Kick-Ass 2

kick-ass 2USA 2013 – di Jeff Wadlow – azione – 103′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Nascono prima supereroi o super-villain? Sembrerebbe il solito quesito uovo-o-gallina, ma stavolta la risposta pare essere più semplice. Forse. Necessaria premessa di un profano: chi scrive è discreto spettatore di cinecomic, ma poco assiduo lettore delle ben più corposa letteratura in carta più-o-meno patinata. Le elucubrazioni che seguono ne risentono di conseguenza.

Posto che la criminalità in quanto tale esiste, così come leggi e le istituzioni preposte a combatterla, l’epifania di un super-hero sembra anticipare sistematicamente quella della sua controparte malvagia, che è costretta ad adattarsi darwinianamente al nuovo stato di fatto per non soccombere. La posta in gioco nell’atavica lotta tra bene e male si alza in un perverso crescendo delle forze in campo e dei relativi danni collaterali e non, vedi la distruzione totale (e insensata rispetto all’etica cartacea del personaggio stesso) durante uno degli scontri di Man Of Steel di Zack Snyder. Dopo una fase iniziale d’indubbi vantaggi del tipo “c’è un tizio mascherato che nell’ombra o svolazzando tra i grattacieli si occupa di ripulire la città dove la polizia non riesce ad arrivare”, la situazione tende a ritornare in equilibrio ma su un livello energetico e di rischio maggiore rispetto a prima. Aldilà del fascino a livello narrativo e immaginifico/simbolico, viene naturale porsi la questione ontologica circa la necessità di un supereroe quando a conti fatti l’unico cambiamento vero sembra essere l’ordine di grandezza dei fattori in campo e non la sicurezza reale della popolazione, obiettivo auspicabile e ricercato in buona fede fin dal lontano 1938 quando il primo supereroe, Superman, venne pubblicato.

Christopher Nolan nel secondo capitolo della trilogia de Il Cavaliere Oscuro s’interroga su che tipo di eroe la città di Gotham City abbia realmente bisogno e di cosa si meriti quando Harvey Dent, il paladino che combatte con le armi della giustizia, viene fatto a pezzi da cancro più forte di lui: in un momento di crisi in cui la città ha perso il vero eroe, il supereroe si fa carico del peso della sconfitta, la trasferisce su di sé con un senso di responsabilità dai caratteri fortemente umani. In questo si coglie la vera essenza dei suoi poteri ed è proprio l’auto-negazione del suo status di supereroe (“io posso fare queste cose perché non sono un eroe, non come Dent”) che di fatto gli attribuisce la stessa qualifica che sta rifiutando: nel suo essere anti-eroe e umano-troppo-umano si qualifica come l’unico in grado di dare una speranza a Gotham, di ripagare la fiducia che la cittadinanza aveva tributato al procuratore Dent. A ben vedere la storia del fumetto occidentale già a partire dagli anni ’60 (Stan Lee alla Marvel) presenta una tendenza, culminata negli anni ’80-’90, a problematizzare la figura del supereroe evidenziando come la componente supereroistica, reale o artificiosa che sia, non possa eclissare nel bene e nel male la natura umana (o pseudo tale), divenendo anzi l’elemento che determina la direttiva delle azioni.

Nel suddetto contesto s’inserisce il personaggio creato da quel geniaccio di Mark Millar. Dave Lizewski non arriva da nessun mondo extraterrestre, non è stato investito suo malgrado da fantasmagorici super poteri e non ha deciso di ergersi a paladino della gente comune sfruttando il proprio status sociale, la propria ricchezza o un apparato tecnologico avanzato. Dave Lizewski diventa Kick-ass perché pensa sia figo essere un supereroe e perché gli pare strano che nessuno prima di lui abbia pensato di poterlo diventare. Quel simpatico malandrino di Aaron Taylor-Johnson è un adolescente medio americano, problematico e in piena fase ormonal-onanistica, ma soprattutto è un nerd-narcisista che in uno stato di completo distacco dalla realtà decide di infilarsi una tutina da sub per combattere la propria noia adolescenziale e quel senso d’inadeguatezza per la prepotenza su di sé e sul prossimo. Un icaro destinato a schiantarsi al suolo senza nemmeno avvicinarsi al sole.

