La notte del giudizio

la notte del giudizioThe Purge – USA 2013 – di James DeMonaco – horror – 85′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Qualcuno secchi il ragazzino sosia di Dave Grohl. Il paradosso di La notte del giudizio sta proprio nell’inconscio desiderio di vedere l’eliminazione fisica dell’unico personaggio interessante. Al suo sguardo inquietato-e-inquietante sono legate le poche svolte narrative degne di nota in una sceneggiatura che pare un plastico di trenini, dove è possibile far scambiare linea ai convogli quanto si vuole, ma alla fine il percorso lo si ha davanti agli occhi fin dall’inizio. Non è colpa sua e così gli slanci dell’es da spettatore si annullano giustamente nella lucidità post-visione. The purge è un thriller congetturale – per la serie fantasie-da-cartella-stampa – ma soprattutto è un’opera di cui si poteva fare a meno, telecomandata, scolastica fino alla pedanteria, un manuale delle funzioni di Propp per principianti.

Stati Uniti, 2022. Lo stesso anno del futuro distopico de I sopravvissuti con Charlton Heston e tre anni dopo quello orwelliano di Blade Runner. Paragoni impietosi per sottolineare quanto il film scritto e diretto da James DeMonaco sia anni luce lontano da pellicole di trenta-quarant’anni fa. America, a nation reborn è il claim che ossessivo rimarca la rinascita operata dai nuovi padri fondatori dopo un periodo buio sulla strada di Cormac McCarthy. Pace e serenità regnano ipocrite sui volti di un popolo che sottopelle nasconde rabbia e pulsioni animalesche da homo homini lupus. Per questo il governo ha istituito ogni anno una notte della purificazione: 12 ore di epurazione legalizzata in cui tutto è permesso, le leggi sono sospese, tutti contro tutti in una scontro dove è ammessa ogni arma e bandita qualsiasi regola morale ed etica. Spara senza chiederti chi hai di fronte è l’esemplificazione di un profondo fallimento sociopolitico e ideologico.

Si configura così il perverso sogno capitalistico moderno dove i borderline si eliminano a vicenda nella solita guerra-tra-poveri, qui soltanto resa più esplicitamente violenta anche se il concetto di fondo è lo stesso di ogni epoca storica: nessuno di loro può vincere, ma soltanto procrastinare di anno in anno la propria dipartita. Nel mentre i ricchi se ne stanno protetti in rifugi blindati a seguire le dirette tv del massacro o in alternativa possono armarsi per un safari umano in cui conquistare trofei da appendere imbalsamati alla parete, meglio ancora se di qualche razza storicamente discriminata – con buona pace di Spike Lee e delle sue battaglie con Quentin genial-provocatore.

Ethan Hawke è il buon padre di famiglia americano, contento di aver contribuito fattivamente alla sicurezza dei propri cari e di tante altre persone (facoltose). I frequenti primi piani ce lo regalano iper-invecchiato con rughe evidenti, motivo che potrebbe giustificare lo spiegone sul meccanismo della purificazione, quando in realtà non dovrebbe rappresentare una novità visto l’annuale perpetuarsi. La vecchiaia a volte, o forse la sceneggiatura. Interessante l’arco narrativo del suo personaggio, da Mr. self-control con armi tenute in casa solo per precauzione a glaciale Bourne senza avere un passato da marines. Ha una moglie che porta il giusto equilibrio nella coppia e nella trama, una figlia scolaretta sexy in subbuglio ormonale che cova una serpe in seno e poi il già citato figlio accompagnato dal secondo personaggio degno di nota, un Timmy robot telecomandato e con visore notturno.

Proprio il bambino faccia-da-Dave-Grohl introduce l’elemento di discontinuità che getta la famiglia Sandin nel panico, prima ingiustificato-ma-legittimo poi concreto quando si palesa un gruppo di viziati ragazzotti guidati da un novello Peter di Funny Games (Rhys Wakefield), stessa faccia da pazzoide senza limiti, villain narcisista e annoiato tipico di una società che gli ha fatto credere che il male verso gli altri possa essere l’unico modo per stare bene con se stesso. Una parte e un attore che meritavano più attenzione in scrittura invece di essere ridotti a macchietta a metà tra il Joker di Ledger e le atmosfere beethoveniane di Arancia Meccanica. Il resto del film è fatto di pochi momenti interessanti, personaggi schizofrenici che cambiano umore da un’inquadratura all’altra, colpi di scena che s’intuiscono nei primi minuti del film – galeotto fu il vassoio di biscotti – e l’invidia per il vicino, nemico insopportabile da eliminare per compiere il proprio dovere da americani. Poi il sole sorge, la sirena annuncia la fine delle 12 ore e tutti tornano a vivere nelle loro splendide villette, a curare il prato verde e a intrattenere rapporti cordiali di vicinato con stampata in faccia l’espressione-tipo di Tobey Maguire che sembra dirti ‘state tranquilli, va tutto bene’. Si chiude la purificazione di maggior successo di sempre con un numero di uccisioni mai registrato prima durante la notte che ha salvato il paese. Ci rivediamo (non) tutti alla prossima edizione.

Una riflessione sulle armi in USA, sulla natura umana e sul contenimento della violenza sociale, con l’aggiunta di ulteriori riferimenti alti (tipo a La zona di Rodrigo Plà o a maestri del genere come Carpenter o delle suspense come Hitchcock) sono veramente troppo oltre sia gli intenti registici che i risultati concreti di quest’opera. Il budget ridotto (tre milioni di dollari) non è un’alibi sufficiente a giustificare la pochezza del film: negli ultimi dieci anni e più sono tanti gli esempi virtuosi che dimostrano il primato dell’idea sui soldi.

Voto: 3

 

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