Il mestiere delle armi

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Il mestiere delle armi – Italia/Francia/Germania/Bulgaria 2001 – di Ermanno Olmi

Drammatico/Storico/Guerra – 105′

Scritto da Alessandra P. (fonte immagine: ondacinema.it)

Il mestiere delle Armi” del regista Ermanno Olmi, narra gli ultimi giorni di vita del capitano di ventura Giovanni de’ Medici, detto Dalle Bande Nere, nell’anno 1526. L’osservazione registica attraverso le fonti figurative , e storiografiche, decreta un lavoro di qualità virtuosistica, attraversa la complessa e intrinseca contemporaneità della figura storica del soldato papale, tra narrazione cinematografica, le impressioni indagate del do- cumentario postumo, entro uno sguardo di rara fascinazione visiva, lontana da ogni tentazione spettacolare.

“E’ dunque questo,il compenso di quell’onor mio, che senza esitazione alcuna, ho messo in favola del mondo, tutti sanno l’impeto, che in questo amore avete dimostrato, si sa la confidenza che ho usato con voi, si sa che io, mai, di me,vi feci carestia, é pur crudele, che in questo amore, credevo non si spegnesse mai, io non m’avanzo altro che un perpetuo disonore, altro non mi resta, che ritrovarmi in disgrazia, e null’altro mi aspetta (…) che si cura, infamante sorte”

Il mestiere delle armi del regista Ermanno Olmi, apre il suo sguardo sull’atlante storico delle antiche signorie d’Italia : Sforza, d’Este, Gonzaga, de’ Medici, tra i sensibili equilibri dei potenti stati che frazionavano il paese, dai canali romantici della Repubblica Veneziana, alle porpore dominanti delle gerarchie delle Stato Pontificio, sino al Regno di Napoli. Giovanni de’ medici, detto Dalle Bande nere, per aver listato a lutto le insegne delle sue truppe, dopo la morte del Pontefice Leone X, zio dello stesso capitano di ventura, rappresenta storicamente la chiave di lettura, il passo che attraversa un confine storico volto a sovvertire, dopo la sua morte, il cambiamento di un ordine e un sistema di guerra che lo celebrerà come vittima designata in una sanguinosa demarcazione storica. Figura temperata dalle venature caratteriali incise della signora combattente di Forlì, Caterina Sforza, madre di Giovanni, e volto celebre del Rinascimento italiano di resistenza al Valentino, fu l’ultimo capitano assistente al tramonto delle cavalleria pesante. Il Macchiavello lo celebra come la copertura difensiva indispensabile dopo la discesa di Carlo V, per gli stati italiani. Giovanni de’ Medici come nel suo battesimo di fuoco nel mestiere delle armi : “Metterò quel terzo nel fuoco, lo raffinerò come si raffina l’argento,lo proverò come si prova l’oro “(Zaccaria 13:9) da soldato papale, profila qualità militare raffinata nelle sue scelte di condottiero, l’ardimento, le azioni di campo, Giovanni é il “Gran Diavolo” delle tattiche ardite, con spregio del pericolo, raffinata osservazione del campo di battaglia, creatore dei dragoni (archibugieri che si muovevano a cavallo, ma combattevano per regola ancora in piedi) lascia risorgere una figura mitica, di fondamentale importanza nelle manovre militari dell’esercito. E’ la guida mercenaria di uno sciame d’api, che punge e avvelena silenziosamente, di notte, di giorno, che arresta assopito il nemico senza che se ne accorga, della forza attaccante, della sua consistenza, lasciando ansimare le sue perdute vittime, nella distruzione dei depositi, nello sterminio delle pattuglie nemiche. Il regista, da un rigoroso punto di vista formale, e fedele sovrapposizione storiografica nella narrazione cinematografica, costruisce nello sviluppo incessante della vicenda storica e personale del personaggio protagonista, l’espressione incorruttibile di un atto di fedeltà, religiosa, politica, del valor d’arme, nel cambiamento degli stessi assetti rappresentati, brutali nella loro co- struzione, intriganti misfatti nel disonore di un tradimento, nelle barriere di guerra per sotterranei accordi tra vittime e carnefici, contro un San Giorgio di fattura medievale.

Federico Gonzaga: “Chiedetemi ora qualsiasi cosa che si convenga alla qualità vostra e alla mia”

Giovanni de’ Medici : “Vogliatemi bene quando non ci sarò più”

Dignitoso e inquieto, rigoroso e audace, Giovanni, é intarsio e mosaico di un’epoca, dal fondo oro in una teoria delle lumeggiature simboliche che striano un’armatura che fallirà verso i suoi confini fisici, attraversando l’anima del suo guerriero fino al suo fatale destino. Distesa del sacrifico epocale e i suoi volti sono coronati dalle punte dei giorni che scorrono incerti dal 23 al 30 delle cromie plumbee del novembre 1526, sino alla sua morsa mortaleSono i giorni dell’avanzata dell’armata imperiale dei lanzichenecchi luterani guidati da Georg von Frundsberg, volti verso la urbs eaterna per il saccheggio e la vendetta punitiva contro il Pontefice Clemente VII, promotore della Santa lega di Cognac.

