marPiccolo

marPiccoloItalia 2009 – di Alessandro Di Robilant – drammatico – 93′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine. imdb.com)

MarPiccolo è un insenatura marina situata all’estremità più settentrionale del Golfo di Taranto. Acqua salmastre, cozze, aragoste, dentici, spiagge e abbronzatura da paura con la diossina dell’ILVA come canta giustamente lo scapigliato Caparezza. Taranto, città simbolo delle tante contraddizioni della Puglia e in generale del Sud Italia, quello dove le speculazioni e le ruberie di pochi ‘furbi’ mettono in ginocchio la gente comune, quella che lotta tutti i giorni anche solo per stare a galla o sopravvivere alla mafia che schiavizza lavoratori e spaccia la moria più buona, sempre per citare il cant-autore di Molfetta.

Ilva, ex Italsider, onnipresente background spettrale di un passato e presente industriale che porta con sé malattie, inquinamento e un futuro ancora più incerto per chi ci vive, come se non bastasse già tutto il resto.

Tra una casa di cartone e una di mattoni vive Ti(ziano), ragazzo sveglio e intelligente; per necessità (vivere) e volontà (scappare via) si dà al crimine, quel ‘Grande Fratello’ che nell’ombra controlla tutto e tutti: cuore di tenebra che il Marlowe di Conrad scopre nella jungla profonda del Sudamerica e lui tra le pagine di un libro letto controvoglia ma apprezzato. Viene da chiedersi se nascere in un dato luogo ci predestini ad un certo tipo di vita, ad un’esistenza solo in apparenza libera ma in realtà poggiata su ‘binari’ che permettono pochi cambi di direzione ma destinazioni conosciute, morte, carcere e disperazione.

Tiziano vuole andare via con Stella, la sua ragazza, da questa Taranto che consuma e uccide, prima che sia troppo tardi, prima di essere troppo dentro/in fondo per poterne uscire. La sua storia è quella di chi ci prova con tutta la forza e i mezzi, legali e non; non è un fuggire dalle responsabilità, da un luogo che ci sta stretto solo perché non riesce a convivere con sé stesso: è l’urlo di chi non ne può più del crimine-padrone, di un’esistenza mai veramente libera perché se non sei con loro sei contro di loro e così non puoi resistere a lungo. Il padre degenere ex Ilva si gioca la cassa integrazione e l’affetto della famiglia ai videopoker, insensata ossessione che il figlio cerca di sanare, perché alla fine quell’uomo è quello che l’ha fatto nascere. Luce dei suoi occhi è la sorellina cui si dedica con passione, proteggendola per far si che il suo puntino rosso non si unisca a quello blu. Poi la madre-coraggio che prova a tenere unita la famiglia sotto una coperta troppo corta, dove c’è sempre qualcuno che rimane fuori.

La situazione precipita quando Tiziano vuole fare il passo più lungo della gamba: sogna il grande colpo, quello che ti risolve la vita o te la inguaia in modo più o meno irreparabile. Inevitabili ma tragiche/logiche conseguenze. Il carcere.

‘Ma non vi accorgete che vi stanno derubando in casa’ dice il paterno direttore del centro di correzione, l’unico a credere in ragazzi sbandati di una generazione che è ancora in tempo per cambiare. Perché possono capire che la vera sconfitta per la ‘mafia’ è sentirsi dire no: se le autorità pubbliche abbandonano i loro cittadini al proprio destino, è al singolo che rimane l’unica possibilità di riscattarsi. La speranza di un futuro migliore o almeno lontano da logiche criminali sta proprio nel coraggio di dire no. Nell’allontanarsi da quella delinquenza tanto radicata e quotidiana da essere accettata/sopportata perché se qualcosa non va ‘qui ormai a tutto ci pensa Tonio’. L’omertà e la rassegnazione sono i mali più grandi perché perpetuano una situazione di degrado, fomentano un sistema mafioso che all’apparenza porta vantaggi (casa, cibo, una vita ‘serena’,…) ma in realtà maschera un rapporto di semi-schiavitù, vero strumento di controllo di ogni organizzazione criminale. Sul piatto della bilancia c’è la sopravvivenza, l’essenziale per cui è difficile non scendere a compromessi. Tiziano non ci sta ma dovrà combattere contro un sistema onnisciente e anonimamente diffuso dappertutto.

Alessandro Di Robilant è regista scomodo, aspro, diretto. Prende una storia vera e la trapianta a Taranto, mala-città con tumore sociale in avanzata metastasi. Ci racconta di una Gomorra più personale, imperfetta, meno fredda e asettica ma più empatica. Giulio Beranek, nato da genitori giostrai, sa divincolarsi tra i ‘casini’ della vita con un talento attoriale grezzo ma potente: faccia giusta per un disagio e un’inquietudine pronte ad esplodere. MarPiccolo è la storia di un ragazzo che cerca la propria redenzione. Forse il miracolo è possibile. Di Robilant racconta di quest’angolo di italietta dimenticata e agonizzante ma ci lascia intravedere una speranza. Gli vogliamo credere.

Voto: 8

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