Sherlock Holmes – Gioco di ombre

sherlock holmes - gioco di ombreSherlock Holmes: A Games Of Shadows – USA 2011 – di Guy Ritchie – avventura/azione – 129′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Nello scorso episodio si narrava di un biondo regista di Hatfield che dopo la fine del matrimonio con una nota pop star stava ritrovando sé stesso, quel gran pezzo di cine-autore-cool disperso in una selva oscura nell’insolito mare d’agosto. Si stava sMadonnizzando. Nel frattempo al 221B di Baker St. di una dark Londra vittoriana, un atipico investigatore dalla barba incolta, i modi schiett-eccentrici e un geniale intuito fuori dal comune si barcamenava tra atonalità musicali per mosche, scazzottamenti vari e la (finta) magia nera di un vampiresco Lord inglese con manie di conquista mondiale.

Era il 2009 quando il mito di Sherlock Holmes rinasceva attraverso la macchina da presa di Guy Ritchie e l’affascinante faccia-da-schiaffi di Robert Downey Jr.: ‘interpreti’ perfetti per la necessaria e tarantinata (per l’intento rifrullatore, non per lo stile) rivisitazione dell’antiquato stereotipo alimentato da anni di disinnescate trasposizioni. Impossibile pensare a qualcun altro al loro posto. Rocambolesche avventure british che con indispensabile piglio descrittivo (ci) presentavano un mondo fatto di eroi non convenzionali e spietati avversari,  cupe atmosfere e chiaroscuri post seconda rivoluzione industriale, personaggi che rendono giustizia alle pagine di Conan Doyle. Un picaresco western ante-litteram.

Due anni solari dall’uscita del primo film e qualche mese dopo quegli avvenimenti, Holmes torna per salvare un’Europa sull’orlo di una crisi di nervi. Passati i decenni di sostanziale pace dopo la battaglia di Waterloo e la fine dell’utopia napoleonica, il vecchio continente stava registrando un acuirsi delle tensioni tra le varie potenze e una non troppo celata corsa al riarmo. Pochi anni più tardi lo studente serbo ultra-nazionalista Gavrilo Princip ucciderà a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, segnando convenzionalmente l’inizio (e il pretesto) di un conflitto mondiale dalle radici profonde e covate per decenni. Ma questa è Storia.

La coppia di sceneggiatori, Kieran&Michele Mulroney, ci catapulta senza convenevoli in medias res. Strasburgo 1893, un attentato anarchico è soltanto l’eclatante esternazione di un’instabilità storico-politica che incombe come le tempestose nuvole scure nel cielo di Londra. Un triste presagio.

Watson sta per convolare finalmente a nozze con l’istitutrice Mary, mentre Holmes e i suoi travestimenti stanno dietro alla solita Irene Adler che questa volta si è cacciata in guai più grossi di quanto possa pensare. Il burattinaio di turno è lo stimato professor James Moriarty, l’oscuro individuo del primo episodio, quello con la pistola a scatto a-la-Travis Bickle per cui lavora(va) la bella e forse non abbastanza furba Miss Adler, un’inconsapevole pedina sullo scacchiere. Uomo dall’ingegno fuori dal comune, campione di box a Cambridge, luminare della matematica, amico personale e consigliere del primo ministro britannico.

Un ragno al centro di una tela dai molteplici fili che si diramano in centinaia di biforcazioni, dove il suo nome scorre come un flebile sussurro fino a scomparire.

Un Napoleone del crimine, una mente diabolica capace di mettere in scacco anche il più talentuoso degli investigatori: la sua nemesi, il caso più importante di tutta una vita. Moriarty s’inserisce sinuoso nelle macchinazioni e nei vuoti di potere tra stati e con la leonina abilità di un arlecchino servo di due-e-più padroni s’impossessa proditoriamente dell’offerta (armi, cotone, oppio, acciaio) per poi crearne la domanda (una guerra su scala mondiale).