Olmi, afferra con radicalità il complesso profilo caratteriale del protagonista, ultimo cavaliere testimoniato dalla foga impetuosa, una rabbia virtuosa composta per sovrapposizioni tra violenza e nobiltà, dove i crismi dell’uomo e il suo cavallo sono già straziati dal germe dell’annientamento e della ferocia, dove il coraggio cavalleresco spinge il suo condottiero a perseguire, senza confini, abbracciando, accecante, la gloria nel lecito omicidio di battaglia, offrendosi alla propria fedeltà di guerra in un sistema complesso di codici e valori, in un’appassionante conflitto interiore, ed esteriore, nello spazio e nel tempo. Ma é lo scontro delle volontà, nei luoghi, nei mutamenti storici, nella rivoluzioni delle armi, nell’ultimo atto della narrazione storica, e della trama filmica, interviene nel suo giudizio, dove pezzi d’artiglieria, e falconetti, sono estranei ad ogni tema epico, estromettendolo rumorosamente. L’uomo smette di essere un soldato per divenire un bersaglio a cavallo. Il mestiere delle armi si perde emoragicamente, la virtù scivola nell’oblio della modernità, nella ferita fisica del suo protagonista, e nello sguardo consapevole, di fiera accettazione, trova strazio e dolore nelle espressioni violente delle raffigurazioni animali che lo aggrediscono in un vortice d’immagini affrescate, l’ultimo cielo osservato dal suo letto di morte, una deriva onirica nella quale rievoca la carnalità della sua relazione con la sua amante nobildonna, immaginando la moglie lontana, e il suo bambino; straziante fine che lo porterà dopo una prima amputazione, ad una setticemia mortale, congiungedogli le mani tra l’elsa e la lama della sua spada, nell’oscurità di un luogo nella gloria del suo mestiere, quello delle armi, come una fredda scultura medievale, aprendo e chiudendo l’opera di Olmi: L’illustrissimo signor Joanni de Medici, chapitani de l’esercito di Sua Santità Papa Clemente VII, fuit infirmo per die quatro et mortus est in contrada Grifone, ex febre, per essere stato ferì ad una gamba da un colpo de artilljeria, in Mantua, ultimo de novembre 1526.

“Manda a me la notte, alla prima volta di luna”

Lo sguardo del regista é uno sguardo secondo la maniera Tizianesca, le scenografie si annullano nelle cromie coloristiche addensate con sentimenti temporali, atmosferici, per passioni soffocate, in una narrazione ritrattistica dell’anima, della vita e della morte, nei suoi scenari di guerra, vuoti come i silenzi gelidi delle sceneggiature segni di un tempo, virando sulle oscurità dei suoi paesaggi fisici e immateriali della storia, nella cupa deva- stazione di conflitti perpetui, inafferrabili, dispiegate alle spalle del ritrattato, immerso nel buio di questi profili, emergono isolati, radicati tragicamente nella loro collocazione storica. Le inquadrature si concentrano sui personaggi come per brevi ritratti di corte, nell’ufficialità della sua composizione, e delle posture, posti frontalmente, o per figure intere, per intime comunicazioni di natura epistolare , tra confessioni inespresse, e private ambizioni sentimentali. L’inquadratura tende a staticizzarsi verso una frontalità quasi totale, richiamata sui singoli ritratti, declamazione di un assoluto che diviene intangibile. La messa in scena sposa, eccelsa, le coordinate iconografiche del tempo e la sua storia, in una rievocazione fisica entro i dettami pittorici e figurativi di un’epoca, nella costruzione spaziale e compositiva, per i suoi luoghi e i suoi volti, entro, e per ogni taglio fotografico, inquadrature di forte fascinazione visiva. Il rapporto scenografico e il profilo dei suoi protagonisti sono in perfetto equilibrio storico, con le meravigliose collocazioni del Palazzo Ducale di Mantova e del Castello Estense di Ferrara. Il regista, in una scelta storico (resurrezionista) riporta al tempo le incarnazioni fedeli di un’estetica ritrattistica del suo secolo, i ruoli vengono affidati sensibilmente a nomi per volti con suggestive somiglianze dei personaggi storici: Federico Gonzaga: Sergio Grammatico; Pietro Aretino: Susa Vulivevic; Francesco Maria della Rovere: Paolo Magagna e infine Joanni de’ medici : Hristo Jivkov, restituendo con ispirata fedeltà memoria a nomi altisonanti delle signorie della nostra storia, in una raffinata separazione tra citazione dotta e vera imitazione rievocativa, per dettagli quali il piccolo cane bianco tra le mani del duca di Mantova, Federico Gonzaga, di rimando al noto ritratto del 1525 di Tiziano Vecellio, o l’Estense con il braccio appoggiato su una bombarda, come nel ritratto (perso) dello stesso Tiziano e in quello successivo di Dosso Dossi. Questo é un omaggio silenzioso di Ermanno Olmi, egregio lavoro supportato da una ricercata direzione della fotografia, eseguita con maestria da Fabio Olmi, in una desaturazione dei cieli che cadono nelle atmosfere di una monolitica ombra avvolgente, tra oscillanti tonalità di grigi e bianchi, catturati nella nebbia delle distese naturali, nella loro raggelante fisicità, stemperata den- tro cromatismi fiamminghi, immersi in una luce livida e piatta, nel suo uso espressivo, simbolico, che invade l’immagine, rendendola quasi diafana, assorbendone i contorni, in alcuni spazi , ritratti, al limite della percettibilità, tra chiarore ed ombre, in un’ascetica tavolozza dove distribuire la luminosità in un leggero processo di decolorazione per un sinistro senso di assenza, decodificando il suo linguaggio iconografico, come coniugazione fatale con il finale.

