Henry

henryItalia 2010 – di Alessandro Piva – thriller/drammatico/gangster – 86′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

La Vespa GTR blu scuro di Nanni Moretti attraversa una semideserta e assolata Roma in una calma surreale che si presta a riflessioni amar-ironiche sulla realtà.

D’estate a Roma i cinema sono tutti chiusi, oppure ci sono film come Sesso amore e pastorizia, Desideri bestiali, Biancaneve e i sette negri, oppure qualche film dell’orrore come Henry, oppure qualche film italiano.

Titoli in libertà che sembrano un involontario concentrato di associazioni mentali e giochi di parole vicine al microcosmo dell’ultimo film di Alessandro Piva. L’Henry morettiano è il cult thriller anni ‘80, che racconta le vicende del presunto serial-killer Henry Lee Lucas attraverso i suoi occhi romanzanti da bugiardo cronico, dopo la cui visione Moretti si chiedeva se i giornalisti che lo avevano recensito bene provassero qualche rimorso prima di addormentarsi. Sensi di colpa da gravidanze d’aprile.

Qui Henry è il nome di un’eroina bianca e purissima. La spaccia un gruppo d’immigrati del Ghana che vuole entrare di prepotenza nel mercato dominato dai De Vita di Civitavecchia, criminali spietati o più semplicemente veri figli de ‘na mignotta.

Coca, neve, bianca, polvere d’angelo, ice–shabu, ketamina, lsd, mescalina, speed, subutex, blue angel, china white, Christmas trees, ecstasy, special K, skunk..la lista è lunga. E’ curioso come l’industria della droga, la strada e perfino il cinema s’ingegnino per rendere attraenti questi ‘prodotti’, quasi che a chiamarli così siano meno devastanti. Marketing stupefacente.

Anni luce dalla capitale di Caro Diario, quella di Alessandro Piva è una città border e squallida, fatta di non-luoghi di periferia impersonali-ma-riconoscibili dall’accento, un malsano crogiuolo di degrado social-architettonico e soprattutto umano. Sotto questo cielo opprimente e cupo, si muovono ectoplasmiche esistenze che vagano come ombre in un mondo di vivi che fatica ad accorgersi di loro.

La ricerca di una dose, un monumento in miniatura e il raptus di una mente non più lucida da tempo, beffarde coincidenze e un gioco pericoloso da Arlecchino servo di due padroni. Il solito deragliare di treni già su un binario morto. Gianni, tossico con la faccia da lucignolo di Michele Riondino, e la sua ragazza Nina, più grande di lui ma solo all’anagrafe: coppia troppo borderline per non autodistruggersi. Rocco, eroinomane contrario alle droghe leggere e voltagabbana non abbastanza furbo, il commissario Silvestri (ottima prova di Claudio Gioè), poliziotto di sinistra perché se ingroppa una di quelle, e il suo compagno Bellucci, uno dei tanti che si deve aiutare per stare al passo coi ritmi di ‘lavoro’. Poi la notte onnipresente, reale e interiore, dove annaspano tutti quanti per cercare di rimanere a galla, dove se spegni il lampeggiante dell’auto ogni cosa sembra cambiare prospettiva.

Alessandro Piva, da buon documentarista, marca con camera a mano i suoi personaggi senza giudicarli, si limita a mostrare quel marcio che non ti lascia più una volta che s’è posato addosso. L’incontrollabile assuefazione a una droga-vita cui non puoi allontanarti senza essere devastato da crisi d’astinenza. Perché, tranne l’illuminato commissario (alter-ego del regista?) che ha una ragione per continuare a lottare, gli altri sembrano non voler essere recuperati, sembrano non imparare dagli errori per perseverare su quel labile/osmotico confine tra bene e male. Lo stesso dove i pesci piccoli perdono sempre, ingoiati da burattinai più grandi di loro che non sanno di essere destinati alla stessa fine per mano di qualcuno ancora più potente. Alla fine è sempre-e-solo una lotta tra galli (sul tetto), un mucchio di cadaveri in un cazzo di videogioco dove non c’è una vita di riserva.

Henry è un buon film, scomodo e sincero come il cinema italiano spesso si dimentica di poter essere. A parte inutili voyeurismi-osè in allucinato flashback, quello di Piva è un potente reportage sulla quotidianità di persone ingabbiate nel presente, con un passato offuscato e un futuro inesistente. Il racconto diventa strepitoso nella tensione costruita dal climax finale che genera un senso di rabbia e frustrazione per quel male che continua a perpetrarsi, per quel finale senza speranza.

Liberamente tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo, il film ha vinto nel 2010 il Torino Film Festival, salvo poi essere distribuito con più di un anno e mezzo d’imperdonabile ritardo. Non è un capolavoro, ma un necessario ritratto dell’Itali(ett)a sporca che spesso si finge di non vedere.

Voto: 7

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