Come Dio comanda

come dio comandaItalia 2008 – di Gabriele Salvatores – drammatico – 103′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Padre e figlio.

Rino cresce Cristiano nel solo modo che conosce e ritiene migliore: lo mette in guardia dal mondo bastardo dove, se non sai difenderti, sei destinato ad essere sopraffatto. Ne è profondamente convinto e nulla può distoglierlo perché ogni giorno si trova di fronte a nuove ineluttabili conferme. L’unico amore possibile (paterno) insegnato con la “violenza” è il solo modo per sopravvivere alla prepotenza di chi opprime e alla cattiveria di chi si sente superiore e libero di far tutto ciò che vuole. Cristiano ha una profonda ammirazione per il padre, lo ascolta, lo “venera”, fa di tutto per non deluderlo e lo difende fino al limite (e oltre) della legalità. Insieme sono forti, immuni alla negatività del mondo esterno da cui volontariamente si isolano perché troppo distante, troppo altro rispetto a loro, troppo pericoloso per essere vissuto con le sue (il)logiche. Separati invece sono vulnerabili, smarriti. Allora le inevitabili intrusioni del reale sono colpi durissimi, difficili da sopportare e gestire.

Tra tanti altri non-personaggi c’è lo strambo Quattroformaggi, l’unico vero amico dei due perché non pericoloso, innocuo essere umano trasformato da una scarica di alta tensione che l’ha reso alieno in un mondo che non vuole capirlo e lo emargina. In una notte buia e tempestosa il destino dei tre cambia d’improvviso, svolta, sbanda senza controllo mettendo a rischio tutto quello che Rino e Cristiano hanno costruito per anni, quel castello che li difende da tutto. La passione/ossessione di Quattroformaggi lo porta a compiere l’irreparabile coinvolgendo padre e figlio in un pericoloso vortice che li tira sempre più a fondo. Tre precari dell’esistenza travolti da eventi troppo grandi, al di fuori delle loro possibilità di comprensione e (re)azione; con queste condizioni il precipitare è inevitabile e impetuoso soprattutto per chi vive ai margini, abbandonato, senza nessuna possibilità di uscire da un’esistenza segnata e così lontana dalla “normalità”. Ma forse Rino non la vuole questa normalità, la odia istintivamente, la respinge con tutte le sue forze; solo una cosa gli importa nella vita: non perdere suo figlio, l’unico motivo per cui vale la pena vivere. Il destino riserva però un’ancora di salvezza (per chi non è senza speranza), una possibilità di uscire dal coma esistenziale e riscattarsi.

Gabriele Salvatores ritorna, dopo Io non ho paura del 2003, a parlare di ragazzi che crescono in contesti/situazioni particolari, che vivono in non-luoghi fisici e dell’esistenza. Sempre a partire da un best-seller (asciugato dalle tante lungaggini) di Ammaniti, il regista napoletano, ma milanese di adozione, racconta in modo duro e diretto la difficoltà di chi vive (per scelta e per necessità) ai margini della società, senza possibilità/ volontà di integrarsi con un mondo che non gli appartiene.Il trio di attori principali è di altissimo livello: dalla rivelazione del giovane Alvaro Caleca, alla conferma del talento di Elio Germano, qui forse un po’ sopra le righe, fino alla bravura immensa di Filippo Timi in un ruolo complesso come quello del padre.

Un film poetico nel suo essere scomodo e difficile, ricco di emozioni forti con la stessa intensità di quell’incessante pioggia che è simbolo della condizione umana dei protagonisti. Alla fine, nei non-luoghi di nord-est Italia post-industriale, risuona solo ‘She’s the one’. Delicato ossimoro.

Voto: 8

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