Antiviral

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Antiviral – Canada/Francia 2012 – di Brandon Cronenberg

Horror/Fantascienza/Thriller – 108′

Scritto da Alessandra P. (fonte immagine: imdb.com)

Nella dimensione di Antiviral, l’ossessione feticistica per le celebrità, trasformerà le ossessioni somatiche della nostra società, in una guerra virologica consumata all’interno dei corpi, tra parabole e pulsioni morbose, verso un probabile incubo contemporaneo.

“Con un sussurro, potrebbe avere tutto ciò che desidera. Chiunque desidera”

Il film segna il debutto alla regia di Brandon Cronenberg, figlio d’arte, il quale apprende forme e disturbi del linguaggio artistico identificativo del padre David. Molti, infatti, i richiami alle sue prime opere, decodificati secondo le aperture ad una visione moderna, personale, ricostruita sulle leggi di un’estetica visiva estrema che apre il suo primo lavoro, Antiviral, nella decifrazione analitica di un mondo quasi parallelo alla realtà, convivente con gli attuali dogmi dell’emulazione celebrante e celebrativa delle figure dello Show business, in quest’opera sviluppati per predazione esistenziale e antropofagia del mito onorato. Antiviral é il mondo delle ossessioni realizzato, dello spettatore trasmutato verso l’oggetto del desiderio scrutato, ambito, sino alla condivisione più estrema, la malattia. La morte. In questa dimensione nascono aziende distributori di virus contratti dalle celebrità, merce di acquisto come espressione feticistica fuori controllo consumata dai fan paganti, una condivisione estrema delle loro esperienze più devastanti, per assumerne quasi la forma dolorosa del parassita obbligato da cui é affetto il loro idolo, una comunione spirituale veicolata dal contagio infettivo. Nella Lucas Clinic, struttura contemplativa dove le immagini della celebrità Hanna Geist scorrono in sequenze paratattiche nella luce cangiante del suo corpo plastico inviolato dal tempo, tale business non si sottrae allo spionaggio industriale, dalle gare concorrenziali, alle copie clandestine dei virus mercificati, nei quali si trova coinvolto il giovane impiegato Syd March (Caleb Landry Jones). Figura cagionevole, a causa della sua attività di trasporto antigeni, si trasforma nella base vivente di inoculamento di virioni da trasportare illegalmente dalla propria industria alla concorrenza antagonista. Un virus forte, non identificato, colpisce la celebrità Geist fino alla morte, Syd diventerà bersaglio come elemento di studio dopo aver iniettato su stesso, in un gesto idolatrico, il siero della malattia contratta dalla stessa modella. Sarà costretto ad una collaborazione forzata, per esperimenti che lo condurranno alla perdita di coscienza del proprio io, tra stati febbrili e visioni deliranti, riducendo il sentiero labile tra realtà e allucinazione, mentre gli effetti incontrollati del suo male non trovano soluzione di cura.

Le figure interpreti sono tagliate in contrasti bicromatici, bianco-nero. Bianco: sintesi additiva di profili e forme virate entro strutture dalle luci abbaglianti, annullanti, nel candore, senza ombre, dove ogni elemento, in questo processo di decostruzione dell’identità, risulta essere inanimato, incorrotto, nella sua apparente invulnerabilità, dove il conflitto attivato non é più visibile, ma consumato all’interno dei corpi, in una guerra virologica.

Nero: Gli interpreti si stagliano entro i contorni identificativi dei profili celebri che li soverchiano, inglobandoli come invisibili punti della stesso ritratto, tra le linee affilate degli aghi, i fluttuanti rivoli di sangue venoso che si animano sui volti delle figure protagoniste, tra prelievi ematici, mentre la morte trapela lentamente, riportando alla luce il fuoco interno, vitale, delle sue figure verso l’agghiacciante visione monocromatica degli spazi che li circonda.

 

La temperatura cromatica del colore dominante degli ambienti é apparentemente asettico e conservativo per i suoi personaggi, in questa messa in scena del disfacimento fisico, come la gestione della luce nel suo simbolismo più tagliente, condotta dall’egregia direzione della fotografia di Karim Hussain.

Un esordio importante quello di Brandon Cronenberg, che coraggiosamente avvicina la sua discendenza al cinema di suo padre, assorbendo le caratteristiche impressioni e inquiete visioni ereditate ed interpretate in chiave moderna, secondo una personale sensibilità osservativa, incurante (orgogliosamente) delle regole dei vari generi, nella loro specificità, cinematografici, con un’impostazione indipendente. Un lavoro di difficile fruizione, ma con l’impeto, e il coraggioso intento, di lavorare molteplici suggestioni senza mediazioni, per una complessa riflessione sulle ossessioni somatiche della nostra società, inquadrate, con grande talento visivo, nel volto perfetto, inquieto e imperscrutabile di Caleb Landry Jones, entro un difficile connubio tra parabola e pulsioni morbose, verso un probabile incubo contemporaneo, in una visione meravigliosamente disturbante.

Voto: 8

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