Millennium – Uomini che odiano le donne

Millennium - Uomini che odiano le donneThe Girl With the Dragon Tattoo – USA 2011 – di David Fincher – thriller – 158′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Il magnifico silenzio della neve, gli immobili impressionismi alla Monet e quella luce glaciale con cui Sven Nykvist raccontava le malinconiche solitudini di Bergman. La Svezia del nord con le sue notti d’inverno che sembrano non finire mai e le estati con il sole di mezzanotte.

Un telefono squilla. Lo stesso quadro che da quarant’anni ritorna puntuale a tormentare, quel passato nascosto sotto una sottile impiallacciatura come un tavolo dell’IKEA. Un irrisolto caso Rebecca.

Il dark-elettro intro di Immigrant song, pezzo d’antologia rivisitato da Trent Reznor e Atticus Ross con la voce di Karen worried-shoes O, scorre sugli inquietanti titoli di testa alla maniera dei video(clip) di Chris Cunningham. Un piccolo gioiello di ematite.

We come from the land of the ice and snow, from the midnight sun where the hot springs blow.

A quasi duemila chilometri a est dell’Islanda epico-mitologica cantata dei Led Zeppelin, c’è la Svezia noir di Stieg Larsson dal glaciale Norrland all’estetica minimalista di Stoccolma quella democrazia perfetta che nasconde crepe più profonde e oscure di quanto si possa immaginare. Mikael Blomkvist, naturale alter ego del suo autore, è un idealista puro, un giornalista d’inchiesta che si batte contro la corruzione nella finanza e nel governo in difesa di chi ignaro di tutte le macro-macchinazioni ne subisce i subdoli effetti negativi. Ampio sarebbe il discorso sulla finanza globale, ma s’andrebbe fuori tema.

L’ultimo articolo pubblicato dalla rivista Millennium è stato il classico passo più lungo della gamba, sono stati toccati poteri forti e uomini troppo protetti per essere affondati dalle taglienti colonne di un giornale. Credibilità professionale compromessa, un patrimonio economico prosciugato tra cause e risarcimenti, una famiglia già divisa con l’ex moglie preoccupata dell’assegno mensile e una figlia trascurata che si rifugia nella Bibbia. La chiamata di Henrik Vanger (l’ottimo Christopher Plummer presente anche nel bello-ma-invisibile Beginners di Mike Mills) è l’occasione giusta per sparire dalla circolazione, isolarsi e ricostruire un po’ di quella vita crollata quando il martelletto di un giudice ha ratificato la condanna. Ti troverai ad indagare su ladri, avari, prepotenti, la più detestabile collezione di individui che incontrerai mai. La mia famiglia.

Tra notti (quasi) polari che destabilizzano gli equilibri mentali e lo zero assoluto delle relazioni sociali, una dinastia che non si è fatta mancare nulla: non-proprio-ex nazi, solitari, misogini, antisemiti, ricchi viziati in mega ville grandi quanto vuote, un impero economico in decadenza, quintali di fango nascosti sotto un aristocratico perbenismo di facciata. Quel guazzabuglio di segreti e intrighi che nutrono l’istinto voyeuristico e gossipparo dell’uomo medio.

Honda 350CL Scramb nera (customizzata in stile retro-fighter dal californiano Justin Kell), casco nero, giubbotto di pelle nero. Lisbeth Salander, l’anti-eroina dai capelli corvini, genio testardo e solo-in-apparenza asociale. Lei è molto diversa, diversa come sono diversi quelli che non fanno nulla per esserlo, ma lo sono perché la vita li ha portati sulla strada più difficile senza possibilità di scelta. Una Audrey Hepburn con tatuaggi e piercing (Michiko Kakatani sul NY Times), una Pippi Calzelunghe ormai cresciuta, ma con lo stesso spirito combattivo. Lisbeth è una lunga serie di cicatrici del passato, istintività animale, un’intelligenza fuori dal comune e la fragilità di chi ha sempre dovuto difendersi. Anche quando subisce le peggio violenze non è mai vittima, cova quel rancore che la proietta già al momento della vendetta, quello in cui si ribalteranno i ruoli, in cui ogni brutalità cadrà con un contrappasso decuplicato su chi l’ha commessa. Una giustizia personale dove non ci può essere quella delle leggi, un’empatia scomoda-ma-inarrestabile.

