Sennentunschi

2010, Svizzera, di Micheal Steiner, Horror,  110′. Scritto da Alberto Longo (Fonte immagine: Wikipedia)

Giorni nostri. In un bosco tra le Alpi svizzere viene ritrovato il corpo di un uomo, la cui morte risale a non molto tempo addietro. Estate 1975. In un paesino tra le Alpi Svizzere compare improvvisamente una ragazza muta e mai venuta a contato con il mondo civilizzato: sarà un agente comunale a prendersene cura, cercando di scoprirne l’identità. Poco a poco verrà alla luce una storia in tutta la sua oscurità, in un mix di sesso, follia e morte che non faranno altro che dar vita ad un incubo di bigottismo, superstizione e soprusi. Il medioevo è terminato dal 1370, ma la caccia alle streghe non è mai morta: in alcune parti del mondo è ancora viva e desiderata. Qualunque infatti sia il dio, lo spirito o il demone che venga invocato per il bene dell’umanità, il movente è lo stesso: la paura. Cosa può fare più paura di ciò che l’uomo non conosce? Come esorcizzare ciò che non può spiegare? Urgono rituali, capri espiatori: le due cose spesso coincidono, siano essi pagani o sacri. E a questo punto ci si chiede: fanno più paura queste armi o la paura stessa per ciò che si definisce “diabolico”?

Micheal Steiner riprende due temi conosciuti e ben legati tra loro (l’estraneo e il capro espiatorio di un piccolo villaggio) sviluppando una trama non originale, calibrando bene il clima di tensione con un uso adeguato degli elementi tipici dell’horror e del thriller e la buona interpretazione di Roxane Mesquida. Il film parte molto bene con una breve introduzione e i titoli di testa che evocano il clima maledetto delle alpi svizzere del 1975; la trama si sviluppa poco a poco con elementi sempre più sinistri che tengono alta l’attenzione dello spettatore, complici una fotografia suggestiva delle alpi svizzere e del suo habitat, fatte risaltare da un buon uso della luce. Il montaggio sa creare viva inquietudine con visioni distorte e creare un senso di viva attesa con un frenetico sviluppo di storie incrociate. Sennentunschi pecca però di eccessiva frettolosità nell’introduzione degli avvenimenti, di superficialità nella loro risoluzione e nella caratterizzazione dei personaggi; esagera verso il finale con un trionfo smodato del grottesco.

I dialoghi sono scarni e di alcuna rilevanza. Il montaggio, se non adeguato a un buon livello di attenzione da parte dello spettatore, rischia di confondere tra i continui rimandi tra passato e presente. La musica sa creare buona suspance, soprattutto nei titoli di testa; adeguate ai tempi narrativi e sempre capaci di creare la giusta atmosfera.In breve… Sennentunschi dimostra che anche la Svizzera ci sa fare con la cinepresa, creando un thriller dalle tinte fosche riuscendo a calibrare il sacro e il profano del cinema horror; la suggestiva fotografia dell’habitat montano e la buona colonna sonora di Frutiger calcano la scena. Dimostra però ancora una certa immaturità di narrazione ed approfondimento dei personaggi, il rischio di creare più confusione che chiarimenti con un frenetico montaggio.Diavolo, bambole di paglia e alpi svizzere: ricetta appetibile, ma scarseggia di sale.

Voto:5

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