L’uomo che uccise Don Chisciotte

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The Man Who Killed Don Quixote – Spagna/Belgio/Francia/Portogallo/Regno Unito 2018 – di Terry Gilliam

Avventura/Commedia/Drammatico – 132′

Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: comingsoon.it)

La personale Odissea di Terry Gilliam, un film che è nemesi, beffa, soluzione, incidente, compromesso

“Don Chisciotte è ancora vivo”. Dopo quasi trent’anni di gestazione, disastri naturali, produzioni interrotte e produzioni arrangiate, arriva o meglio, torna il personaggio che ha rappresentato uno dei più potenti crucci creativi di Terry Gilliam (Brazil, L’esercito delle dodici scimmie, Paura e delirio a Las Vegas, Parnassus, The Zero Theorem etc). Con L’uomo che uccise Don Chisciotte lo sfortunato epico regista crea un rompicapo visivo, a tratti cercato a tratti tracimato dalla stessa natura dell’opera, rimaneggiata, ancor più della tela di Penelope, per anni e a seconda delle più disparate esigenze e bizze produttive.

Riuscito o meno, il film si è trasformato esso stesso in un’entità duplice e affascinante, nel documento incompleto e spesso indigesto della tenacia di un genio e della sua istanza espressiva (forse) irrisolvibile. Della difficoltà oggettiva di realizzazione e quindi emersione per un cinema che non sia pura “cassetta” e sia inappellabilmente “fuori” mercato. Della magia stessa della settima arte, illusione, inganno, divertimento, tragedia.

Stravolto per svariati rimandi, cambiamenti del cast e degli assetti produttivi, l’ultimo mancato capolavoro di Terry Gilliam inizia la sua storia nel 1989, quando Gilliam acquista i diritti sul romanzo di Miguel de Cervantes (“Don Chisciotte Della Mancia” 1605), quindi la scrittura del copione, che risale al 2000 circa e poi tra calamità meteorologiche, set sospesi e liti intestine, il film si è evoluto in una quasi tenera e infelice autocritica al sistema cinematografico in sé, che stritola i cuori e sfrutta le menti. Ma anche un’autoanalisi ironica, sulle crisi e le tante identità dell’autore come pure dell’essere umano, nella quotidiana lotta contro fantasmi passati e futuri, contingenze viscerali, sogni irrilevanti eppure fondamentali, nemici invisibili, insoddisfazioni represse…Amori folli, Giganti e Mulini a vento.

La trama ci racconta dell’ex enfant prodige Toby che per caso o per destino torna a girare senza ispirazione uno spot, presso i luoghi in cui giovanissimo realizzò il suo film  d’esordio, film storico sperimentale da cui trasse fama e carriera, ma con il quale disgregò anche una comunità intera, in cui sollevò animi ribelli e pazzie latenti. In quella comunità viveva Javier, divenuto velocemente il Don Chisciotte dell’esordiente sprovveduto e ambizioso Toby (Terry), tanto calato nella parte da non riuscire a tornare mai più a galla, alla propria vera identità. Quando Toby ritrova Javier ha infatti di fronte a sé “il vero Don Chisciotte della Mancia” delirante e abbandonato… O è forse un gioco? Un’autoinganno dello stesso Javier, per non perdersi davvero, ad una vita altrimenti deludente?

Quando Toby incontra Javier/Don Chisciotte si danno a rocambolesche quanto farsesche vicende, immancabili guerre impigliate alle pale di mulini a vento, scorribande negli accampamenti di immigrati clandestini, seduzioni pericolose con donzelle non più innocenti, prigionie nei castelli di ricchi, sadici imprenditori e così via, saltando qua e là, tra profittatori, criminali, pezzenti, puttane, saltimbanchi, attori, miserabili.

Terry è Toby ma è anche Javier/meglio Don Chisciotte, che si illude volentieri della propria “opera”, burlandosi in parte di chi lo accompagna nel cammino, nel sogno, nella fragile incantata assurdità della vita stessa. L’uomo che uccise Don Chisciotte è il suo ennesimo scherzo, tormentoso e non poco sarcastico. Disorganico, caotico, a volte informe come un pasto sbocconcellato, intriso di registri, dalla commedia al dramma, con una fotografia tra Zorro e Parnassus. Il film, quello vero nascosto dentro L’uomo che uccise Don Chisciotte, si lascia vedere in qualche istante di pura meraviglia, in un paio di inquadrature che diventano portali inattesi verso un altrove catartico. Portali che si chiudono in pochissimi secondi, lasciando lo spettatore con nostalgia, rispetto e amara gioia ma anche tanta insoddisfazione. Perché forse il vero film, Terry lo sa, non lo vedremo mai.

Voto 5

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