Te absolvo

Italia, 2016,  di Carlo Benso, Drammatico, 90′. Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: MyMovies)

Piemonte, un piccolo paese fra le colline del Monferrato, giorni nostri. Per sostituire il parroco Andrea Caracci (Toni Garrani), sospeso a divinis in seguito alla relazione con una donna del luogo, Veronica (Karolina Cernic), dalla quale ha avuto una bambina, è arrivato un giovane prete, Paolo Biancorè (Igor Mattei). Il primo incontro fra i due, all’osteria, non sembra nascere sotto buoni auspici, Paolo fatica a comprendere l’atteggiamento di Andrea, il quale non solo ha celebrato il “matrimonio riparatore” fra Veronica e il sacrestano Fausto (Fabio Fazi), provvedendo poi a battezzare la neonata, ma appare inoltre deciso nel continuare ad assumere il proprio ruolo: la sua vocazione non è certo svanita, anzi, ha dato amore e messo una vita al mondo, poco importa se la gente, oltre a giudicare la sua condotta, diserta la messa, lui fa affidamento più sui testi delle Scritture che sui regolamenti ecclesiastici e, soprattutto, sulla presenza tangibile, concreta, di Dio, rinvenibile tanto nella terra dei declivi tutt’intorno, quanto in ogni gesto quotidiano volto alla comprensione reciproca e alla speranza condivisa.

Paolo inizia subito a celebrare messa, oltre ad organizzare, è un musicista, delle audizioni  per la composizione del coro, conquistando presto simpatia e stima degli abitanti, nonché dei rappresentanti istituzionali, anche se  il confronto con l’anziano “collega” si fa ogni giorno più aspro. Nessuno dei due, infatti, sembra voler indietreggiare rispetto alle proprie posizioni; a complicare la situazione, il furto di un antico e prezioso crocifisso, sul quale aveva casualmente messo gli occhi un critico d’arte di passaggio, e la richiesta delle dimissioni di don Andrea da parte del vescovo…  Diretto da Carlo Benso, alla sua opera seconda dopo l’esordio nel 2015 con Fuorigioco, anche autore della sceneggiatura insieme a Toni Garrani, Te absolvo si sostanzia alla visione come un noir dai risvolti esistenziali, facendo sì che il piccolo paese del Monferrato diventi non solo il proscenio dei vari accadimenti ma un vero e proprio protagonista, microcosmo rappresentativo di certa provincia rinchiusa all’interno delle proprie convenzioni ed abitudini, i cui abitanti, nel coltivare la quotidiana esistenza, indulgono, per dirla con Fabrizio De Andrè, nel dare buoni consigli per non poter più dare cattivo esempio, quando non assumano le parvenze dei sepolcri imbiancati d’evangelica memoria.

Gli accorti, avvolgenti, movimenti di macchina sembrano dunque stringere progressivamente l’ambiente circostante, tanto in esterno quanto in interno, intorno ai protagonisti,  i cui primi piani ne svelano, soffermandosi su gesti e sguardi, psicologia ed atteggiamenti comportamentali. Ecco dunque la ferma sicumera espressa dal giovane Paolo, ottimamente resa dalla recitazione di Mattei, manifestazione, a suo dire, di una vocazione incrollabile, che sembra però lontana dall’ispirazione di quel “misericordia voglio e non sacrificio” enunciato da Cristo, dove la coerenza dei valori appare propensa a divenire una forma di intolleranza, espressione di una fede meramente confessionale, poco incline ad una concreta trasmutazione in fiducia, spirito e forza di relazione esistenziale. A lui si contrappone, con toni altrettanto fermi ma appena venati da una dolente disillusione, interpretazione resa da Garrani con epidermica immedesimazione, l’idea espressa da Andrea di un  Dio lontano dal testo catechistico, dal santino idolatrato, che sa farsi sia uomo tra gli uomini, sia Padre che, in quanto tale, si aspetta e pretende dai figli non una vacua obbedienza in odor di contrizione, bensì, essenzialmente, il rispetto per se stessi e, conseguentemente, per gli altri, per il prossimo.

Riuscita anche la caratterizzazione dei personaggi secondari, il silente Fausto col suo dolore a stento rappreso, la mai rassegnata Veronica, nella fiera consapevolezza, pur avendo tutti contro, di non aver commesso, in fondo, nulla di male nel prendere le distanze da un indottrinato modello comportamentale, il suo unico peccato, “reato di lesa certezza quotidiana” (Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo), consiste nell’aver molto amato. Avvolto in una fotografia vivida e brumosa al contempo (Manolo Cinti), Te absolvo si avvale di un ritmo narrativo opportunamente cadenzato grazie anche ad un buon montaggio (Cristiana Cerrini) e a un felice contrappunto sonoro (Enzo Pietropaoli), quest’ultimo del tutto correlato al succedersi delle immagini, accompagnando la sensazione, avallata dalla regia, dello sguardo di un’Entità che tutto sovrasta e tutto lascia fluire, assecondando l’umana libertà nell’interiorizzare una personale spiritualità e conseguente affidamento al divino o, meglio, all’immanenza del sacro nella giornaliera ritualità, pur fra i tanti dubbi o incertezze che ne accompagnano, da sempre, la sua esternazione.

Il perdono diviene l’ago della bilancia nella presa di posizione definitiva, volta a declamare tanto la propria umanità quanto quella necessità d’assoluto che potrebbe già appartenere a ciascuno di noi o essere semplicemente desiderata. Piuttosto ben scritto e diretto, per quanto sia avvertibile una forse eccessiva sbrigatività nel finale, ottimamente recitato dall’intero cast, Te absolvo rende opportuna testimonianza alla vitalità del cinema indipendente, la sua capacità di coniugare felici intuizioni, qualità e coinvolgimento degli spettatori, slegandosi dalle pastoie di certa produzione omologante propria del circuito ordinario.

Voto:7

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