In viaggio per i paesi che saranno coinvolti nel conflitto, Holmes sarà complice di Watson nel crimine estetico di abbinare un raffinato abito militare con quella atroce sciarpa fatta a maglia, chiaramente uno dei primi sforzi della sua fidanzata. Inghilterra-Francia-Germania-Svizzera. Un addio al celibato con tanto di cosacco acrobatico, bizzari trans-vestimenti, mimesi urbane, la chiromante Madame Simza, un utile ragalo di nozze, incontri con anarco-burattini, un infallibile cecchino congedato con disonore, gemelli non fraterni, oltre confine a cavall(in)o, il piccolo Hansel e il paese dove rispettano la vita privata di chi ha un patrimonio.

Il post-moderno Sherlock Holmes di Guy Ritchie parte piano e poi non si ferma più, come un treno lanciato a tutta velocità, con tanto di stupendo villain in puro stile 007: il diabolico Moriarty interpretato da Jared Harris è l’antagonista carismatico che il nostro anti-eroe meritava. La coppia Downey Jr./Law gira al massimo: un Holmes istrionico-gigione-psicotico-estatico all’ennesima potenza, un Watson lontano dalla caricaturale ottusità del suo clichè, perché quando c’è da menà se mena, altro che il mai scritto elementare Watson.

Cast arricchito da comprimari eccelsi: l’uomo che ama girare nudo per casa, Mycroft, super-scaltro fratello maggiore di Holmes con il phisique du role di Stephen Fry; una Kelly Reilly che non si limita a rovesciare calici di vino in faccia, ma si rende co-protagonista di alcune delle scene e dei dialoghi più riusciti. Vorrei citare anche la cartomante di Noomi Rapace, ma il suo personaggio risulta troppo compresso tra i due ingombranti protagonisti (sceneggiatura o tagli in sala di montaggio?), peccato perché le carte in regola le ha. Ottimi caratteristi occupano tutti gli altri ruoli più-o-meno secondari.

Dal punto di vista tecnico il film è un gioiellino, un’orchestrazione perfetta. La fotografia di Philippe Rousselot è da lacrime agli occhi, così come le inquietanti atmosfere del color grading in telecinema. Se le scene d’azione sanno essere allo stesso tempo serrate e mai caotiche (non del tipo “giriamo inquadrature a caso che tanto poi le montiamo con stacchi veloci”)il merito, oltre all’indubbia sapienza registica, va a James Herbert, capace di star dietro con il montaggio alle accelerazioni, alle frenate da 24 a 800 fps con pazzeschi slow motion made in Phantom HD (non si finirà mai di ringraziarne l’inventore) e alle ripartenze dell’ipertestosteronico inglese. Stratosferica la scena nel bosco: alta tecnica al servizio di arte e narrazione. Hans Zimmer alla colonna sonora è una sicurezza (notevoli in particolare i temi in salsa gipsy) che nei decenni di carriera ha saputo farsi più autoriale anche nel mainstream, firmando anche quei gran pezzi di colonna sonora di Inception e dei Batman di Nolan.

Un’ultima memorabile avventura auto-distruttiva, una partita difficile come quella della trota schubertiana contro il vile pescatore che intorbida le acque per catturarla.

Sono lieto di pensare che potrò liberare la società da ulteriori effetti della sua (Moriarty) presenza anche se, temo, a un prezzo che addolorerà i miei amici e specialmente lei, mio caro Watson. Disse l’uomo che gettava le donne giù dai treni, quello cui non scappa nessun dettaglio.

È con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva.

The end?

Un doppio post-scriptum:

– qualcuno faccia dirigere a Guy Ritchie un James Bond, sarebbe l’uomo giusto al servizio di sua Maestà;

– in tema di riadattamenti letterari da Conan Doyle, merita attenzione la notevole serie tv ‘Sherlock’ creata da Steven Moffat e Mark Gatiss per la BBC di cui è appena iniziata la seconda stagione.

Voto: 8

 

 

 

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