Miracolo a Le Havre

locandina-18

Le Havre – Finlandia/Francia/Germania 2011 – di Aki Kaurismaki

Commedia/Drammatico – 93′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: mymovies.it)

La vita di Marcel Marx (André Wilms), modesto lustrascarpe della periferia di Le Havre, cambia radicalmente dopo l’incontro con un giovanissimo clandestino africano (Blondin Miguel), diretto a Londra ma arrivato per sbaglio in Normandia. Deciso a fare qualsiasi cosa pur di aiutare il ragazzo a ricongiungersi con la madre, Marcel vedrà infine ampiamente ripagata la propria generosità.

«Ma chi cazzo è ‘sto Kaurismaki?», sbottava il sindacalista Mastandrea in Tutta la vita davanti di Virzì, trasformando il regista finlandese più allergico ai riconoscimenti internazionali – al punto da rifiutare una potenziale candidatura agli Oscar del 2007 – in un riferimento da conversazione radical-chic tra intellettualoidi post-universitari.

Nulla di più lontano dal reale. Lungi dal presentarsi come cineasta snob da saletta d’essai, Aki Kaurismaki, “regista operaio”, non nasconde l’affinità elettiva che lo lega ai personaggi dei suoi film: creature della notte e della strada, spesso sole, disperate, in attesa di trovare la scintilla di un affetto o un guizzo della fortuna per rivoluzionare la loro esistenza.

A cinque anni di distanza da Le luci della sera – conclusione della seconda “trilogia proletaria”, iniziata con Nuvole in viaggio e continuata con L’uomo senza passato Kaurismaki torna tra gli applausi della Croisette, sfiorando per la quarta volta la Palma d’oro ma guadagnandosi l’apprezzamento della critica (con il FIPRESCI della stampa). Un riconoscimento più che meritato per un film capace di raccontare con la consueta delicatezza il dramma della povera gente, che al motto “aiutati che il ciel t’aiuta” preferisce il ben più pratico “chi fa da sé fa per tre”, e alle grandi questioni sociali (disoccupazione, crisi economica, immigrazione) cerca di rispondere con le proprie forze.

In questo senso la rivisitazione italiana del titolo – il semplice Le Havre nel più “religioso” Miracolo a Le Havre, benché in grado di cogliere lo spirito fiabesco della storia narrata, rischia di deviare le intenzioni del regista verso una china meno neutrale. I “miracoli” che Kaurismaki racconta non sono quelli generati dalla fede, ma nemmeno dalla scienza medica: la divina provvidenza cede il passo ad una coscienza laica, che demanda al caso, al destino, fors’anche all’errore (non tragico) il corso degli eventi. Ad una buona azione, compiuta senza alcun desiderio di guadagno – senza, cioè, alcuna a-moralità kantiana – fa seguito una magia capace di cambiare silenziosamente le cose: un miracolo, appunto, ma discreto e privo di inutile clamore. Come, d’altronde, è il cinema di Kaurismaki.

Affezionato ad una contemporaneità che tradisce il senso del passato, offrendone un ritratto “verista” seppur venato di nostalgico anacronismo, il regista finlandese si sposta dalla terra natale in Francia, tra i vicoli di una cittadina di mare in cui la vita sembra essersi fermata a molti decenni fa. Come la fiammiferaia dell’omonimo film, così il lustrascarpe Marcel – ultimo rappresentante di una schiera di figure stravaganti ma intensamente cariche di umanità – sembra uscire direttamente da una fiaba di Andersen: l’anziano pieno di bontà e di incrollabile ironia (simile, in questo, al protagonista de L’uomo senza passato) che si getta anima e corpo nella giusta causa, aiutando un ragazzino più disperato di lui.

Il pessimismo semi-cosmico affidato a Le luci della sera – e ad un finale amaramente incerto – si stempera in un ritrovato sentimento di speranza, incarnato dalla metafora, semplice ma immediata, di un pesco in fiore.

Il do ut des senza scopo di lucro di cui il destino si fa garante interviene a sostituire una progressiva discesa nel totale annientamento dell’individuo e le disgrazie del guardiano Koistinen diventano soltanto un ricordo sbiadito. Ed è curioso che tale rivoluzione benefica si realizzi proprio grazie a quello stesso ragazzino di colore, con cane al seguito, che, ne Le luci della sera, conduceva involontariamente il protagonista verso la prima di una lunga serie di umiliazioni.

Della fiaba a lieto fine Miracolo a Le Havre ha invece tutti i presupposti: un protagonista dall’esistenza misera ma dignitosa, con poche possibilità di miglioramento, una serie di sventure all’apparenza ineluttabili ma pronte per il cambiamento, perfino un antagonista dall’animo gentile (il fumettistico commissario Monet, interpretato da Jean Pierre Darroussin) che si rivelerà decisivo per la buona riuscita del piano orchestrato dal protagonista. Un piano che, come sempre nel cinema di Kaurismaki, si svolge all’insegna della semplicità. Le dinamiche scoperte di azione-reazione, desunte dall’impostazione drammatica di certo cinema americano, non si riflettono minimamente nella scrittura essenziale e rarefatta del Kaurismaki sceneggiatore, cui è sufficiente un gioco di sguardi, un movimento di passi, un dialogo appena abbozzato, per costruire una sequenza di immediata efficacia.

La musica, meglio se live, gioca un ruolo fondamentale nel definire il contrasto tra le atmosfere retrò tanto care al regista e una modernità che trova nel sonoro, più che nell’immagine, la modalità più adatta per definirsi. Se in Ho affittato un killer era l’ex-Clash Joe Strummer ad animare (momentaneamente) l’immobilità indifferente della periferia francese, e in L’uomo senza passato un triste complessino di poliziotti-volontari, in Miracolo a Le Havre è Roberto “Little Bob” Piazza, improbabile rocker dall’animo romantico, a permettere, con la sua musica, che il destino del giovane Idrissa (Blondin Miguel, in un ruolo defilato ma spontaneo) possa compiersi come stabilito.

Scegliendo di non rinunciare a quel linguaggio che è firma inconfondibile del suo cinema, Kaurismaki tiene fede al proposito di dipingere ritratti del reale sempre incisivi e mai sovraccarichi, usando i toni grigi e pastello di un mondo sommerso, inghiottito agli angoli delle grandi città, negli interni umili ma fieri di chi non può permettersi che lo stretto indispensabile. La sua estetica della chiarezza coglie allora nel segno, riuscendo a distinguersi in un panorama cinematografico ricchissimo di contributi sul tema dell’immigrazione e arrivando al cuore del problema – e dello spettatore – con una sensibilità senza eguali.

Voto: 8

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