Qualunquemente

qualunquementeItalia 2011 – di Giulio Manfredonia – commedia – 96′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

‘Quando anni fa proposi alla RAI il personaggio di Cetto La Qualunque mi dissero che era troppo azzardato legare così strettamente sesso e politica’

Antonio Albanese a Che tempo che fa.

‘…anche alla luce delle attuali cronache non soltanto giudiziarie, la realtà in Italia è in grado di competere con le più ardite fantasie letterarie. Che qui da noi nulla è impossibile e tutto può accadere, perché tutto è già accaduto’

L’ex magistrato Libero Mancuso nella prefazione di ‘Strage’ di Loriano Macchiavelli, versione più-o-meno-ma-non-troppo romanzata dell’eccidio della stazione di Bologna.

Contesti, persone, eventi lontani anni luce l’uno dall’altro, eppure così vicini; in Italia è sempre stato così: il paese delle anti-meraviglie dove non sembra esserci limite al peggio, dove ogni giorno si scoprono nuove pagine di quel racconto dell’orrore che serve soltanto a nascondere un Male/cancro ancora più distruttivo. Una volta c’erano i depistaggi del Sismi, oggi escort-soubrette-igeniste dentali. Questione di prospettive.

Ma questa è un’altra storia.

Cetto La Qualunque lascia la tv e le ‘vacanze forzate’ in Sudamerica per tornare nella sua amata Calabria; scende della jeep-ecomostro per respirare i sapori della sua terra, uno sguardo al panorama, una boccata dalla sigaretta prima di buttarla tra l’erba secca dandogli fuoco. Si fa tutto secondo natura, non si sta inventando niente.

Cetto ritorna perché il suo paese è a rischio legalità, perché c’è qualcuno senza vergogna che ancora pensa sia legale schierarsi completamente della parte della legge. La cupola l’ha scelto come paladino della ‘giustizia’, di quell’Italia che preferisce sempre la strada più facile. Una pausa (sdraiabilmente) di riflessione, un esplosivo messaggio d’avvertimento all’inerme De Santis e la campagna ha inizio: cambio di look, comizi, distese di pilu, 17 Jacuzzi, amici e parenti pronti per un posto in comune. Nell’improvvisazione politica italiana, s’inventa politico da un giorno all’altro.

Le cose però non sembrano funzionare come si vorrebbe, così il suo staff chiama in soccorso il lombardo-barese Sergio Rubini, eccentrico guru da campagna elettorale che nasconde l’anima pugliese tra zen e tai-chi: costi elevati, ma risultato garantito perché forse aveva ragione Churchill, ogni popolo ha il governo che si merita.

L’epilogo dell’amara favola è scontato.

Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive cantava Elio in un SanRemo di tanti anni fa, raccontando di un’Italia-terra dei cachi che tanto poteva sembrare parossistica allora tanto è vera oggi. Nel film, come nel nostro paese oggi, si annuncia un decesso eccellente: la moralità; battuta e schiacciata sotto il peso della modernità che avanza mentre gli italiani sinni futtono.

Sarebbe limitante pensare che gli autori si stiano riferendo unicamente all’uomo che da anni imperversa tra le alte sfere della politica nostrana. Albanese e il fidato Piero Guerrera raccontano innanzitutto la storia di un paesello di confine e ai confini della legge, dove trionfa quell’arte tutta italiana di arrangiarsi. Una sorta di Far West mediterraneo in cui si sopravvive meglio se armati. Non si vuole inventare nulla, non si pretende di poter giudicare. Cetto è uno spaccato veritiero del nostro paese, un italiano medio alla ricerca della soluzione più comoda ai propri problemi. Indirette, ma chiare assonanze con la realtà: la differenza è che qui si rivendicano con orgoglio le proprie nefandezze, o quantomeno non le si nega.

Albanese, lombardo di genitori siciliani, conosce bene quello di cui parla. La sua comicità vira sempre al grottesco, al surreale, a quella di Tati e Peter Sellers. Non ha semplicemente colto l’occasione del momento con satira da cabaret, ma ha costruito negli anni un personaggio, gli ha dato vissuto, ricordi, una personalità a tutto tondo. Sa caricare così tanto le situazioni da rendere ridicoli uomini che sono fondamentalmente dei perdenti, lontani anni luce dal buon gusto, dal buon senso, dalla morale, dal rispetto e dal bello della vita.

Anche Fantozzi era uno splendido ritratto dell’italiano medio, un borderline senza possibilità di riscatto. Però lui era un perdente vero, riconosciuto come tale. Cetto invece un perdente che vince. Realismo in purezza.

La sua influenza negativa ammorba tutto quanto lo circonda, annulla ogni possiblità di salvezza: il De Santis post tribuna politica, uomo pallido e rassegnato, è specchio sincero della sconfitta, dell’ignoranza che trionfa.  Ma la peggio trasformazione è quella del figlio Melo: da disonore per il padre – la sua ragazza è senza minne ed è stato visto a girare in motorino con il casco – a piccolo clone. Cetto, padre invadente e ingombrante, distrugge il futuro del figlio instillandogli i suoi stessi anti-valori. Peccato la sceneggiatura non vi indugi abbastanza.

Qualunquemente è un film che non dà speranza, che non sembra offrire una possibilità di riscatto. La vera morale è solo nel denunciare con onestà, senza finali consolatori. Perché questa tragicomica favola dai colori pop (un plauso all’ottimo lavoro dello stylist Roberto Chiocchi) e musicata dalla Banda Osiris è un forte atto d’accusa verso i mali di una terra e allo stesso tempo l’unica prova d’amore possibile.

Massimo D’Azeglio non se la prenda, la storpiatura tocca anche a lui: ‘Ci siam fatti l’Italia..ora ci facciamo gli italiani’. Se questo film ha un limite vero è che non ha inventato niente. E’ tutto maledettamente vero.

Voto: 8

 

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