Stella

stellaFrancia 2008 – di Sylvie Verheyde – drammatico/commedia – 103′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Se fosse un film in bianco e nero e fosse la fine degli anni ’50, potremmo tranquillamentre trovarci nel mondo del piccolo Antoine Doinel, alter-ego di Francois Truffaut e protagonistra de I 400 colpi. La sensibilità/spontaneità nel raccontare, lo stile mai retorico, la natura fortemente autobiografica: tanti elementi che rendono i due film così affini che i due ragazzini sembrano improbabili fratello e sorella separati alla nascita.

È il 1977.

Stella ha 11 anni e vive nelle banlieue parigine sopra il bar gestito dai genitori, luogo d’incontro di tante persone più o meno strane/folk e pochi ma veri amici. Tra questi c’è Alain, (anti) angelo dai capelli biondi, di poche parole ma con un volto che parla da solo, foriero di tante storie visibili in ogni piega della pelle. Lo interpreta il figlio di Gerard Depardieu, Guillaume, prematuramente morto dopo una vita fatta di alti e bassi impressionanti, felicità e disperazione, in parte cercate in parte no, che si alternano senza soluzione di continuità; lascia il mondo/cinema con una stupenda prova d’attore anche nel suo essere poco presente in scena, di un’intensità rara: lo sguardo è quello di chi la recitazione ce l’ha nel sangue, un talento immenso, decisamente superiore al padre. Alain (come il Delon che spopolava in quegli anni) è un principe azzurro fuori tempo massimo, una sorta di angelo custode per Stella tanto che quasi si sente la sua presenza anche quando non c’è.

I genitori, uniti/condannati dal matrmonio, si tradiscono a vicenda, coppia sbagliata che non salta solo per il grande amore verso la figlia, unica vera gioia della loro unione. Il loro bar è una sorta di microcosmo, una scuola di vita (di periferia) in miniatura, necessario contraltare al mondo alto-borghese della Parigi dove la protagonistra studia. Lì c’è la prestigiosa scuola media “per ragazzine bionde” in cui Stella, lontana anni luce da quel mondo fatto di ricchezza e apparenza, fa fatica ad integrarsi, fino a che non fa amicizia con la prima della classe, anche lei border-line per indole; insieme imparano come (soprav)vivere, tra difficoltà varie, “sfide” ai professori, invidie altrui e un litigio con la Barbie di turno che ha deciso di prendere in giro la ragazzina sbagliata: un paio di sberle che rimettono a posto le carte in tavola. Tre trimestri da quasi-adolescente che lentamente prende coscienza e scopre il mondo a modo suo, perchè la realtà è difficile ma non impossibile.

La regista, Sylvie Verheyde, affronta con sensibilità e senza eccessi di retorica (nemmeno nella voce fuori campo) un tema non facile, quello della (sua) crescita, con un film di formazione tutto raccontato dal punto di vista di Stella, quasi una piccola Amelie: i primi amori, il difficile rapporto con la famiglia e la scuola, la scoperta della letteratura (Cocteau), la musica (Tozzi…), la vera amicizia.

Protagonista è la bravissima Léora Barbara, attrice di grande talento e potenzialità tali da permetterle di reggere quasi tutto il film sulle sue spalle; dopo pochi minuti viene naturale l’empatia, attratti da quello sguardo da bambina ma adulto al tempo stesso; ci affezioniamo a lei, al suo imparare a giocarsi (bene) le carte della sua esistenza. Come Antoine Doinel nel finale de I 400 colpi, anche Stella corre incontro alla vità perchè ha deciso di viverla appieno, senza tirarsi indietro.

Più di un secolo fa Goethe disse, “l’audacia ha in sè genio, potere e magia; se sogni di far qualcosa, inizia a farla. Ora.”. Aveva ragione.

Distribuisce Nanni Moretti con la sua Sacher Film. Doveroso plauso per chi si prodiga alla ricerca di piccoli/grandi film. Ancor di più se si sfiora il capolavoro, come in questo caso.

Voto: 9

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