The Rite – Il rito

il ritoThe Rite – USA/Ungheria/Italia 2011 – di Mikael Håfström – horror – 114′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Niente di nuovo sul fronte occidentale? Nein Nein Nein Nein Nein.

Così risponderebbe il tarantinato Hitler all’improbabile forma interrogativa del titolo di un film di Delbert Mann in cui un gruppo di giovani soldati tedeschi ragionava sull’inutilità di una guerra senza vere/valide motivazioni.

Il rito non è un pessimo film, anzi a dire il vero tecnicamente è ben fatto e la storia si fa seguire. Semplicemente lascia indifferenti, inutilità fatta cellulosa. Come si diceva, niente di nuovo sul fronte occidentale.

Serviamo i morti, ma non parliamo di loro.

L’inquietante papà Rutger Hauer prepara i cadaveri per l’ultimo addio, è un thanato-esteta per dirla all’orientale. Lava corpi ormai freddi, ricuce ferite, ricompone espressioni del viso, pettina capelli, sistema vestiti con cura e devozione. Il piccolo Michael osserva spaventato mentre il padre mette lo smalto rosso sulle unghie della moglie/madre morta. Sul tavolino nel salotto, una foto li ritrae entrambi davanti al carro funebre di famiglia. Un’educazione che non si dimentica.

O prete o becchino, non c’è molta scelta a casa Kovak. Così il seminario diventa l’unica possibilità di fuga, vocazione a tempo determinato da abbandonare dopo un impeccabile curriculum quando si è sufficientemente lontani dall’influenza paterna. Mail inviata al rettore. Poi la notte, la pioggia e il beffardo destino che si manifesta con i modi di Final Destination. Da qui in avanti si salta più volte dal già visto alla forzatura narrativa: da una confessione che fa vacillare la (non) fede al volo aereo per Città del Vaticano, Roma. Il diavolo è una forza reale e costante, per questo la Chiesa ha deciso di dare il via ad un programma per (re)insegnare al clero il rito dell’esorcismo: un esorcista per ogni parrocchia è l’assurdo slogan simil-politico.

La trama prende il solito prevedibile ‘binario’ quando si palesa l’ambiguo padre Lucas Trevant, guru anti-conformista dell’esorcismo; ha la faccia (come poteva essere diversamente) di quell’Anthony Hopkins che ultimamente sa scegliere con cura i ruoli peggiori (Beowulf, Wolfman, l’ultimo Allen…lo attendiamo al varco con Thor). Appena entra in scena è chiaro come andrà a finire, il suo passato hannibalesco se lo porta da sempre sul volto e nelle espressioni.

I clichè si sprecano: la conosceza dell’inconoscibile come prova di possessione, croci piegate, acquasanta, demoni che possono essere scacciati solo conoscendone il nome, visioni/allucinazioni/incubi, tanta pioggia nei momenti giusti, violente possessioni diaboliche, bambini che prevedono morti imminenti, anti-poetiche rane, lontane anni luce da quelle bibliche di P.T. Anderson.

Il talentuoso quasi-ma-anache-no-forse-si prete riuscirà a prevalere nella sfida contro il Male? Chissà.

Bene o male purchè se ne parli, diceva Wilde. Se però un’opera lascia indifferenti è davvero un problema. Il film del bravo Hafstrom, regista appartenente alla new wave del cinema svedese e nominato all’Oscar per l’ottimo Evil, non prova mai a farsi notare seriamente, ad uscire dal già visto/letto/sentito. In campo di esorcismi non è facile innovare o lasciare il segno, negli anni tanti tentativi inutili in confronto al capolavoro di Friedkin, allo stesso tempo simbolo di un genere e vetta (forse) irraggiungibile per intensità emotiva e narrativa. Il rito inciampa in tutte le trappole, in quelle frasi fatte che tornano a boomerang sui denti; finge di non voler essere il solito filmetto di esorcismi, ma non ci crede nemmeno quando (Hopkins) lo afferma sbeffeggiando il film del ’73.

‘Ispirato a eventi realmente accaduti’ è il (non) necessario marchio di fabbrica hollywoodiano attira-allocchi. Recuperare L’esorcista o al più Requiem del tedesco Hans-Christian Schmid è la doverosa espiazione post-visione.

Voto: 5

 

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