Motel Woodstock

motel woodstockTaking Woodstock – USA 2009 – di Ang Lee – biografico/commedia/drammatico – 120′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Ang Lee non ci siamo. O meglio non proprio.

Doverosa premessa: non è un brutto film, anzi. Però dal regista taiwanese ci si aspettava decisamente di più! Come potrebbe essere altrimenti se si pensa che quest’uomo ha vinto a Cannes, Venezia, Berlino e ha pure un Oscar sopra la mensola del suo camino zen. Intendiamoci però: se questo film l’avesse fatto un signor nessun forse saremmo qui a dire di aver trovato un piccolo gioiellino indie… però è di Ang Lee e di certo non possiamo giudicare questo film senza pensare a quel che ha fatto in passato (Il banchetto di nozze, La tigre e il dragone, Brokeback Mountain).

I presupposti c’erano tutti: il più grande concerto/evento della storia, l’idea ardita di raccontarlo senza mostrarlo dando vita e volto al backstage (ovvero tutto quello che c’è stato attorno a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Joan Baez, Santana, Creedence, The Who, Greatful Dead, Jefferson Airplanes, Joe Cocker,…potrei continuare ancora a lungo), bravi attori e musica che fatto la storia! Bisogna dare atto a Lee di aver cercato di raccontare l’impresa di Lang e compagni da una prospettiva diversa, riuscendo ad infondere la poesia del suo stile, i suoi colori, la sua visione del mondo in una storia come quella di Woodstock, svelando anche dei retroscena meno da leggenda come il fatto che dietro tutto c’erano anche dei tizi in giacca e cravatta che viaggiavano limousine.

I momenti migliori sono nella prima metà quando la vita del paesello di campagna viene sconvolta dalla decisione di un ragazzetto di ospitare un raduno rock “hippie” rifiutato dalla vicina e ancor più provinciale (nei modi) cittadina. Le lenzuola buone stese sul prato per disegnare una X nel punto dove atterrerà un elicottero che cambierà la vita e la storia di tutti. In questo Ang Lee dà del suo meglio: nel raccontare come fu che un ragazzino (o poco più) riuscì a portare nel suo paese più di 500.000 giovani (dentro e/o fuori), le difficoltà organizzative, i momenti divertenti e quelli memorabili, l’ottusa ostilità dei concittadini, l’energia delle persone che nel progetto ci credevano.

È quando il film parla delle libertà, a lungo e inconsciamente cercate, che ci si fa trasportare dalla immagini; e non importa che età uno abbia, ciò che conta è trovare la propria libertà. Lee è da sempre regista attento ai suoi personaggi, ai loro stati d’animo, ai loro gesti e finché gli sta vicino riesce a trasmettere le emozioni che vivono, la passione. Poi con una scelta inopinata decide di allontanarsene, di guardare tutto da più lontano perdendo di vista la vera storia e la strada da seguire…da quel punto il film si trascina in un limbo strano. Non si capisce bene dove il regista voglia andare, tanto che forse questa cosa non era chiara nemmeno a lui.

Tra scene inutili (quella nel pulmino Volkswagen è sì indicativa di quel mondo, ma tanto abusata da risultare fastidiosa) e altre troppo clichè, brilla di luce propria la prova di Liev Schrieber nella parte del trans Vilma: ogni volta che entra in scena gli dà un senso sia per lo spettatore sia per gli attori nel film. E se il finale recupera un po’, difficilmente si arriva ai titoli di coda senza un po’ di amarezza per l’occasione mancata. Menzione necessaria per la famiglia proprietaria del motel, vero cuore del festival: un trio eccezionale di attori, Demetri Martin, Henry Goodman e Imelda Staunton (magnifica nella parte della rabbiosa moglie, esule russa in perenne conflitto col mondo e con sé). E forse è proprio vero che “ogni stroncatura è un atto di amore mancato”. Anche se questa è forse solo un’ammonizione.

Voto: 7

 

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