Ender’s Game

Stati Uniti, 2013, di Gavin Hood, Fantascienza, 114′. Scritto da Alberto Longo (Fonte immagine:IMDb)

In un futuro non molto lontano, la Terra ha subito un duro attacco da parte degli Scorpioni, vincendo solo grazie al sacrificio di Mazer Rackman, comandante della Flotta Internazionale. Per timore di un nuovo scontro nemico, si ritiene necessaria la formazione di un esercito di nuova generazione. Sotto il controllo del colonello Graff, giovani promettenti vengono selezionati , per entrare alla Scuola di Guerra al fine di diventare comandante della Flotta Internazionale attraverso pesanti allenamenti fisici e crudeli test videoludici. Ed è in Ender che Graff pone la sua totale attenzione. “Si vis pacem, para bellum”. Così aveva scritto Vegezio nel prologo del libro III dell’Epitoma rei militaris, opera composta alla fine del IV secolo. É un motto doloramente famoso: la Storia di tutte le epoche può essere riassunta con questo inciso. Non lo sarà da meno il futuro, che sia reale o immaginato.

In Ender’s Game la Guerra si combatte ancora tra le stelle e il nemico non è umano. Tratto dal  dal ciclo di romanzi di Orson Scott Card, Ender’s Game è stato vincitore nel 1988 del premio Nebula ed Hugo, nonchè inserito nell’elenco di letture ufficiali della United States Marine Corps.Chiariamo subito che il film potrebbe essere anche considerato come il tentativo di tenere a bada un pubblico adolescenziale o appassionato di tante saghe letterarie che hanno affollato il nostro schermo negli ultimi anni: ripensando a Harry Potter o Percy Jackson potrebbe confermare il dubbio. Eppure ci troviamo di fronte a qualcosa di differente. Il film riscritto e diretto dal sudafricano Gavin Hood (Il suo nome è Totsi, 2005; X-Men le origini – Wolverine, 2009) presenta sì un classico racconto di formazione prendendo a modello un giovane talentuoso e alle prime armi, ma i temi considerati non sono afatto superficiali o leggeri. Anzi, si potrebbe arrivare a pensare che il film sia, a tutti gli effetti, “crudele”. Bambini soldato chiamati a combattere una guerra di cui hanno solo sentito storie, strappati dale loro famiglie e messi in competizione l’uno contro l’altro.

Ender subisce tutto questo in maniera maggiore e più ferocemente, costringendolo a crescere bene e alla svelta per sopravvivere. Sì, sopravvivere: il talentuoso dodicenne è un terzogenito e secondo la legge del tempo narrato, sono consentiti soltanto due figli a famiglia. Il vero merito rimane a Orson Scott Card: il regista si limita a rileggerlo sullo schermo, riducendolo ad un formato d’intrattenimento per 114 minuti. È proprio questo il maggior difetto di Ender’s Game: il racconto spazia talmente tanto da un discorso di crescita all’altro di questo povero ragazzino che sembra che Hood abbia faticato a inserirli tutti adeguatamente per mantenere vivo il ritmo. I giochi, infatti, bene o male funzionano: il film procede liscio e rapido (spesso MOLTO rapido), tra una piattaforma spaziale all’altra, scontri tra coetanei e maggiori, dubbi e amicizie.

L’empatia verso Ender è sincera e immediata, soprattutto per il pubblico più giovane: l’interpretazione di Asa Butterfield (Il bambino con il pigiama a righe, di Mark Herman, 2008; Hugo Cabret di Martin Scorsese, 2011) risulta credibile, soprattutto nei climax drammatici. Il ruolo del colonnello è interpretato da Harrison Ford, capace di dare ambigue sfumature di un personaggio dalle disverse sfumature: padre adottivo forzato, soldato, l’adulto con cui Ender si confronta. Il cast è composto anche da altri famosi nomi dello schermo (Ben Kingsley, Abigail Breslin, Viola Davis), ma i ruoli dei loro personaggi hanno talmente poco spazio che non riescono veramente a farsi spazio nella mente dello spettatore. Montaggio, fotografia, effetti speciali e colonna sonora non sono altro che un mezzo per creare un prodotto d’intrattenimento per le masse.

In breve… Ender’s Game di Gavin Hood potrebbe essere l’ennesimo film fantascientifico con la paura di un nemico sopra le nostre teste. Ma i temi (crudeli) trattati ne fanno un racconto di formazione da non sottovalutare. Il merito rimane all’autore Orson Scott Card (qui anche produttore); Gavin Hood si limita a riprodurre sullo schermo tutto quello ce può, quasi in fretta e furia. La carne al fuoco è tanta e la cottura non sufficiente. Bene Asa Butterfield e Harrison Ford. Un racconto di formazione duro , alle volte, cattivo, decisamente interessante. Ma il business chiama e viene ridotto ad un giocattolone per intrattenimento di masse.

Voto 6

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