Tra le nuvole

tra le nuvoleUp In the Air – USA 2009 – di Jason Reitman – commedia – 109′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

George Clooney/Ryan Bingham osserva il tabellone partenze di un aeroporto. Non importa se sia americano o di un qualsiasi altro posto sulla terra. Non conta perché quell’uomo non è lo stesso di qualche tempo prima; ha riordinato il suo trolley, il bagaglio a mano di una vita senza radici. O almeno ha provato a (ri)mettersi totalmente in gioco, a riempire l’immaginario zaino vuoto della sua esistenza andando oltre certezze e miglia aeree – quelle 10 milioni di miglia, limite per l’accesso ad un club ultra-esclusivo, elite status che sa di solitudine.

La beffa della vita è solo un (necessario) passaggio verso una consapevolezza più grande, uno sgambetto che gli fa perdere una sorta di verginità emotiva e relazionale.

‘Tra le nuvole’ è un modo di vivere. Una sorta di limbo, in bilico tra l’essere e il non esser(ci). Quasi un fuggire da tutto, dalle responsabilità, le emozioni, i problemi, le preoccupazioni, le gioie, gli affetti, i dolori. Un non-vivere o forse un vivere a metà.

Chi segue questa ‘filosofia’ non se ne accorge, convinto di aver trovato il modo migliore di andare avanti. Una situazione che sembra sublimare, con scadenza temporale indeterminata, lo status dei trentenni dell’Ultimo Bacio di Muccino, che non volevano crescere o forse solo procrastinare il passaggio all’età delle responsabilità vere. Il loro però era un più o meno inconscio ritorno di fiamma post-adolescenziale, non un consapevole e studiato rifuggire dal mondo reale per costruirsene uno a propria misura con personali logiche, canoni, ritmi, regole..un mondo di solitudine, egocentrico, asettico, fatto di rassicuranti stereotipi: ‘le cose che tutti odiano del viaggiare per me sono confortanti reminiscenza che sono a casa’.

Quasi come l’uomo mistico del futuro di Aronofsky chiuso nella sua bolla, Ryan vive in apparente pace con sé stesso, soddisfatto per quello che ha costruito o evitato di costruire. Il non affezionarsi/innamorarsi di niente/nessuno come illusione di riuscire a proteggersi da tutto quanto lo potrebbe ferire o coinvolgere troppo.

Poi il primo imprevisto nel suo mondo perfetto. La giovane laureata rampante (Anna Kendrick viene dalla saga di Twilight ma, incredibilmente, dimostra di aver l’espressività necessaria per fare l’attrice vera) che vuole sovvertire il modus operandi di Ryan e della società, tagliando costi per la gioia della dirigenza: spersonalizzare/telematizzare il delicato lavoro dei cosiddetti ‘tagliatori di teste’, consulenti assunti da aziende ‘codarde’ che non sanno come licenziare il personale in esubero. Non può funzionare. Perché nel suo essere professionalmente asettico, Ryan non ha mai dimenticato il rispetto e la dignità delle persone che gli passavano davanti, nè quel calore emotivo che non si può trasmettere per via telematica, tutti elementi fondamentali soprattutto in un periodo di profonda crisi.

Destabilizzazione temporanea. Segue lenta e nuova consapevolezza, incoraggiata da un (possibile) amore nato a colpi di carte fedeltà, programmi premium e miglia accumulate. Inevitabile il passo di aprirsi al mondo, ritrovandosi senza le necessarie protezioni che si acquisiscono con l’esperienza, tra gli alti e i bassi della vita. Senza difese immuno-emotive, Clooney si ritrova in un mondo di squali, di persone dalla doppia vita che danno bionde illusioni (ma ahimè stronze) salvo poi far crollare tutto con un semplice ‘ma non hai capito che tu sei solo un’evasione, una parentesi.’, sopraggiunto quando si era deciso di dare una svolta forte.

Con una colonna sonora al solito stupendamente particolare, Jason Reitman racconta la sua storia più intensa, forte/vera, dopo gli ottimi ‘Thank you for smoking’ e ‘Juno’. Sa trovare le facce giuste pescando (a colpo sicuro) l’asso George Clooney, straordinario in un ruolo suo in tutto e per tutto. Nessuno avrebbe potuto far di meglio.

Stile indie che ricorda le atmosfere di Little Miss Sunshine, Reitman affronta un tema difficile e di estrema attualità per l’America e chi ci vive, spesso vittime incolpevoli di una crisi più grande di quello che ci si aspettava o di quello che realmente è.

Il titolo originale del film, ‘Up in the air’, è lo stesso di un brano dei titoli di coda: l’autore l’ha composto dopo essere stato licenziato e l’ha inviato al regista perché lo inserisse in questo film che raccontava di vite/esperienze cui si sentiva empaticamente vicino.

La morale non è ‘non provateci perché tanto la vita troverà il modo di fregarvi’. Anzi il contrario. Perché sarà retorico ma davvero non importa quante volte si cade da cavallo o si rimane feriti. Tutto sta nel saper rimettersi in piedi più forti di prima. Perché l’isolarsi dal mondo e il bastare a se stessi sono personali utopie destinate prima o poi ad esaurirsi. ‘Provate a pensare ai vostri bei ricordi, ai momenti più importanti della vostra vita. Eravate da soli? La vita è meglio in compagnia’.

Vero. Credere nel contrario è solo un’illusione.

Voto: 9

 

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