Il gioiellino

il gioiellinoItalia 2011 – di Andrea Moliaioli – drammatico – 110′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Quando nel 2003 Beppe Grillo denunciò la situazione disastrosa della Parmalat e preannunciò quello che da lì a poco sarebbe successo, era ormai troppo tardi. Nascosti tra bilanci falsificati, insensate acquisizioni fallimentari, soldi a destra e sinistra, conti correnti alle Cayman e associazioni a delinquere politico-bancarie, c’erano già tutti i presupposti del fallimento economico di un’importante realtà del settore alimentare mondiale e di riflesso quello di uno stato che non ha saputo tutelare i propri cittadini. Da dieci anni la finanza creativa del Ragioniere Fausto Tonna distruggeva come un cancro la società di Collecchio. La Parmalat fu soltanto la punta di un’iceberg di vergogna.

Questa è la triste realtà. Fast rewind. Nomi di finzione, qualche passaggio romanzato, ma le stesse terrificanti verità.

Il gioiellino inizia così. 1992, una notte qualsiasi. Fuori dagli uffici della Leda c’è solo silenzio. La luce di una lampada da tavolo illumina l’unica stanza dove ancora c’è (non) vita: è quella del Ragionier Botta, Ernestino per il suo presidente Amanzio Rastelli (aka Calisto Tanzi), il (vero) capo della società per tutti gli altri dipendenti. Per lui non ci sono orari, non ci sono regole, non ci sono giorni di vacanza, soltanto quei 234 passi che separano casa sua dall’ufficio, l’unica vera passione, assieme ai vini pregiati. Scorbutico, riservato, dal carattere forte, poco incline al compromesso, non guarda in faccia a nessuno quando deve dire qualcosa, foss’anche uno dei più grandi banchieri d’America. Il regista Andrea Molaioli ne costruisce un ritratto da quasi-eroe che si batte per tenere a galla una società che tutti sembrano voler affondare: dagli odiati giornalisti agli invadenti politici ‘maneggioni’ fino al figliol prodigo del presidente, viziato ragazzotto capace soltanto di sperperare denaro in calciatori e supermacchine sportive, e capriccioso bamboccione quando si tratta di cedere la punta di diamante del suo giocattolino per dare un po’ di ossigeno all’impero paterno.

Botta lavora giorno e notte per fare quadrare conti che non tornano (perché non sono marchesi, come diceva Totò), fa pressione sulle persone giuste al momento giusto, sa cosa chiedere e a chi, con passo sicuro sospeso sul filo della legalità. Le difficoltà vere però iniziano quando i giochi si spostano su scala mondiale, i problemi di liquidità diventano di almeno dieci zeri e le campagne di Russia da pellegrinaggio in terre ex-comuniste assettate di capitalismo si tramutano in disfatta napoleonica. Per sopravvivere sul mercato non basta produrre valori (e latte), è necessario entrare in quella giungla dove ognuno vuole la sua fetta e il piatto rimane sempre maledettamente vuoto. Poi la quotazione in Borsa e l’entrata nella serie A del capitalismo, quella dove si deve giocare sempre a tre punte: un giornale, una squadra di calcio e una banca, l’erogatore finanziario del plusvalore liquido.

A pronunciare queste parole è il senatore Crusco: cattol-ipocrita, latinorum saccente alla Don Abbondio, il personale Virgilio di Rastelli nell’abisso della corruzione del cleptocratico governo italiota. L’ottima interpretazione di Renato Carpentieri rende questo personaggio la perfetta mascherina dell’Itali(ett)a di allora che è la stessa dei furbetti di oggi, quella in cui tutto deve cambiare per poter rimanere  lo stesso (schifo) di sempre.

