Vuoti a rendere

vuoti a rendereVratné lahve – Repubblica Ceca/GB/Danimarca 2007 – di  Jan Sverák – commedia – 104′Scritto da Alessandro Naboni (fonte immagine: imdb.com)

Josef non è più felice. Così decide di cambiare tutto, scelta improvvisa (ma dal cuore) di grande coraggio perché va contro quella routine tanto sicura/tranquilla quanto immobile/morta. Meglio vivere una triste ma conosciuta realtà o trovare la forza di cambiare ciò che non ci piace? Josef non ha dubbi.

Anziano nell’apparenza ma non nella mente, è professore di letteratura al liceo, fortemente convinto del proprio modo di insegnare: punisce la sfrontatezza giovanile di un faccia di bronzo qualsiasi strizzandogli in testa una vecchia spugna, umiliazione più grande di due salutari schiaffoni; il ragazzetto è sicuro che la grandezza di uno scrittore/poeta si misuri dal fatto che in America abbiano fatto o meno un film su di lui o una sua opera. Il “vecchio” professore, troppo fuori sintonia rispetto al presente, non ha dubbi: suo malgrado decide di lasciare la scuola, non riesce nemmeno lontanamente a concepire che i suoi alunni non conoscano l’opera di un grande poeta (che occuperebbe un metro e mezzo di uno scaffale di biblioteca) solo perché a scuola lo si studia poco e gli americani non ne hanno fatto un film. Tristezza infinita, figlia del rammarico per un (tele)impoverimento culturale che ha portato al graduale disinnamoramento delle giovani generazioni per la cultura, vista quasi come un peso da cui liberarsi o un vuoto simbolo di presunta appartenenza ad un certo gruppo o contesto sociale.

Nonostante il film sia ambientato in Repubblica Ceca, questo particolare aspetto è estendibile alla realtà italiana dominata dal degrado culturale-ma-non-solo causato in parte da quella televisione defilippiana o pseudo/aspirante tale che, senza voler esagerare, ha senza dubbio influenzato più o meno direttamente la situazione attuale. Assimilato il duro colpo dell’aver lasciato l’insegnamento, vero amore della sua vita, Josef non riesce a starsene con le mani in mano, è troppo vivo per rassegnarsi all’ozio della pensione che lo porterebbe ad una “morte” prematura: i libri accumulati in tutta la sua esistenza possono aspettare il tramonto/inverno della sua vita, è ancora autunno! Così prova a fare i lavori più strampalati dal pony express in bicicletta fino all’addetto al servizio ritiro bottiglie vuote in un supermercato di Praga, fonte di inaspettate soddisfazioni e di incontri con umani/vuoti-a-rendere che la buona sorte sembra aver dimenticato.

E qui, a differenza del Mark Twain che ispirò il Benjamin Button di Fincher, è il trionfo dello Zero nazionale e dei migliori anni della nostra vita, del vivere ogni momento della propria esistenza pensando che “ogni giorno sia come una pesca miracolosa”; quasi un ribellarsi alla convinzione/condizione di chi, solo perché anziano, è relegato ad un ruolo marginale nelle società, alla faccia dei racconti in cui sono fonte di inestimabile saggezza e memoria storica. E Josef, così come il macchinista in pensione de “Il treno del signor Horten” di Bent Hamer, non si rassegna a quel non-vivere che ha sempre cercato di evitare. Anzi, si realizza e si re-inventa in questa sua nuova vita che assume di giorno in giorno sempre più senso, lo fa ringiovanire nella mente e nello spirito. Il regista oscarizzato Jan Sverak conclude la trilogia (Scuola elementare del ’92 e Kolya del ’96, con cui ricevette l’Oscar per miglior film straniero), scritta e interpretata da suo padre Zdenek, con una commedia agrodolce e imperfetta ma tanto sincera e commovente da far dimenticare ingenuità e grottesche inverosimiglianze.

Che la morte ci trovi vivi disse il dimenticato Marcello Marchesi. Ecco, Josef l’ha capito. Ora sta a noi, anche senza una mongolfiera.

Voto: 8

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