La sua storia s’intreccia per caso con quella di Mikael: prima è solo uno dei tanti da profilare per lavoro, poi il compagno di un’atipica coppia d’investigatori alla ricerca di chi ha fatto sparire Harriet-delcazzo-Vanger. L’iniziale diffidenza felina, gli artigli che si ritraggono lentamente, l’attrazione sessuale, poi l’inaspettata fiducia-mai-provata-prima. Rette che sembrano intersecarsi, ma che in realtà sono solo parallele, diversi piani di esistenza. Nella dialettica degli opposti Lisbeth-Mikael si gioca la chiave di tutto il film, quello che rende interessante una trama già vissuta e un mistero stra-vecchio risolto in modo troppo debole e artificioso. Con buona pace del successo postumo di Stieg Larsson: in vita si era battuto con risultati alti in cause più meritevoli (lotta alla corruzione del potere, ai neofascismi che abusano della parola libertà, alla violenza sulle donne, alla xenofobia) che riecheggiano disinnescate nella trilogia Millennium.

Fincher non è un regista di emozioni, distaccato e asettico anche quando il racconto si fa più intimo/umano (Il curioso caso di Benjamin Button, ma-non-solo). Il suo sguardo registico usa consciamente il mezzo cinematografico per gestire il contro-transfert con i propri personaggi e mantenere l’analisi su un livello più clinico. A tratti il linguaggio s’impone invisibile e prepotente, quasi a voler rompere l’immersione totale nella diegesi e a non macchiarsi con le emozioni. Tutto si amplifica in un soggetto così nordico e a-sentimentale come quello di Larsson, ottima materia imperfetta per un buon film per dirla come il papà del thriller moderno Alfred Hitchcock. Atmosfere cupe di un noir sottozero sporco-ma-patinato senza quel pessimismo privo di speranze che si percepisce nel trailer dell’ultimo Batman di Nolan, accostamento ardito giustificato dall’appartenenza dei due registi al ‘club dei migliori in circolazione’.

Daniel Craig, dopo aver ridato linfa vitale a un franchise imbolsito come quello di 007, è un credibile giornalista d’inchiesta alla ricerca del riscatto professionale, con quel sex-appeal da macho-quanto-basta e quel minimo d’ironia che mancavano al suo omologo svedese. Da storia del cinema la scena in cui entra furtivo nella casa di Martin Vanger (interpretato da Stellan Skarsgard). Rooney Mara, pur meritando un plauso per il talento, la risolutezza e la capacità di trasfigurarsi in un personaggio alieno rispetto ai suoi lineamenti gentili, non ha il piglio rapace della protagonista dell’originale, limite compensato da un m  articolato sviluppo dell’arco narrativo della sua Lisbeth. In un cast di alto livello il protagonista aggiunto, sia dietro che davanti la macchina da presa, è l’inverno svedese con il freddo rigido e le conseguenti difficoltà produttive, i silenzi, l’isolamento forzato/voluto, i gelidi colori fotografati con digital-maestria dal sodale Jeff Cronenweth. Quasi pleonastica risulta la citazione del duo in montaggio, Kirk Baxter e Angus Wall, che riesce a non far sentire la lunga durata e impreziosisce il tutto con tocchi di classe tanto sublimi quanto invisibili, da nerd dell’editing.

Fincher, pur non realizzando un capolavoro, dà ulteriore prova di un talento che era già evidente quando a essere cult erano i suoi film (Seven e Fight Club) e non il loro autore, snobbato perché come tanti della sua generazione s’era fatto le ossa tra commercial e video musicali. David contro tutti.

E’ di nuovo Natale, ho un amico e sono felice. Sarebbe troppo semplice.

Voto: 8

 

 

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