The Words

2012, Stati Uniti, di Brian Klugman e Lee Sternthal , Sentimentale, Drammatico, 97′. Scritto da Alberto Longo (Fonte immagine: MyMovies)

Clay Hammond è uno scrittore affermato e celebre, intento a presentare la sua ultima prova letteraria: “The Words”. Il libro narra del giovane scrittore Rory Larsen alla costante ricerca del successo e dell’ispirazione per il romanzo perfetto. La sua risposta avrà conferma con il ritrovamento a Parigi di un manoscritto in una vecchia ventiquattrore; lo scrittore in erba decide di farlo suo. Ma un Vecchio ne rivendica la paternità. Diceva Ernest Hemingway ricevendo il premio Nobel: “Scrivere implica, nei migliori dei casi, un’esistenza solitaria. Lo scrittore lavora da solo e, se è un buon scrittore, deve ogni giorno affrontare l’eternità o la mancanza di eternità”. Il talento natio di Oak Park non è stato il primo ad affrontare l’eternità (conquistandola) nè l’ultimo a fare della solitudine una compagna costante. Perchè tutte nove le Arti, sono, come dice Oscar Wilde nella fiaba de “L’usignolo e la rosa“, egoiste e tremendamente gelose delle menti di chi si accosta a loro. Agognano alla vita reale per sopravvivere ed essere celebrate per sempre. E i loro mediatori con loro. Tutto nasce da scelte: voglio vivere? Come? L’eternità è per me?

Brian Kligman e Lee Sternthal tentano le risposte con il loro “The Words“, firmandone sceneggiatura e regia. Dopo la prova come soggettisti per “Tron Legacy” (2010), i due registi aspirano ancora ad un film commerciale che possa elevarsi a qualcosa di più. Se nell’operetta techno-pop e baraccona di Joseph Kosinski si andava alla ricerca della vita in un mondo cybernetico con tanto di accenno all’origine di un’esistenza reale in un videogioco, qui si riflette su ciò che la vita potrebbe offrire come il talento, la sensibilità, l’opportunità di toccare l’eternità con un dito. Ma soprattutto, in che modo raggiungerla. Il film è elogiabile per l’intreccio narrativo tra la narrazione di Hammond (Dennis Quaid), il racconto con protagonista Rory Larsen (Bradley Cooper) e i ricordi del Vecchio (Jeremy Irons; Ben Barnes), giocando abilmente le sue carte nell’interrompere e riprendere le fila di ciascuna storia, amalgamandole in modo adeguato.

La struttura risulta però eccessivamente cerebrale rallentando il ritmo dell’opera e perdendo un po’ della sua magia nel finale col rischio di risultar confuso. Questo gioco di scatole cinesi risulta tuttavia riuscito grazie anche ad un discreto uso della fotografia (Antonio Calvache) che tramite variazioni di colore permette una lettura immediata della situazione entro cui i personaggi vengono a trovarsi e i loro stati d’animo. Purtroppo il film non riesce a raggiungere lo spettatore appieno, colpevole una sceneggiatura che calca troppo la mano cercando quelle risposte; cade in facili patetismi risultando superficiale e poco sincero. I sentimenti sono puntati tutti su un’idea drammatica del talento, rendendo parole, trovate e locazioni spesso inutili e scontate. Se le interpretazioni dei veterani Dennis Quaid (Ogni maledetta domenica di Oliver Stone, 1999; Traffic di Steven Soderbergh, 2000; The Day After Tomorrow di Roland Emmerich, 2004) e Jeremy Irons (“Mission” di Roland Joffè, 1986; Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci, 1996; Callas Forever di Franco Zeffirelli, 2002) risultano convincenti ed apprezzabili, lo stesso non vale per i comprimari maschili.

Bradley Cooper (Una notte da leoni di Todd Philips, 2009; Una notte da leoni 2 di Todd Philips, 2011) non interpreta con disinvoltura i sentimenti del suo Rory Larsen: li trascura nei momenti d’indecisione con una recitazione troppo superficiale e li esaspera in quelli più drammatici. Così facendo cancella le sottili sfumature tra uno stato d’animo all’altro che invece avrebbero fatto la differenza. Certo, l’impegno c’è, ma la prova non è sufficientemente matura. Poco meglio per il protagonista dei ricordi del Vecchio: il Ragazzo interpretato da Ben Barnes (Le cronache di Narnia – Il principe Caspian di Andrew Adamson, 2008; Dorian Gray di Oliver Parker, 2009) trasmette sì un’idea d’ingenuità e di disperazione, ma la mano viene spesso eccessivamente calcata, risultando inefficace o monocorde. Sufficienti le parti femminili di Zoe Saldana (Avatar di James Cameron, 2010) e Olivia Wilde (Tron Legacy di Joseph Kosinski, 2010; Cowboys and Aliens di John Favreau, 2011). Il montaggio risulta del tutto ordinario alla scuola hollywoodiana, la colonna sonora di Marcelo Zarvos enfatizza i momenti più drammatici con archi e pianoforte orecchiabili ma poco memorabili.

In breve… The Words è un film che tramite un abile gioco di scatole cinesi nella narrazione e una buona fotografia tenta di restituire alla realtà e al cuore il motivo di chi persegua la via della scrittura e dell’arte per l’eternità, riflettendo soprattutto sulle scelte che dovrebbero portarci a tale meta. La sceneggiatura purtroppo non funziona a dovere per eccessiva superficialità e patetismo gratuito, poco giovato dalle buone interpretazioni di Quaid e Irons. Maluccio Cooper. Brian Kligman e Lee Sternthal hanno spiccato il balzo per quell’eternità. Ma la rincorsa è troppo corta.

Voto: 5

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: