Hunger Games

the hunger gamesThe Hunger Games – USA 2012 – di Gary Ross – fantascienza – 142′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Immaginiamo che Battle Royale (2000 – Kinji Fukasaku, adattamento del romanzo di Koushun Takami) non sia mai esistito, che quel magnifico spettacolo survival gore di violenza gratuita non sia mai stato girato, che il sadico prof. Kitano non ci abbia mai guardato con il suo ghigno sadico sulle note del requiem di Verdi. Un’eventualità verosimile considerando che il pubblico medio di questo film potrebbe non conoscerne l’esistenza, anche se dopo l’uscita cinematografica di Hunger Games un ritorno di fiamma del capolavoro giapponese sarebbe più-che-prevedibile. Necessario recupero cinefilo, con la speranza che sia scevro da inutili-ipocrite censure.

In un tempo non ben precisato nel solito scenario distopico post-rivoluzionario, sulle rovine di quello che una volta era il Nord America sorge la nazione di Panem. Il potente e iper-colorato governo centrale di Capital City tiranneggia con impeccabile stile mediatico su dodici distretti: i numeri alti sono quelli più ‘nobili’ dove è possibile anelare a un futuro migliore/diverso, quelli più bassi sono le zone più desolate e dimenticate-da-tutti della nazione.

Dopo quella che immaginiamo possa essere stata una sanguinosa rivoluzione finita male, il governo di Panem decise di istituire gli Hunger Games: evento annuale in cui due partecipanti per ogni distretto, un maschio e una femmina, si sfidano in un perverso e immotivato gioco al massacro in cui non ci sono regole-amicizie-etica. O ammazzi-e-sopravvivi o muori in un’estremizzazione pseudo-ludica della concezione egoistica della natura umana, quel bellum omnium contra omnes che trova compimento alto nel Leviatano di Hobbes. Alla fine l’unico sopravvissuto viene ricoperto di gloria-e-ricchezza e di quel profumo di libertà, che sa però di posticcio in un mondo di maschere su maschere.

Nato come strumento repressivo e di controllo, una sorta di versione esplicitata della strategia della tensione che strinse in una morsa di terrore l’Italia anni ’70-’80, e come monito che nessuno-neanche-un-bambino possa considerarsi al di sopra delle decisioni del governo, si è trasformato negli anni fino a diventare un vero e proprio format tv. Un reality dove il voyeurismo del pubblico si spinge fino al parossismo, toccando le corde più morbose e inconsce dell’animo umano: giovani che lottano disperatamente e all’ultimo sangue per la sopravvivenza in un’arena dove l’essere umano è costretto a regredire di milioni di anni e ritornare a una vita quasi animalesca fatta d’istinto e logiche di branco. Il tutto condito con le dinamiche classiche ormai sdoganate dal padre putativo meno nobile dell’opera di Suzanne Collins: quel Grande Fratello che, sbarcato in Italia nel 2000, si ripropone diverso-ma-tristemente-uguale ad ogni nuova stagione di tv-spazzatura. Un conduttore-mattatore in studio (cinico sfruttatore della condizione altrui o manichino impomatato di bella presenza e retorica populista?), video di propaganda, un pubblico da far appassionare pena l’eliminazione, aiuti e amori salva-vita, commemorazioni per chi se n’è andato, telecamere ovunque a violare anche i momenti più intimi, colpi di scena artefatti laddove la vita vera non è abbastanza spettacolare.

Chissà cosa avrebbe pensato Aldous Huxley, qualcosa del tipo ‘io ve l’avevo detto’. Se è vero che una lettura approfondita possa essere fuorviante è innegabile come la situazione attuale e quella di un futuro (im)possibile della Collins fossero già state preconizzate da tutto il filone della letteratura distopica. Nella democrazia (anti) ideale immaginata da Huxley il popolo non è imprigionato o tenuto costantemente sotto controllo, ma più subdolamente anestetizzato fin dalla nascita per disinnescarne ogni capacità critica (il riferimento a I soliti idioti di MTV è più-che-voluto), per cancellare il passato, per renderlo mansueto e predisposto ad assimilare qualsiasi concetto/immagine gli venga proposta. Non c’è bisogno di bruciare libri, come il Guy Montag di Ray Bradbury o i Khmer Rossi in Cambogia, o di censurare contenuti, tutto è programmato in modo sistematico e impercettibile. Non esseri umani sottomessi e controllati a-la-Brazil che hanno paura di ribellarsi a un regime totalitario, ma uomini-e-donne istupiditi al punto da credere a una felicità artificiale e manipolata fatta di modelli distorti. Questo è il mondo dei reality, questo il pubblico che divertito guarda la sedicenne Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) offrirsi come volontaria dal distretto 12 per salvare l’indifesa sorellina estratta dall’urna malefica.

