Sherlock Holmes

sherlock holmesUSA 2009 – di Guy Ritchie – azione/avventura – 128′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Sembra sia passato lo sciagurato periodo di tentato suicidio artistico di Guy Ritchie, quello che portò all’evitabile nascita del guazzabuglio pseudo-filosofico/new age di Revolver (sceneggiato assieme a Luc Besson) e soprattutto all’obrobio fatto cellulosa che risponde al nome di Travolti dal destino, sventurato ed inutile remake del film di Lina Wertmuller del ’74, realizzato per “esaltare” le doti recitative della (per fortuna) ex moglie, Madonna.

Il Guy Ritchie di Lock&Stock e The Snatch è ancora lontano, ma siamo sulla buona strada..il distacco dalla regina del pop ha decisamente giovato al regista di Hatfield.

“Don’t call me Mr. Madonna”. A buon diritto, anche perchè il Ritchie regista nasce prima e a prescindere della relazione con la diva.

Sherlock Holmes è un buon film come il precendente, Rocknrolla, con cui condivide gli stessi (piccoli) problemi/limiti: è inutile girarci troppo attorno, da lui ci si aspetta qualcosa di più! La sensazione è quella di un leone in gabbia, di uno splendido cavallo da corsa tenuto a freno. Le storie, i personaggi, la regia e il montaggio sono i suoi ma oscillano sempre tra l’inesploso e la sensazione che manchi qualcosa. Le premesse/potenzialità ci sono tutte, ma sembra quasi che Ritchie preferisca limitarsi, non eccedere con i virtuosismi tecnici e narrativi a favore di uno stile più “commerciale”, alla portata di tutti. Sembra un po’ come il Wong Kar-Wai americano di My Blueberry Nights: si vede chiaramente che è un suo film ma è come se avesse voluto limitare il suo essere autore, annacquando il suo stile per renderlo meno forte/d’elite. Curiosamente anche in questo recitava Jude Law.

Considerazioni en passant che lasciano (forse) il tempo che trovano. Tra l’altro, visto il finale aperto, questo film dovrebbe essere solo il primo di altri, anche perchè il buon Sir Arthur Conan Doyle ha lasciato in eredità un gran numero di personaggi e spunti narrativi. In questo senso ci sta che con il capostipite cinematografico di una serie si voglia introdurre lo spettatore in un mondo, con quella “lentezza” necessaria a presentare protagonisti e e situazioni. Detto questo, l’Holmes di Ritchie/Downey Jr. è decisamente lontano dall’archetipo diffuso, quello dell’inglese tutto compostezza, pipa e deduzioni brillanti: sulle ultime due ci siamo, sul primo aspetto direi che siamo lontani anni luce! E non è un male, anzi. Perchè il regista stravolge (riportandolo alle origini) il personaggio del classico investigatore entrato nell’immaginario di chi non ha letto Doyle: il suo Holmes non porta il cappelletto verde, non dice “elementare Watson” e soprattutto è uno che mena, se ce n’è bisogno!

In una Londra dark di fine ‘800, Holmes/Robert Downey Jr. con l’aiuto di Watson/Jude Law deve fare i conti con il cattivone Lord Blackwood/Mark Strong che tra (finti) poteri paranormal-diabolici e trucchi ben riusciti, ha deciso di controllare con la paura e la superstizione il popolo dell’Inghilterra prima e del mondo poi…perchè si sa che l’ignoto e il soprannaturale terrorizzano chi non li “controlla” o non capisce cosa ci sta veramente dietro. Se poi ci aggiungiamo la “vecchia” fiamma Irene Adler/Rachel McAdams, sempre pericolosamente dietro l’angolo e accompagnata da personaggi poco raccomandabili (aggancio per un futuro episodio), il quadro è completo nella sua complessità. La pecca maggiore è che di pestaggi vari ce ne sono fin troppi, mentre di momenti di più classica deduzione holmesiana pochi, a parte nello splendido crescendo finale; questo è il limite più grande di una pellicola che si gioca bene le sue carte anche se poteva fare meglio.

Downey Jr. dimostra ancora una volta di essere un attore favoloso: dopo aver creato un Tony Stark/Iron Man da antologia (il film è lui), si cuce addosso il personaggio di Holmes plasmandolo con il suo essere gigione quanto basta e con quella faccia spesso da schiaffi che rende ancor più divertenti/irritanti le sue geniali intuizioni. La splendida fotografia è di Philippe Rousselot, storico collaboratore di Tim Burton. Non si sogna come in Big Fish, ma di sicuro vien voglia di viverla davvero la sua Londra vittoriana. Magari al 221 B di Baker Street.

Da vedere? Assolutamente si. Perchè la critica iniziale è frutto principalmente delle aspettative stratosferiche di chi scrive.

E poi Ritchie è un regista maledettamente cool.

Madonna ringrazi, che altrimenti il suo Sacro e Profano non sarebbe nemmeno esistito (eventualità che peraltro renderebbe felici molte persone…il sottoscritto si astiene causa mancata visione della suddetta opera).

Il film merita. Punto.

Voto: 8

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