Educazione siberiana

educazione siberianaItalia 2013 – di Gabriele Salvatores – gangster – 110′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Piccoli criminali onesti crescono. Chi per rincorrere la falsa illusione della ricchezza, chi per perseguire un ideale di giustizia troppo nobile per sembrare reale – o forse lo è per una distonia cognitiva figlia della mala-assuefazione alle (il)logiche (dis)educative del belpaese. Per la serie a-volte-ritornano-anche-fuori-tempo-massimo, o forse davvero il giusto non è esistito mai.

Una foto in bianco e nero ritrae quattro ragazzini in mezzo all’onnipresente neve-reale-e-del-cuore della Transnistria, stato non riconosciuto dall’Onu nella Moldavia Orientale. Kolima e Gagarin, sono i giovani padawan del clan dei Siberiani, gli Urka, poveri ma temuti da tutti. Il ghetto/comunità dove sentirsi protetti, nonno Kuzja virgilio-nella-selva-oscura, la madonna con due pistole incrociate simbolo delle contraddizioni di una religione riadattata su misura, la picca che ti segue tutta una vita dal taglio del cordone ombelicale fino alla vendetta guidata dall’alto per quella colomba che non poteva volare. Una foto in bianco e nero scattata quando tutto inizia a cambiare o a precipitare perché in questi casi è sempre una questione di prospettive nel paese dalle geometrie sociali non euclidee, fotograficamente tilt&shift. E allora la moralità alternativa, il rispetto per tutte le persone viventi tranne quelli che sfruttano il popolo (banchieri-usurai-poliziotti), l’importanza della misura perché chi vuole troppo è un pazzo, la lezione del lupo catturato che dimentica di essere un lupo,  la fame che va e viene mentre la dignità una volta persa non ritorna più, trasfigurano in un’ulteriore rielaborazione personale di darwinismo sociale.

Spunti narrativi che potrebbero sembrare il frutto di un buon sceneggiatore, la materia per un film come quell’Eastern Promises di Cronenberg in cui Viggo Aragorn Mortensen interpretava il tenebroso autista di una potente famiglia russa a Londra. Ma saremmo scontati e fuori strada, col rischio concreto di far incazzare Nicolai Lilin, scrittore moldavo-naturalizzato-milanese pubblicamente elogiato da Saviano: lui ha vissuto queste storie sulla sua pelle, su quel quaderno intonso dove con gli anni si è composta una personale autobiografia di tatuaggi, non gli immotivati tribali da occidentale o le iniziali della (ex) fidanzata quanto un linguaggio complesso con proprie modalità di decodifica e lettura. Il dubbio che sia un fenomeno letterario molto costruito rimane forte, così come l’idea di Nicolai come buon selvaggio che non guarda la televisione, legge soltanto Dostojevski-Bulgakov-Checov-Tolstoj ed è completamente estraneo alle logiche dell’editoria e del marketing. D’altro canto ogni polemica pare pretestuosa perché al cinema e in letteratura la vita è come uno la racconta, incredibile quanto basta da non sembrare troppo inventata. L’indignato sarcasmo chiambrettiano, le imprecisioni di Wikipedia e la crociata del giornalismo alto si esauriscono così in un mare di asfodeli gialli di burtoniana memoria, nelle parole di un romanzatore-di-vite che non andrebbe preso per l’autore di un’autobiografia.

Nella viril-amicizia tra il troppo-puro-di-cuore Kolima e gollum-Gagarin s’inserisce Xenja, ragazza speciale voluta da Dio, trasferitasi col padre nella comunità Urka, l’unica a poterla accettare per com’è. Un casto anti-triangolo a-la-Jules-et-Jim che qualcuno non aveva considerato, ma che lo spettatore aveva intuito conoscendo il classico sguardo malato del cine-stupratore: in questa relazione il debole collegamento tra passato e presente, la giustificazione per raccontare le due opposte evoluzioni di un medesimo modello educativo. Ed è proprio nel voler mostrare le conseguenze di quelle scelte che non ti permettono di tornare indietro che la sceneggiatura scritta da Salvatores con Rulli-e-Petraglia mostra i suoi punti deboli, accentuati da una scrittura che disinnesca volutamente gli aspetti realmente più crudi e violenti; era forse più interessante approfondire quel mondo, vero o verosimile che sia, piuttosto che darne suggestioni impressionistiche, e addentrarsi maggiormente nelle dinamiche di un particolare sistema sociale e culturale. Ma il cinema di Salvatores è da sempre lontano da una dimensione etnologica cui il regista preferisce il racconto di uomini e amicizie, di percorsi di crescita personalissimi, di piccole storie che, anche nell’epica della narrazione di ampio respiro, non hanno una pretesa universale. In questo campo da gioco il regista-dagli-occhi-sinceri-di-eterno-cine-sognatore dà il meglio di sé, con i suoi personaggi anti-muccininani che si trovano a dover fare i conti con la propria esistenza, personaggi in continuo movimento fisico e mentale che non blaterano di viaggi retorico-esotici o dell’impossibilità di sottrarsi ad un’opprimente realtà. Educazione Siberiana s’inceppa proprio nei momenti in cui si allontana da bildungsroman russo-dickensiano per entrare nelle dinamiche più di genere, deviazione storicamente impervia e con risultati alterni nella filmografia di Salvatores (anche se a tratti, Come Dio comanda, l’ho apprezzato).

A livello tecnico nulla da eccepire sulla solida impostazione registica – ma non avevo dubbi e i richiami da polizziotesco anni ’70 in alcune scene della prima parte (mi) fanno brillare gli occhi – né sulla splendida fotografia del sodale Italo Petriccione; contributi fondamentali per la notevole resa visiva sono quelli della scenografa Rita Rabassini, dei costumi di Patrizia Chericoni e delle magnifiche location lituane. Per la colonna sonora Salvatores si allontana dagli estremismi di Ezio Bosso o dei Mokadelic per ritornare alle atmosfere autorali del talentuoso Mauro Pagani (che in passato aveva lavorato con lui per Sogno di una notte d’estate, Nirvana e Puerto Escondido), cui s’affiancano pezzi come Absolute Beginners di David Bowie in una scena-da-film-francese-sul-68 e Kalì dei giovani Michele Ricciardi e Matteo Chiamenti (aka Noise Under Dreaming).

Se l’interpretazione di John Malkovich – o di chiunque sia entrato nella sua testa dalla porticina al piano 7-e-mezzo – nel ruolo del nonno/guida carismatica Kuzja era una certezza, così come il cameo di Peter Ink Stormare, la vera incognita era il trio di protagonisti: Arnas Fedaravicius (Kolima, forse l’attore più debole del terzetto), Vilius Tumalavicius (Gagarin) e Eleanor Tomlinson (Xenja) riescono a reggere sulle loro spalle una sceneggiatura potenzialmente insidiosa e dei ruoli che, mal interpretati, potevano diventare macchiette.

Nel periodo dei ragazzi della crisi dei valori in cui riempiamo diari con pensieri migliori, Salvatores sembra voler dire che l’importante nella vita è avere dei maestri, dei punti di riferimento con cui confrontarsi e, se necessario, scontrarsi; nella dialettica maestro-allievo, genitori-figli, regista-attori si gioca la qualità di ogni processo di crescita. E allora importa poco che Nicolai Lilin sia o meno un Gregory Arkadin alla ricerca di groupie letterarie quel che rimane è il messaggio, tutto il resto è noia.

Voto: 7

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