Orfana del padre morto in una miniera di carbone, ha portato sulle sue spalle la famiglia dopo il crollo psicologico di una madre incapace di accudire lei e la sorella minore. Con la risolutezza e la maturità di chi è dovuta crescere prima del tempo, ricorda da vicino il personaggio interpretato dalla Lawrence in Winter’s Bone di Debra Granik: entrambe si caricano tutto il peso della lotta per sopravvivere in un mondo ostile perché in fondo il distretto non poi è tanto lontano dall’inospitale altopiano Ozark, tra Missouri e Arkansas.

‘Mi offro volontaria per il tributo’ un coraggioso urlo disperato per fermare i pacificatori che stanno trascinando la piccola Primorose verso quella che sarebbe una morte certa. Ultimi sguardi forse innamorati, abbracci d’addio e promesse che sembrano impossibili da mantenere. Il resto è una cascata di eventi che la travolge senza respiro: il treno verso Capitol City in compagnia di Peeta, tributo maschile, dove conoscerà Haymitch Abernathy ex vincitore dei giochi per il distretto 12 e ora alcolizzato senza futuro con l’espressione irriverente di Woody Harrelson. Si rivelerà atipico angelo custode dalla faccia che riporta alla memoria, con una connessione impossibile, il compianto e immenso Guillaume Depardieu in un piccolo capolavoro francese, Stella di Sylvie Verheyde: stessi capelli, stessa vita sfasciata che si trascina uguale tra alcool e chissà-cos’altro, quasi-lo-stesso viso che ha tutta una storia da raccontare senza dover pronunciare una parola. Trucco, parrucco, filosofia spicciola e Lenny Kravitiz in grande spolvero come stylist dai buoni sentimenti, presentazione dei tributi in pompa magna, interviste in prima serata, public relations per accalappiare sponsor e allenamenti per trovare i talenti da sfruttare per non soccombere.

Katniss è l’outsider con le carte in regola per farcela, la borderline scontrosa con talento e intelligenza, cinica e spietata con chi e quando serve, infallibile Diana cacciatrice con arco e frecce. Ma per un reality merito e capacità non sono sufficienti, la dura legge dell’audience richiede di mettere in gioco, banal-strumentalizzandoli, emozioni e sentimenti: da quelli più intimi a quelli più-o-meno inventati per dare un senso a qualcosa che in realtà non lo può avere. Un sistema malato che non si accorge di essere tale, un mondo orribile in cui si può decidere di non voler mettere al mondo figli.

Gary Ross, onesto artigiano della macchina da presa, ha avuto il merito di trattare fedelmente un valido best seller senza zerbinarsi (la saga di Harry Potter tranne l’episodio di Cuaron) nè ridicolizzare una materia già di per sé insidiosa seppur non imbarazzante (vedi Twilght e poi muori). La macchina a mano a braccare i personaggi da vicino e la stupenda ‘luce sporca’ del maestro Tom Stern (storico collaboratore di Eastwood e autore di autentiche opere d’arte fotografica, Letters from Iwo Jima su tutti) coadiuvate dall’angosciante soundtrack di James Newton Howard impreziosiscono un’opera che va oltre le personali aspettative. Niente per cui strapparsi i capelli, ma comunque una rappresentazione convincente di un futuro violento dove la speranza è l’unica cosa più forte della paura.

Tornando da dove si era partiti, se Battle Royale non fosse mai stato girato forse questo Hunger Games avrebbe meritato di più..però non è così e quindi l’ispirazione televisiva che folgorò l’autrice del romanzo rimane ancora un riferimento troppo alt(r)o da raggiungere. Di sicuro il film di Gary Ross ha il pregio di narrare eventi non così eccessivi da apparire assurdi e inverosimili; al contrario il futuro di Panem spaventa perché è una deriva possibile-seppur-lontana, uno spettro che la storia dell’uomo ha incrociato più volte rischiando di rimanerci sotto. Una partita a scacchi bergmaniana che si gioca ogni giorno.

Possa essere la fortuna sempre a vostro favore.

Voto: 6

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