Warm Bodies

2013, Stati Uniti, di Jonathan Levine , Sentimentale, Commedia, Horror, 97′. Scritto da Alberto Longo (Fonte immagine: MyMovies)

Il giovane R è uno zombie e non ricorda nulla del suo passato, tantomeno il suo nome reale. Durante una scorribanda in cerca di cibo con altri compagni, il non-morto incontra la giovane vivente Julie, per la quale inizia a provare qualcosa. Sarà l’inizio di un inaspettato cambiamento per tutti: zombies e resistenza umana asserragliata in città fortificate. La fine del mondo predicata dai media sulla fantomatica profezia Maya si avvera in questo 2013 con il ritorno dei morti viventi sul grande schermo: Warm Bodies è il primo film ad approdare dopo le simpatiche anticipazioni dei lungometraggi animati “ParaNorman” e “Frankeweenie” del 2012. Nato come racconto breve della rete informatica, “Warm Bodies” è un romanzo di Isaac Marion che in poco tempo ha raggiunto la notorietà negli States, arrivando anche ai nostri lidi. Il film è diretto da Jonathan Levine, conosciuto per “50/50” con Joseph Gordon-Levitt, ed è apprezzabile per il soggetto, che vede nello zombie un inaspettato protagonista a tutti gli effetti, non più solo come antagonista scenografico.

Così come Romero ha evocato tutti i malesseri della società incarnandoli nei suoi morti in putrefazione, così Warm Bodies evoca la critica dell’indifferenza umana del XXI secolo. Unico rimedio è l’amore, il sentimento umano più forte persino dell’odio, che prende vita proprio da qualcosa che dovrebbe già essere morto. Parliamoci chiaro: non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio film horror, ma ad una ghiottissima occasione per la Summit di tenere ancora banco con un brand che ha già confermato la sua efficacia: il “romantic horror” per i teenagers romantici e dai gusti dark. Tuttavia sarebbe ingiusto paragonare l’adattamento cinematografico del romanzo di Marion a quella della saga dei vampiri di Stephanie Meyer: il regista gioca con sufficiente abilità nell’ironia dei luoghi comuni dei generi, cercando di trovare un equilibrio tra l’elemento romantico, la commedia e anche qualche risvolto macabro. Se aggiungessimo poi la discreta interpretazione di Nicolas Hoult nel ruolo di R e il buon lavoro della scenografia per mano di Martin Whist (l’aereoporto abbandonato è reale) anche il più ferreo purista del genere horror potrebbe chiudere un occhio e scendere ad un compromesso.

Ma la tregua è breve, complice una sceneggiatura che eccede nel costruire il suo protagonista, applicandogli quell’elemento umano che in uno zombie non può esistere. O almeno, non prima di una netta svolta nella storia che possa decretare il vero cambiamento nelle fredde membra del protagonista. Insomma, più che uno zombie, R è uno sconsolato teenager incapace di esprimersi in un mondo freddo e indifferente; un ragazzo che si confonde nella massa e non riesce ad uscirne con le sue sole forze. Uno zombie, tra l’altro, che potrebbe fare strage di cuori tra le più giovani del pubblico: Edward Cullen è avvisato… Altro elemento che potrebbe creare dissenso è l’elemento romantico, che inevitabilmente prende il sopravvento in maniera prepotente. L’idea che questo sentimento muova e rinnovi un mondo morto non è malvagia, soprattutto nella prima parte del film. Levine sa infatti raccontarla con leggerezza e spensieratezza, capace anche di coinvolgere i più scettici. Ma l’incanto svanisce poco prima della metà del film: a lungo andare il tono si fa sempre meno ironico e sempre più serio, lasciando che l’amore sia l’unica spiegazione plausibile per riportare l’umanità ad una nuova rinascita, senza alcun fondamento di base plausibile.

Se poi ai cari, amati, vecchi zombies si aggregano anche gli “Ossuti”, il purista non potrà far altro che scappare e rifugiarsi negli amati anni d’oro dei film horror che hanno fatto la storia. Se l’attore Nicholas Hoult è capace di dare credibilità al suo R e a rendercelo persino simpatico, non è lo stesso per il resto del cast della parte vivente. Le recitazioni di Teresa Palmer nel ruolo di Julie e di un irriconoscibile John Malkovich in quello del Grigio sono piatte e superficiali, rendendo difficile il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Una debole scusante è quella di una sceneggiatura incapace di approfondire in maniera adeguata i suoi eroi umani sopravvissuti alla catastrofe, rendendoli persino meno simpatici dei morti viventi. Meglio l’interpretazione di Analeigh Tipton nel ruolo dell’amica di Julie, Nora. Ma è Rob Corddry nel ruolo di M a rivaleggiare con Hoult per simpatia. Non a caso, è anch’egli uno zombie. La colonna sonora s’avvale del talento di Marco Beltrami, con alle spalle due nomination all’Oscar per le colonne sonore di “Quel treno per Yuma” (James Mangold, 2007) e “The Hurt Locker” (Kathryn Bigelow, 2008), che incrementa quell’atmosfera frammentata tra l’orrore, l’ironia e il romanticismo.

Tuttavia non va oltre al semplice accessorio di contorno alla regia, senza che lo spettatore possa veramente ritrovarsi a canticchiare un suo pezzo. La variegata scelta di pezzi noti come “Shelter from the Storm” di Bob Dylan, “Patience” dei Guns N’ Roses, “Hungry Hearth” di Bruce Springsteen, “Rock You Like a Hurricane” degli Scorpions oscurano ulteriormente il lavoro di Beltrami. In breve… La Summit tiene a bada schiere di teenagers romantici e dark con una rivisitazione zombie di R(omeo) e Julie(t) il cui amore cambierà il mondo. Sufficiente l’interpretazione di Nicholas Hoult e buona quella di Corddry. I veri morti viventi sono Teresa Palmer e un piattissimo Malkovich. L’atmosfera che si respira nei primi minuti stride pesantemente con il diktat romantico che già prima di metà film prende inesorabilmente il sopravvento. Il soggetto del romanzo di Isaac Marion è garbato, Jonathan Levine alla regia cerca un connubio con l’ironia e il macabro. Ma la produzione preferisce zombies da riviste di copertina. Sicuramente meglio della saga dei cugini con le zanne: il film è autoconclusivo e gli zombies non luccicano. Almeno per ora.

Voto: 4

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