Con l’entrata in borsa si moltiplica la velocità e l’impatto di ogni azione, qualsiasi aspetto assume proporzioni più ampie, dalla pubblicità all’espansione fuori dai confini italiani, dalla scellerata diversificazione per suddividere il ‘rischio di portafoglio’ agli interessi di interlocutori ‘non istituzionali’ (leggi politici, banche e affini). In questo sistema perverso i giocatori più forti si mossero indisturabati, senza che gli organi di controllo (Consob, Banca d’Italia, le società di revisione contabile e di rating, ecc..) intervenissero in una situazione di fatto conosciuta (forse) e che faceva comodo anche a loro. I soliti sacrificati sull’altare del vil denaro e dei giochi di potere furono sempre i più indifesi, lavoratori e piccoli risparmiatori. Quando le cose iniziano a crollare e gli ‘amici’ sono spariti insieme ai soldi, o ci si arrende i li si inventa. La finanza (creativa) che prende il sopravvento sull’economia/vita reale: bianchetto, collage di cifre con forbici e colla, uno scanner e così il conto miliardario all’estero è pronto a fare da garanzia per ogni mossa del gruppo. La Leda-Parmalat era un colosso malato terminale che agli occhi del mondo (ingenuo) appariva come un’azienda solida, l’orgoglio imprenditoriale nostrano. Una splendida maschera dorata.

Molaioli, una vita tra i set di Moretti, Luchetti e Mazzacurati, esordì alla regia con il noir La ragazza del lago, sorpresa di critica e box office nel 2007, trascinato dall’interpretazione di quel Toni Servillo che il pubblico italiano stava iniziando a conoscere. Se quell’opera fu il meritato coronamento di una lunga gavetta, Il gioiellino è una pellicola scomoda e coraggiosa in un paese che si guarda alle spalle con difficoltà, soprattutto quando il passato è così vicino e attuale. Ancora una volta tornano in mente le parole dell’ex magistrato Libero Mancuso: ‘qui da noi nulla è impossibile e tutto può accadere perché tutto è già accaduto. La realtà in Italia è in grado di competere con le più ardite fantasie letterarie’. Perché nel nostro paese può anche succedere che il capitano arrivi ad abbandonare la nave che sta affondando (l’affondare è un tema ripreso con insistenza nei dialoghi del film) prima dei suoi passeggeri. Le vergogne che non vanno mai fuori moda.

La versione romanzata del Ragioniere Fausto Tonna non poteva che avere la faccia sorrentiniana di Toni Servillo, sublime nella parte di quello che non abbandona mai il tavolo da gioco: un culto laico per l’azienda che obnubila la mente e stravolge le categorie di giudizio, facendo apparire giuste/necessarie anche le azioni peggiori. Fino all’ultimo prova a ignorare quanto è più-che-palese, cercare di fare il possibile (lecito) e anche l’impossibile (illecito) per salvare la Leda. Inutile accanimento terapeutico? Forse. Certo è che il piano di risanamento che stava scrivendo prima di essere portato via dalla polizia venne preso in considerazione dall’amministratore delegato straordinario, Enrico Bondi. Molaioli recupera dall’oblio cinematografico anche il talento di Remo Girone cucendogli addosso il presidente della Leda, imprenditore vecchio stile legato alla propria famiglia (allargata) e alla propria terra, voce grave e faccia tragica. La sceneggiatura con lui è stata fin troppo buona, facendolo quasi apparire come l’uomo appassionato che viene schiacciato dal peso di un mondo corrotto. Nella realtà il suo ruolo fu più attivo di quanto non appaia. Menzioni necessarie alla colonna sonora di Teho Teardo, ingiustamente poco conosciuto nel nostro paese, che esprime il suo talento di compositore dalle atmosfere disturbanti e alla Indigo Film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, una delle poche case di produzione italiane che sa produrre veramente cinema di qualità.

Un gioiellino prezioso costruito con anni di passione (familiare) e sacrifici. Ma non tutto è oro (bianco-latte) quel che luccica. Tutto tristemente made in Italy.

Voto: 7

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