Lucky

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Lucky – Stati Uniti 2017 – di John Carroll Lynch

Commedia/Drammatico – 88′

Scritto da Francesca Totaro (fonte immagine: farefilm.it)

Lucky (Harry Dean Stanton) è un novantenne ancora in ottima forma: ogni giorno dedica del tempo per la cura del corpo, svolge degli esercizi di yoga, e si concede un bloody mary nel pub di fiducia. La sua tranquillità viene interrotta da un malore, alla quale il medico non riesce a trovare una causa, Lucky inizia così un viaggio interiore alla scoperta di se stesso.

Lucky (2017) rappresenta la prima esperienza da regista per l’attore americano John Carroll Lynch. Il film è stato scritto e pensato per celebrale il collega Harry Dean Stanton, scomparso nel settembre dell’anno passato, con la partecipazione straordinaria di David Lynch. La pellicola arriverà nelle sale italiane a fine agosto.

Che Lucky sia un uomo che ama le abitudini lo si intuisce già nei primi minuti della pellicola. Parla con la stessa gente, frequenta i soliti ambienti e indossa sempre gli stessi indumenti. Ogni giorno è identico a quello passato e a quello che verrà in seguito, tant’è che lo spettatore scivola nella routine dell’uomo sentendosi quasi rassicurato da questi riti immutabili. Anche le inquadrature che John Carroll Lynch sceglie per il suo personaggio sono poche e ricorrenti, spesso a Lucky vengono riservati dei dettagli (quando accende la sigaretta e quando vengono inquadrate le sue mani) che non è possibile riscontrare nella descrizione filmica di tutti gli altri personaggi.

Lucky è il protagonista non solo della narrazione ma anche dello schermo inteso come mezzo visivo, il novantenne è presente in tutte le inquadrature e quando non c’è è perché lo spettatore sta vedendo ciò che vede lui, come se stesse guardando il mondo dai suoi occhi. Harry Dean Stanton viene ritratto a figura intera quando è solo in un ambiente che sente familiare (per esempio la sua casa o nel paesaggio arido durante la passeggiata finale).

Sotto il profilo visivo il film ricalca molto le tonalità del western, con la prevalenza di colori cupi tendenti al marrone. Alcuni elementi vengono colorati (volutamente o non dal regista) di rosso, creando un contrasto visivo e simbolico, tra questi abbiamo: il telefono (la tecnologia e l’innovazione che stonano con il carattere conservatore di Lucky), la camicia del dottore (momento che segna il punto di svolta della narrazione, percepito da Lucky come un segnale di pericolo) e l’interno del pub (in netto contrasto con la dimora del protagonista).

Ma il vero viaggio Lucky lo compie solamente nel finale, quando passeggia da solo e lascia scorrere i pensieri. Ed è solo allora che arriva ad una fase di accettazione che permette una svolta della propria esistenza. La camera look finale invita lo spettatore ad una riflessione più profonda rispetto a quella di superficie. Tutti siamo un po’ come Lucky e prima o poi dovremmo accettare il nostro destino, proprio come ha fatto il protagonista che sorride e si volta continuando a camminare per la sua strada. Con la variante che, da quel momento in poi, la macchina da presa non sarà più testimone della sua vita perché deciderà di non seguirlo nella sua quotidianità ma lo lascerà allontanare fino a farlo sparire del tutto dal campo visivo.

Lucky, oltre ad essere un omaggio al protagonista Harry Dean Stanton, inscena un cammino interiore che ogni essere umano compie nel corso della vita. I tecnicismi utilizzati ampliano questo concetto, avvicinando lo spettatore alla narrazione e creando un alto livello di empatia con lo stesso Lucky. Anche il suono della fisarmonica (diegetica ed extradiegetica), strumento utilizzato dal protagonista, rappresenta un ottimo collante emotivo.

Voto: 7

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