La versione di Barney

la versione di barneyBarney’s Version – USA 2010 – di Richard J. Lewis – commedia – 134′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Nel 2010 Barney Panofsky ha 66 anni ed è un produttore televisivo di successo. Ultimamente non si ricorda mai dove ha parcheggiato l’auto, quale posata usare per il dolce e nemmeno di aver portato la bara del suo grande amico Leo al funerale dell’anno prima.

Alzheimer. Però possiamo saltare questa parte, tutti sappiamo come andrà a finire.

Nel 1997 il canadese Mordecai Richler scrisse ‘The Barney’s Version’s” , la più-o-meno inventata autobiografia con cui il ricco ebreo Panofsky cercava di sconfessare l’accusa dell’omicidio dell’amico fraterno Bernard Boogie Moscovitch mossagli da un detective della polizia nonché pessimo scrittore. Barney espone la sua versione dei fatti, raccontando quello che accadde prima e dopo quel tragico giorno: un provvidenziale/strampalato tradimento, alcool, la pistola delle (seconde) nozze regalatagli dal padre, un pontile sul lago, un canadair.

Pura invenzione narrativa? Richler non l’ammise mai, ma tra sigari Montecristo e whiskey single malt Macallan, le analogie con la sua storia personale son tante per essere solo coincidenze: autobiografica-finta-autobiografia.

Ma non è questo il punto fondamentale. E’ il dantesco amor che move il sole e l’altre stelle: la vita di Barney è scandita da tre storie d’amore (e relativi matrimoni), le uniche relazioni in grado di condizionare nel bene e nel male ogni cosa che lo riguardi.

La giovane pittrice Clara, tragicamente hippie fino alla (sua) fine. Amore troppo libero per essere vero.

La seconda signora P., ricca ereditiera oca con tanto di master, che fa da gustoso (per poco) e odioso (per troppo) intermezzo, salvo essere sostituita già durante il banchetto nuziale da Miriam. L’amore più grande, forte-troppo-forte, da rincorrere in stazione prima che sparisca per sempre, da cercare con testardaggine quando vuole scappare, da corteggiare spudoratamente e infine da vivere.

Ma la condanna di Barney è di non riuscire a trovare serenità, una certa calma interiore. Non è cattivo, perché sa regalare agli altri la felicità che sembra non avere, sia essa sotto forma di finti articoli della stampa bulgara o di soldi a fondo perduto per un romanzo che non troverà mai fine. Proprio non riesce a togliersi di dosso quell’inquietudine costante che lo porta di continuo ad auto-destabilizzarsi, a rompere controvoglia equilibri perfetti.

Commette l’errore più grande della sua vita, l’unico che rimpiangerà sempre: distruggere, per una sbandata, quanto di più grande e compiuto sia mai riuscito a fare. Dopo c’è solo tanto whiskey, sigari, ricordi, rabbia, insulti telefonici, i figli Michael e Kate. Una solitudine che l’Alzheimer incombente rende ancora più surreale e triste.

(Im)meritato limbo senza fine, eccessivo contrappasso in alternati flashback.

Non è un film completamente sincero, non è perfetto. A tratti forzati passaggi emotivo-narrativi con un protagonista edulcorato rispetto all’impetuosamente yiddish Barney del libro. Manca forse il coraggio di osare di più, di forzare la mano sulle orme delle parole scritte di Richler, in una direzione più Coen. Funziona, se non si è letto il romanzo, nonostante la consolatoria panchina finale.

Izzy Panofsky, l’irriverente padre con la faccia di Dustin Hoffman, si carica sulle spalle tutto il lato di forte critica sociale che Richler aveva modellato sul personaggio di Barney. Questione di prospettive registiche.

Poi due parole, se ancora ci fosse bisogno di conferme: Paul Giamatti. Bravissimo. Non è l’uomo giusto nel film giusto, ma riesce a dare credibilità e forza a un personaggio cucito su altra faccia/corpo.

I’m your man di Leonard Cohen in colonna sonora è la perfetta sintesi di una vita.

Mazel tov.

Voto: 7

 

 

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