The Tree Of Life

the tree of lifeUSA 2011 – di Terrence Malick – commedia/drammatico/fantasy – 139′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Malick è Malick. Non si può raccontarlo, è un’esperienza filmica da sentire direttamente sulla propria pelle.

Si inizia con la necessaria citazione di Giobbe (38:4,7), rappresentazione  biblica della contraddizione tra il giusto che soffre senza colpa e il malvagio che invece se la vive bene. Come la sua fede (in Dio) è messa a dura prova dalla perdita dei figli, di tutti i propri beni e poi con la sofferenza della malattia, così anche per Brad Pitt e famiglia in un parallelismo magnificamente laico. Secondo la lezione di Giobbe, scevra da preconcetti religiosi, l’operato divino non va giudicato con le categorie dell’umano, risulterebbe incomprensibile-al-limite-dell’irrazionale. Allo stesso modo Malick non può essere analizzato con i soli strumenti della critica cinematografica, sarebbe limitante e incompleto. Perché il suo cinema è da sempre larger than life, guarda più avanti/oltre/in profondità rispetto alla maggior parte dei registi contemporanei e non solo.

Il mondo è una beffa, per avere successo non dovete essere troppo buoni.

Perfetta sintesi del metodo educativo di Mr. O’Brien/Pitt, padre (father) autoritario che non vuole essere chiamato papà (dad), niente di strano perché siamo nel Midwest anni ‘50. Lavoro duro e metodico, rispetto per le persone, disciplina e ordine nella famiglia mantenuto con un pugno di ferro che nasconde amore. A testa alta contro le difficoltà e le disgrazie che il ‘destino’ può gettargli addosso senza ritegno, senza che se le meriti. La sua espressione corrucciata e determinata è quella di chi sa che non può cedere un attimo – non dire mai non ce la faccio – se non vuole essere schiacciato, basta poco perché tutto crolli, basta un’erbaccia estirpata male perché il prato inizi a rovinarsi.

Poi la grazia ultraterrena e l’amore sconfinato della signora O’Brien/Jessica Chastain, giovane mamma che cresce i figli giocando con loro, complice paziente e affettuosa di scherzi e momenti di libertà dall’oppressiva mano paterna. Una debole? Tutt’altro, in lei è nascosta una grandissima forza, quella che gli permette di vivere accanto ad un marito scomodo donando necessari/preziosi momenti di serenità.

Tre figli. Jack (Sean Penn da grande, Hunter McCracken da bambino) è il maggiore su cui il padre fa ricadere il suo essere, la sua eredità. Onori ma soprattutto oneri di un’impegnativa primogenitura. In lui si scontra e si concentra la dicotomia di una vita, le sue contraddizioni: grazia spirituale e natura violenta, madre e padre. Inconciliabili poli di una crescita che non può non segnarti e destabilizzarti a lungo termine, quando la disillusione e i dubbi dell’età adulta tornano a boomerang. Jack è il nostro personale Virgilio attraverso la storia dell’universo e della mente di Malick. La particolarità della sua vita è il riflesso di quanto avviene nel cosmo, in un legame sottile ma presente. Uno stesso continuum in cui l’esistenza umana è solo una piccola parte del tutto. Epico intimismo.

Il facile riferimento ad Aronofsky stona, era un film sbagliato nonostante la magnificenza visionaria delle immagini. Malick va oltre, elabora il complesso concetto dell’albero della vita, allo stesso modo parte integrante di molte religione e del più ateo darwinismo. Agli effetti visivi, il maestro Douglas Trumbull (2001: Odissea nello spazio, Blade Runner) e il supervisore Dan Glass (tutti i film dei Wachowski) hanno collaborato con il regista texano per ricreare i momenti pià primordiali-caotici-misteriosi della storia dell’universo. La formazione del cosmo 14 miliardi di anni fa, la nascita della terra, le prime forme di vita, l’era dei dinosauri, fino ad un salto in un futuro remoto a esplorare l’universo tra miliardi di anni quando i pochi superstiti sulla terra lotteranno per sopravvivere a un sole diventato ormai nana bianca. La sfida, vinta, è stata quella di ricreare un aspetto visivo che s’integrasse armoniosamente con la poesia e la naturalezza dell’estetica malickiana, evitando il ricorso eccessivo e stonato alla CGI. Ed è qui che forse Malick pecca in lirismo, con un dilungarsi in splendide scene da National Geographic che fanno perdere quel necessario contatto con la storia. Ma son solo dettagli.

Stupenda la fotografia a luce naturale di Emmanuel Lubetzki, con quella luce morbida che avvolge ogni cosa di una magia senza tempo, con contrasti delicati e dosati per dare consistenza alle immagini senza caricarle troppo. Poesia per immagini. Su tutte la nascita del bambino.

La musica di Alexandre Desplat è un innato fluire di note che scorrono come l’acqua, senza tempo e giustamente lontane da banalità (per il tema trattato) new age. Musica che si alterna alla potenza del silenzio, in una successione che esalta l’una e l’altro. Completano l’opera di grandi compositori come Smetana, Berlioz e Preisner.

L’elenco dei meritevoli sarebbe lungo. Un’ultima menzione per i tre figli O’Brien, splendidi attori non professionisti: Hunter McCracken è la perfetta incarnazione di pensieri, azioni e parole dello Sean Penn in cui crescerà.

Malick è uno di quei pochi registi che hanno una luce particolare dentro, quelli che sanno portarti dentro il loro film, rapirti il cuore-prima-che-la-mente. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. Leopardi avrebbe forse trovato in The Tree of Life un altro infinito in cui abbandonarsi totalmente. Il linguaggio di Malick è unico, viscerale e misterioso. Per questo il suo elevato interrogarsi sulla vita, sull’universo e sul concetto di fede e divinità acquista credibilità e forza, si carica di una profondità di pensiero fatta di una personale, autentica e mai pretestuosa ricerca, sempre in bilico tra scienza e spiritualità.

La sua è la via della grazia, in un mondo che si sta spostando verso l’inferno il più velocemente possibile. Al suo quinto film in quasi quarant’anni, Malick realizza il capolavoro di una carriera kubrickiana nei tempi e, in parte, nei modi. Meritata Palma d’oro a Cannes 2011.

Se non sai amare la vita ti scivolerà via. E ho detto tutto.

Voto: 9

 

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