imprescinbile cura per la recitazione, tanto che vien da pensare che poco importa chi fosse veramente l’autore. Magnifiche inquadrature a volo d’uccello, ottima CGI (crowding, matte painting, ecc..) e sequenze d’azione ben realizzate sono il marchio di fabbrica di un regista che sul piano della spettacolarità ci sa fare. Su tutto però si eleva il conte di Oxford interpretato da Rhys Ifans. Il suo talento da caratterista si esprime appieno in un ruolo importante, nonostante gli innumerevoli sgambetti di un regista spesso non all’altezza nella direzione degli attori.

Una riflessione personale fuori script: Kenneth Branagh è universalmente riconosciuto come uno dei migliori e più fedeli interpreti/registi shakespeariani su cellulosa e non solo. Non direi mai il contrario, però non posso nascondere che in qualche modo questo film è riuscito laddove il regista inglese non era mai arrivato: spingermi a riprendere in mano quei magnifici pezzi della letteratura mondiale. Touchè.

Alla fine quello che resta è la storia romanzata di un animo poetico nobile molto più del suo rango, il cui unico interessa era vedere in scena le vite dei suoi personaggi, quelli che sentiva parlare di continuo nella sua testa e che non poteva far altro che raccontare con parole che feriscono più di una spada. Sono un poeta, non sono un criminale.

Voto: 6

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