Open Grave

2013, Stati Uniti, di Gonzalo López-Gallego , Horror, Thriller, 102′. Scritto da Alberto Longo (Fonte immagine: MyMovies)

Un uomo si risveglia in una fossa colma di cadaveri senza ricordare nulla di sè stesso e di cosa sia accaduto. Trovato riparo in una baita, fa la conoscenza di cinque sconosciuti che, come lui, non hanno memoria dei loro trascorsi e della desolante situazione che li circonda. Venuti a conoscenza dei loro nomi (Jonah, Lukas, Nathan, Sharon, Micheal) e della misteriosa “Brown Eyes”•, una donna muta cinese che sembra essere a conoscenza della situazione, i sei personaggi cercheranno disperatamente di ricostruire i fatti in un crescendo di diffidenza reciproca e di tensione per strane presenze nel bosco circostante… Un individuo è ciò che ricorda. L’esperienza ci forma e crea un legame col mondo che ci circonda e che ci appartiene, sia esso territoriale, sociale o personale. Senza i ricordi l’uomo esisterebbe, ma non “sarebbe”•. Lo spunto personale nasce da una riflessione di Giovanni Jarvis, psichiatra italiano, dal suo saggio La conquista dell’identità : che cos’è l’identità di una persona?  La risposta più semplice è: riconoscersi ed essere riconoscibile. Questo non è l’incipit di un saggio di psicologia, ma un possibile punto di vista con cui guardare la nuova opera di Gonzalo Lopez-Gallego (El rey de la montana) e la terza prodotta dalla Atlas Indipendent.

Il film possiede tutti i canoni del genere horror classico, dalla casa misteriosa in un bosco infestato alla minaccia misteriosa che aleggia su un gruppo assortito di eroi nolenti e con poche speranza di sopravvivenza. Anche l’elemento dell’amnesia non è nuovo, ma qui è cardine portante, alla ricerca di un un maggiore e continuo avvicinamento tra interpreti e spettatore, giocando proprio su quell’identità che i personaggi cercano per tutto il film tra supposizioni e scoperte. Certo, il gioco non è nuovo: sembrerebbe lo stesso archetipo di un buon giallo e si potrebbe scomodare l’opera Trappola per topi di Agata Christie per fare un piccolo esempio. In entrambi i casi abbiamo personaggi che tra loro sembrano non conoscersi, ma tra segreti, un elemento scatenante (l’assassino) e un retroscena terribile, la situazione diventa poco a poco più chiara, lasciando che sia il lettore a prendere le parti o accusare uno o più personaggi.

Qui l’elemento del ricordo entra prepotentemente dal II atto e persiste sino alla fine: c’è chi ne è ossessionato, chi lo nega, chi lo nasconde agli occhi di un indagatore. In Open Grave il medesimo tema è un’ossessione che pesa per tutti personaggi fin dai primi minuti, in cui tutti sono indagatori non solo degli altri, ma anche di loro stessi. Un’idea pregevole per la riuscita del film e la presenza di Sharlto Copley (District 9 e Elysium di Neil Blomkamp; A-Team di Joe Carnahan) nel ruolo di Jonah potrebbe essere una scelta azzeccata. Buona prova anche per l’attrice e cantante Josie Ho (The Courier di Abu Assad; Contagion di Stephen Soderbergh) nel ruolo di Brown Eyes, personaggio muto della vicenda e chiave della risoluzione.
Eppure, in questo simpatico esperimento, qualcosa inceppa il meccanismo e rischia di finire nella fossa. In primis, la sensazione che proprio l’elemento orrorifico del soggetto sia l’anello debole della catena e il dubbio che possa risultare fuori luogo non è sbagliato: la sua presentazione e spiegazione non sono soltanto superficiali, ma anche mal trattati e mal rappresentati.

Non aiuta la sceneggiatura, con dialoghi spesso terrificanti per la loro ridicolaggine; l’approfondimento e l’analisi degli altri personaggi oltre a Jonah e sono frettolose (se non incomplete), tanto quanto per lo svolgersi della vicenda. Inutile negare che è proprio nello svelamento del mistero che la sceneggiatura cala la scure, rovinando totalmente la vicenda, appesantita da un ritmo di narrazione lenta, spesso anonima (e aggiungiamo pure con situazioni telefonate) che rischia di annientare quel coinvolgimento del pubblico. Il film è un’opera indipendente, come dimostrano le riprese mosse e grezze, alla ricerca di un maggior realismo e della suspense, che non raggiunge. Ma più che ad un lungometraggio, si ha l’idea di assistere ad uno sceneggiato tv di dubbia fattura. Sono il silenzio e il rumore dell’ambiente a prevalere sulla colonna sonora: meglio così.

In breve… L’indipendente Open Grave di Gonzalo Lopez-Gallego è un horror psicologico che punta più sui personaggi principali (in cui risaltano Copley e Ho) che sulla cornice narrativa. Lento e spesso anonimo, fatica a coinvolgere sinceramente lo spettatore nonostante le buone intenzioni. Quando è il momento di dare spiegazioni, la sceneggiatura “come corpo morto cade” tra superficialità e incompiutezze. Effetti speciali e make-up grotteschi, anche per un film non commerciale. La formula c’è, ma l’esperimento non riesce. Leggetevi Agatha Christie e il Sommo Poeta, invece.

Voto: 4

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