Nell’episodio uno, alla sua prima uscita ufficiale, Dave, sfigatello solo per un evidente errore nella scelta della montatura degli occhiali, viene accoltellato in pancia e investito da un pirata della strada. Rimedierà soltanto del metallo in corpo alla wolverine-de-noartri e il dubbio dei compagni di scuola sulla sua sessualità. Ma è nella seconda missione che la sua eccentrica idea gli porta, oltre ad un sacco di mazzate, anche la consapevolezza di poter essere il supereroe che aveva immaginato; il riconoscimento a livello mediatico, con i social a fare la parte del leone, gli conferisce di fatto i superpoteri, l’autostima necessaria per crederci fomentando di fatto un certo istinto di onnipotenza connaturato all’uomo. We are the good guys dice un poco riconoscibile Jim Carrey nella parte del Colonnello Stelle e Strisce del secondo capitolo. Però da grandi poteri, reali o presunti tali, derivano non solo grandi responsabilità (con relative scelte morali e di campo – vedi passaggi al lato oscuro della forza), ma anche ricadute di tipo sociale (spirito di emulazione – vedi i vigilantes mascherati The Black Monday Society a Salt Lake City) e personale, con quella malattia che si contrae dall’uso permanente e prolungato del potere, una malattia professionale comune, diciamo, a molte personalità che hanno in pugno le redini della nostra piccola società. Erano altri cittadini al di sopra di ogni sospetto, però il concetto è facilmente declinabile.

Kick-Ass 2, scritto e diretto dall’ottimo Jeff Wadlow, s’inserisce sulla scia del primo andando ad approfondire il discorso sul ruolo dell’eroe nella vita reale, quella dove i supereroi non esistono o forse possono esserlo soltanto per un breve periodo, giusto il tempo di rendere il mondo-e-le-persone migliori e poi sparire. L’inserimento di una maggiore contestualizzazione umana oltre/dietro ai personaggi mascherati e l’accenno alle difficoltà di gestione di una doppia personalità (soprattutto laddove quella supereroistica è ego-prevalente) servono a rafforzare l’idea che la differenza vera non si giochi a livello macro, ma in una quotidianità dove gli uomini compiono atti più-o-meno eroici per sopperire alle lacune del sistema. Parafrasando Brecht, sventurata la terra che ha bisogno di supereroi.

La sceneggiatura di Wadlow riesce a passare spunti notevoli mantenendo l’irriverenza e la sfacciataggine dell’episodio di Vaugh e Millar, e forzando il linguaggio con coerenza stilistica e colpi di scena che non t’aspetti. Aaron Taylor-Johnson e Chloe Grace Moretz  (Hit Girl) – solo 16 anni e  il talento da diva che domina lo schermo – si fanno carico di tutta una storia dove il villain ex-Red Mist (interpretato da Christopher Mintz-Plasse), pur esilarante e dal nome geniale, è debole per reggere il confronto. In una terra dove un Woody Harrelson ci starebbe sempre bene, non mancano un sacco di mort’ammazati-male, sangue e arti mozzati, (auto)ironia, un po’ di politically uncorrect, escatologie elettrizzanti, citazioni nerd,  genitori da vendicare con sado-maldestro senso del male o con una devozione a-la-Leon, britney-spearsizzazioni improbabili a colpi di boyband ammiccanti e Channing Tatum, minacce dalla madre Russia, aforismi di vita (finchè il tuo cuore è nel giusto, chissene frega di cosa ti metti in bocca), una certa dose di melodramma e quel tragedismo-greco cui le trame supereroistiche devono moltissimo.

Volendo sviscerare il complesso rapporto superhero-realtà, Chronicle diretto da Josh Trank e sceneggiato da Max Landis è un film da recuperare per l’interessante analisi, sia a livello narrativo che visivo con un’evoluzione del concetto di found footage, della possibile deriva perversa nella gestione di poteri sovrannaturali. Demistificazione che va oltre il semplice considerare gli aspetti più complessi della figura di un super-hero o meglio di un personaggio dotato di superpoteri.

Alla fine sempre-e-comunque I hate reboots.

Voto: 8

 

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