Il trono di spade

Il trono di spadeGame of Thrones – USA 2011 – creato da David Benioff, D.B. Weiss – fantasy – 57′Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

La misteriosa morte del suo braccio destro induce re Robert Baratheon (Mark Addy) a nominare il fidato Ned Stark (Sean Bean) Primo Cavaliere del Regno e a portarlo con sé nella capitale, ignaro delle cospirazioni or- dite dalla moglie, la regina Cersei (Lena Headey) e dal fratello di lei, Jaime Lannister (Nikolaj Coster-Waldau). Nel frattempo, al di là dell’oceano, il giovane Viserys Targaryen (Harry Lloyd) si serve dei selvaggi Dothraki per organizzare un esercito e riconquistare un regno che considera suo di diritto.

Madre indiscussa della premium cable statunitense, pluripremiata e con quasi quarant’anni di lungimirante carriera alle spalle, HBO non si lascia spodestare con facilità. Per adattarsi ai trend del momento e contrastare il duplice successo della diretta concorrente Starz! – prima con Spartacus: Blood and Sand e poi con la miniserie I Pilastri della Terra – “l’emittente che se la tira” rilancia con il suo primo prodotto d’ambientazione medievale: Game of Thrones (da noi Il Trono di Spade), ambizioso adattamento seriale del ciclo fantasy firmato da George R.R. Martin, Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire).

La prima stagione del serial creato e prodotto dagli sceneggiatori David Benioff e D.B. Weiss (dieci episodi da sessanta minuti) approda dall’11 novembre in prima serata sui piccoli schermi italiani, grazie alla proficua sinergia tra l’e- mittente americana e SkyCinema, che dei prodotti HBO – Boardwalk Empire e Mildred Pierce gli esempi più recenti- si fa ambasciatrice (a pagamento) anche nel nostro Paese.

Più vicina per ispirazioni (ed aspirazioni) tematiche alla trilogia di Tolkien che a I Pilastri della Terra – vi si rintraccia un’analoga creatività linguistica (l’idioma dei Dothraki) e geografica (i magnifici opening credits della serie, premiati con l’Emmy, ne replicano la mappatura tridimensionale) – la saga pubblicata da Martin tra il 1996 e il 2005 (sette i volumi definitivi) si propone tuttavia come evidente avversaria dell’opera di Ken Follett – e, di conseguenza, dell’omonimo serial – da cui si discosta per licenza ”fantastica” ma non per volontà di descrizione storica e analisi socio- culturale. In un Regno immaginario popolato da creature mitologiche e mostruose (siano esse ferine o semplicemente disumane) le dinamiche di classe restano dominanti. Intrighi di corte e spietate strategie di potere si dipanano in un disegno dominato dal Destino prima ancora che dagli Dei, all’interno del quale è la famiglia ad occupare la posizione più rilevante: all’offesa del sangue biologico si risponde con lo spargimento del sangue sacrificato (sul campo di battaglia, nelle strade, tra le mura di un palazzo) e all’onore del casato – simboleggiato da stemmi, motti e attributi fisici che sfidano le leggi della genetica darwiniana – si deve eterna e incessante protezione. Il “secolo buio” si manifesta in tutto il suo oscurantismo, offrendo esempi di follia cieca e umana aberrazione: il risveglio dei morti e il ritorno delle Ombre è poca cosa se confrontata alla bestialità dell’Uomo (meglio ancora, della Donna), capace di uccidere per puro capriccio o per salvaguardare se- greti innominabili.L’eterna lotta tra Bene e Male si ripropone ad libitum, contrapponendo la dignità degli uomini d’onore (guidati da Ned Stark e dai popoli del Nord) alla crudeltà meschina degli avidi di gloria (i Lannister). Ai margini – ma destinati a imporsi – restano i puri di spirito (come l’eterea Daenyris Targaryen), provati ma pazienti, in attesa di veder manifestata e trionfante la propria magia.

Violenza (fisica e verbale) e sesso ai limiti del softcore (ma senza raggiungere le vette di Spartacus) – elementi chiave di un’offerta televisiva libera dai vincoli della regolamentazione pubblica – vengono offerti allo spettatore famelico in abbondante quantità, uniti ad un intrattenimento di altissimo livello estetico, garanzia di un’emittente che fa dello stile e della sostanza i valori fondativi del proprio credo televisivo. La firma di Tim Van Patten – supervisore alla regia di Boardwalk Empire e “sostituto” di Thomas McCarthy (sua la direzione del pilot originale, mai trasmesso) – fornisce l’imprinting ad un prodotto che si rivela pressoché invulnerabile ad attacchi critici di qualsiasi genere, forte dell’apporto tecnico e artistico delle consuete maestranze pregiate provenienti dalle scuderie HBO.

Gli scorci di natura selvaggia tra Marocco e Irlanda (queste le location “oppositive” della serie) si affiancano all’uso massiccio ma inevitabile di inserti in CG, concretizzando visivamente l’atmosfera di “realismo fantastico” entro cui il racconto si snoda: una dimensione inquietante e sospesa che le musiche “tematiche” di Ramin Djawadi contribuiscono ad intensificare. I percorsi individuali dei personaggi – perfettamente caratterizzati nei ruoli principali come in quelli più marginali (l’attenzione per il dettaglio è, d’altronde, uno dei fiori all’occhiello di HBO) – si intrecciano senza esita- zioni di sorta, grazie all’impianto narrativo orchestrato da Benioff e Weiss (con l’apporto dello stesso Martin), restituendo al complesso ordi- to letterario la sua realizzazione cinematografica. Dal grande schermo – luogo d’ispirazione e confronto (se non di supera- mento) per gli standard televisivi della rete – provengono inoltre molti volti noti del cast, quasi interamente britannico (salvo rare ma significative eccezioni): Sean Bean (il Boromir de Il Signore degli Anelli) e Lena Headey (moglie di Leonida in 300 di Snyder) su tutti ma senza dimenticare Peter Dinklage, la cui interpretazione di Tyrion “The Himp” Lannister, vale all’attore americano il primo Emmy della carriera.

Le tredici candidature e i due premi ricevuti al Nokia Theater di Los Angeles lo scorso 18 settembre aprono a Game of Thrones la strada verso i Golden Globe, dove la “creatura” di Benioff e Weiss potrebbe guadagnarsi un posto nella memoria storica della televisione seriale: avvincente fino all’ultimo episodio e con la promessa di una seconda stagione all’altezza della precedente (negli Stati Uniti arriverà nell’aprile 2012) è insomma la riconferma, ennesima e ormai superflua, di una superiorità schiacciante e indiscussa, che non faticherà a trovare adepti nemmeno tra gli spettatori italiani di “seconda visione”. D’altra parte, recita il vecchio adagio, it’s not tv, it’s HBO.

Voto: 9

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