Hunger Games: La ragazza di fuoco

hunger games- catching fireThe Hunger Games: Catching Fire – USA 2013 – di Francis Lawrence – fantascienza – 146′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Cerco in tutte le canzoni e in un passero sul ramo uno spunto per la rivoluzione.

Lo cantava Rino Gaetano in Cerco, pezzo nel lato B dell’album Nuntereggae più scritto a cavallo tra gli anni di piombo e gli anni di fango. Quel passero sul ramo per Katniss Everdeen è la Mockingjay, la Ghiandaia Imitatrice, simbolo di un sommesso canto di rivolta incubato per anni dagli abitanti di Panem schiacciati da un regime totalitario dove il lusso e la serenità di pochi determina la miseria di tanti; quando la forbice ricchi-poveri si allarga troppo, la base della piramide che giustifica la magnificenza della sommità viene a mancare facendo crollare tutto, perché di fatto non potrebbero esistere le mutande di CR7 senza gli scalcagnati che corrono sui campi in terra battuta di una qualsiasi provincia del globo calcistico. Ne vedremo le conseguenze tra un anno.

Di sicuro, ora, se fossi una quattordicenne vorrei essere Katniss e ispirarmi a quell’immaginario che si lega imprescindibilmente alla fisicità e al talento di Jennifer Lawrence, una delle poche vere dive dello star system americano. Indipendente, cazzuta, carismatica, determinata, scontrosa-e-ribelle-quanto-basta e si, anche attraente; al tempo stesso un’utopia, una falla nel sistema-stato che il potere vorrebbe utilizzare a proprio vantaggio per tenere buono il popolo con una che empatizza con loro e non li guarda dall’alto in bassa, una vincente-con-sentimenti-umani. Un fuori tema ardito vedrebbe un richiamo al recente avvicendamento al soglio pontificio.

Katniss/Jennifer diventa un modello nella realtà e nella finzione, da aspettare in coda-e-al-freddo per un autografo, da imitare nei capelli-a-treccia o da acclamare come (un) leader rivoluzionario. Lo è anche in virtù del suo rifiutarsi di esserlo, un’eroina perfetta perché disinteressata e lontana dalle logiche di potere. Per questo vorrei essere come lei, se fossi una ragazza – chiusura necessaria dell’adynaton.

Il sottile gioco del Presidente Snow cade perché Katniss non è un testimonial rassegnato, quanto un fungo-atomico-steriminatore-figlio-di-puttana caricato dai sensi di colpa per gli orrori della prima edizione degli Hunger Games e dalle difficoltà di una vita borderline senza alcuna possibilità di redenzione. La messinscena dura poco, l’insofferenza della giovane è difficile da contenere, il malcontento del popolo oppresso pure, le contraddizioni troppe per non forzare il potere verso la soluzione drastica. I 75esimi giochi, come ogni venticinque anni, celebreranno l’anniversario della vittoria di Capitol City sui distretti: il Quarter Quell è un’edizione particolare che prevede un cambiamento delle regole al fine di rendere il tutto più spettacolare e avvincente per quel pubblico-voyeur-estremo alla ricerca di forti emozioni catodiche. Un twist atteso e regolato dalle istruzioni definite quando vennero istituiti gli Hunger Games. Qui la mano invisibile di Snow interviene per sparigliare le carte e riprendere in mano il controllo dello show perverso e così la nuova edizione vedrà scontrarsi i vincitori degli anni precedenti, una Champions League della morte. Da una parte i fasti per le celebrazioni dei Quarter Quell, dall’altra i distretti oppressi di Panem covano spirito rivoluzionario e preparano il ribaltamento violento dell’ordine costituito. Sulle barricate come i miserabili di Hugo.

Cambiano gli sceneggiatori, Billy Ray e l’autrice Suzanne Collins vengono sostituiti dagli indie Simon Beaufoy (The Millionaire, Full Monty e 127 ore) e Micheal Arndt (Little Miss Sunshine e Toy Story 3). Interessante la prima parte in cui si raccontano i dietro le quinte del Victory Tour: le irrequietudini di Katniss e l’accondiscendenza di Peeta, i sorrisi forzati e i discorsi difficili da pronunciare, la repressione violenta e le braccia tese in segno di libertà; l’intensità della narrazione cresce con l’aumentare degli atti di ribellione e il conseguente inasprirsi della caccia alle streghe operata dai Pacificatori, una parte della storia che avrebbe meritato maggiore approfondimento. Gli sviluppi narrativi della seconda parte, prevedibili-e-non come una gravidanza inattesa e funzionali a costruire la suspense per l’ultimo capitolo della saga, conducono a un finale necessariamente sospeso: alla Collins e a Danny Strong, sceneggiatore in odore di nomination agli Oscar 2014 per il melodrammone The Butler, toccherà l’arduo compito di rendere spettacolare Il canto della rivolta. Lì si dovrà fare casino sul serio per non rendere vano quanto di buono costruito finora. Che possa avere ragione il leonino Juan Miranda a dire che le rivoluzioni sono fatte da gente furba che legge-libri-mangia-e-parla e incita chi non sa leggere a morire per un cambiamento gattopardiano questo è un altro discorso.

Francis Lawrence s’inserisce con continuità nell’ottimo lavoro di Gary Ross senza stravolgere quello stile poco-da-blockbuster del primo capitolo, non estremizza i toni cupi-e-gore e riesce a dare il meglio di sé sia nel racconto – penalizzato in montaggio – degli Hunger Games sia nella scena cardine della fustigazione, vertice della tensione-iceberg tra il popolo dei distretti e il governo di Capital City. Un compitino ben realizzato, lo si attende al varco per i prossimi due film della saga.

Vorrei essere Katniss soprattutto perché Jennifer Lawrence è un’attrice meravigliosa, un talento naturale cui basta un’espressione del viso per surclassare chiunque in scena, al punto che per un attimo ho pensato che quel bacio fosse vero. Il successo di Hunger Games è soprattutto suo e del potenziale mitopoietico della donna che ha saputo creare. Soltanto l’angelo custode Woody Harrelson, il mefistofelico Donald Sutherland e il sibillino Philip Seymour Hoffman nel ruolo di capo Stratega che fu del suicida Wes Bentley/Seneca Crane riescono a tenergli il passo. Menzione a parte per un Lenny Kravitz sempre stiloso e incisivo pur nella brevità della sua parte, a long and sad goodbye.

Non è più tempo di giochi per distrarre la gente dalla realtà delle cose. Ormai il re è nudo e nessuno può far niente per nasconderlo.

Voto: 7

 

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