Le figure protagoniste sono portate sulla scena della storia con abiti aderenti oltre il filo decorativo dello stile d’epoca, alla trama tessile di un sentimento, oltre la ricchezza delle stoffe, profilo dopo profilo, avvolto dalla ricerca del costume firmata da Francesca Sartori, abiti che rispondono, umorali, alla psicologia che li avvolge, con cura del dettaglio, comunicante con gli spazi ospitanti oltre l’attimo del vissuto, scena dopo scena, nei loro tabarri scuri nella delicatezza delle loro pellicce, nella regalità delle loro maniche sbuffate, nelle osservanti fogge dei copricapi, sino ai bianchi veli, in cui incide candida la luce, nell’effigiata Maria Salviati (Desislava Tenekedjieva) moglie di Giovanni, come in un ritratto del Pontormo.

La colonna sonora curata da Fabio Vacchi é l’estensione drammatica di un’epoca che assapora, nello stridente rumore delle sue armature, l’abbattimento dell’uso epico di sonorità volte a consacrare un evento storico, tagliente raggiunge come il suono delle lame un disturbante suono che riporta, oltre l’armonia della grazia dell’epoca narrata, ad uno sconvolgente richiamo al presente, per naufragare nell’assoluto silenzio della sua dimensione.

Il regista sovrappone sguardo su sguardo, inquadrature soggettive e oggettive del protagonista veicolo dell’osservatore, oltre l’osservante, sono il recinto della messa a fuoco che si estende senza confini per ritagli che allungano, mai dissolventi, le loro linee fisiche oltre la pellicola: Giovanni osserva il silenzio dei paesaggi di guerra, nello strazio di un Calvario biblico, interrotti dal passaggio di un Crocifisso ligneo, mutilato dalle truppe, impedito in un abbraccio, sorretto sulle spalle di un predicatore, in contraria di-rezione, storica e umana, tra le nevi, si staglia, inciso, verso un’altra dimensione, ma non completa il suo passaggio spirituale, non avviene redenzione, diviene tragedia incomprensibile, prefigurazione simbolica e personale nella passione della sua futura agonia.

“Mi comandò che gli venisse portato il suo lettuccio da campo, per morire da soldato. Ciò fatto, il lume intrigandogli la vista, cedeva alle tenebre perpetue”

Riconoscimenti:

2002 – David di Donatello : Miglior film Miglior Regia a Ermanno Olmi

Miglior sceneggiatura a Ermanno Olmi

Miglior produttore a Luigi Musini, Roberto Cicutto, Ermanno Olmi, RAI Cinema, Studio Canal, Taurusproduktion

Miglior fotografia a Fabio Olmi Miglior colonna sonora a Fabio Vacchi

Migliore scenografia a Luigi Marchione

Migliori costumi a Francesca Sartori Miglior montaggio a Paolo Cottignola

2001 – Nastri d’argento Migliore fotografia a Fabio Olmi

Migliore scenografia a Luigi Marchione Migliori costumi a Francesca Sartori

Nomination Regista del miglior film a Ermanno Olmi

2001 – Festival di Cannes Nomination Palma d’oro a Ermanno Olmi 2001 – Globo d’oro Miglior film a Ermanno Olmi

Nomination Miglior regista a Ermanno Olmi 2001 – Ciak d’oro Migliore fotografia a Fabio Olmi Migliori costumi a Francesca Sartori

2001 – Premio Flaiano Miglior film a Ermanno Olmi Miglior fotografia a Fabio Olmi

Miglior costumi a Francesca Sartori

2001 – European Film Awards Nomination Migliore regista a Ermanno Olmi

Nomination Miglior fotografia a Fabio Olmi

 

Voto: 9

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