La nave dolce

2012, Italia/Albania, di Daniele Vicari, Documentario, 90′. Scritto da Alberto Longo (Fonte immagine: MyMovies)

 

8 agosto 1991: la nave da carico Vlora attracca al porto di Bari. A bordo ci sono diecimila tonnellate di zucchero provenienti da Cuba e circa 20.000 Albanesi tra uomini, donne e bambini, fuggiti in Italia per cercare fortuna dopo una presa della nave a forza a Durazzo. Un ordine da Roma relega gli emigranti nello Stadio Vittoria; seguono i rimpatri. Solo 1.500 riusciranno a fuggire e a farsi una nuova vita. Il titolo è un pregevole inganno, come quello di una madre col proprio bambino per fargli ingoiare la medicina cattiva. Perchè, effettivamente, Daniele Vicari ancora una volta ci propone un’altra pillola amara della storia contemporanea del nostro Paese. Dopo “Diaz-Don’t Clean Up This Blood” (2012), il regista di Collegiove (Rieti) affronta una delle pagine che ha cambiato il nostro Paese: il problema dell’immigrazione. Vicari propone un efficace montaggio tra le straordinarie riprese dell’evento mai mostrate dalle reti italiane, mescolandole alle testimonianze di chi visse sulla propria pelle quei drammatici giorni.

Il risultato è un documentario che nulla ha di meno del dramma “di finzione” del G8 di Genova. Il regista riesce così a condensare con un’analisi dettagliata e lucida i momenti di gioia, smarrimento e perdita di quei 20.000. Viene tracciato anche un accurato rapporto sulle difficoltà degli interventi da parte della comunità di Bari e del Governo, non risparmiando nulla (incomprensioni e dure parole tra il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il Sindaco Enrico Dalfino), ma senza calcare in facili ideologismi o momenti eccessivamente patetici. Vicari lascia che siano le parole degli intervistati (tra cui figura anche il famoso ballerino Kledi Kadiu, allora sedicenne) e i loro gesti, accentuati da uno sfondo neutro, a farla da padrona. Le musiche di Teho Teardo ben si adeguano all’altalena di sentimenti che la pellicola propone, mettendo ancora più in risalto la drammaticità della narrazione e la crudezza degli eventi.

Forse è proprio questo l’unico difetto dell’opera: il sonoro rischia di sminuire quel carico di realtà che Vica-ri cerca, favorendo piuttosto la finzione cinematografica. Lo si può constatare, più che nella colonna sonora, nel sound aggiunto alle testimonianze dei diretti interessati. Che cos’è allora La nave dolce? Un racconto di cronaca, una denuncia dal sottotesto politico? Anche. Ma soprattutto è Storia; la nostra, la loro. In breve… Vicari propone un documentario efficace e lucido su una “nave dolce” che trasportò zucchero e un popolo pieno d’illusioni. Il montaggio efficace delle testimonianze e del repertorio televisivo non utilizzato conquistano lo spettatore fino all’ultima immagine, dalla più indimenticabile di chi, preso dalla gioia, si buttò nelle acque del porto di Bari al grido di “Italia! Italia!”. Lodevoli le riprese di repertorio, altrettanto l’abilità di riordinare le testimonianze di ciò che accadde. L’accusa per un eccessivo zelo di finzione cinematografica nella narrazione passa in secondo piano. Inutili altre parole: fortemente consigliata la visione.

Voto:8

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