Accordi e disaccordi

Sweet and Lowdown– Stati Uniti, 1999 – di Woody Allen -Commedia/Drammatico – 95′. Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: MyMovies)

Anni ’30, Ray Emmet è un bravissimo chitarrista. Spligliato e sicuro quando è sul palcoscenico, paranoico e mediocre invece al di fuori. Gira con una pistola in tasca per sparare ai topi in una discarica, si fissa a guardare il treno che passa come fosse un bambino, convive con una donna muta, Hattie, che l’adora ma con la quale lui non ha alcuna intenzione di instaurare un rapporto duraturo ed ha infine un irrazionale complesso d’inferiorità verso un altro grande chitarrista del tempo, Django Reinhardt, terrorizzato all’eventualità di poterlo incontrare. Ray Emmet è un personaggio di fantasia, contrariamente al suo supposto rivale.
Nella già sterminata filmografia di Woody Allen si possono trovare alcune direttrici tematiche che rappresentano, allo stesso tempo, delle fasi di passaggio non solo della sua vita artistica ma anche personale. Alcune di esse si ripropongono e s’intersecano fra loro anche a distanza di anni. Pochi autori si possono definire versatili a suo pari, essendo egli capace di passare disinvoltamente dalla commedia al dramma psicologico, oppure dal comico al giallo-thriller come se ciò fosse del tutto naturale e conseguente.

Dopo gli esordi nel genere comico, caratterizzati da spunti decisamente auto ironici, numerose gags e situazioni paradossali (si veda ad esempio Prendi i soldi e scappa e Il dittatore dello stato libero di Bananas), l’attore e regista americano, da sempre affascinato ed ossessionato dal cinema europeo introspettivo, intellettuale e metafisico ha messo in scena una serie di film che già nei titoli, Interiors, Io & Annie ed Ombre e nebbia testimoniano una sofferta ricerca psicologico-esistenziale mai del tutto soddisfatta e conclusa. Fra questi due estremi, sintetizzando al massimo, s’inserisce con pari disinvoltura il periodo nostalgico-celebrativo di Manhattan e La rosa purpurea del Cairo, per citarne un paio, sino ad arrivare ad una sorta di serenità e maturità espressiva che unita ad una completa padronanza del mezzo cinematografico sotto ogni aspetto tecnico e stilistico, consente a Woody Allen di potersi confrontare in sicurezza con generi diversi, il giallo-thriller in primis (Match Point, Scoop e Sogni e delitti) meno significativi dal punto di vista dei contenuti ma formalmente ineccepibili. In qualunque tipo di sfida si sia cimentato comunque il regista americano ha sempre lasciato un segno, grazie alla sua camaleontica capacità di adattarsi a temi, ritmi e costumi anche molto distanti fra di loro.

Accordi e disaccordi può essere associato alla fase nostalgico-celebrativa, ma anche e soprattutto ad opere a mezza via fra il reportage e l’allegoria, difficilmente catalogabili quindi, come Zelig soprattutto e Basta che funzioni, nelle quali è come se l’autore mirasse non solo a raccontare con la sua oramai proverbiale semplicità, scioltezza ed abilità narrativa alcune delle sue tante storie, ma anche ad instaurare un filo diretto con lo spettatore, una sorta di dialogo, per quanto impossibile nella pratica, grazie ad alcuni protagonisti che si rivolgono direttamente alla platea davanti alla macchina da presa e non solo nel ruolo di semplici intervistati, come in questo caso, per quanto a loro volta artificiosamente rappresentati. Zelig comunque, andando per semplificazione ed esclusione, è sicuramente l’opera più vicina, per costruzione, ad Accordi e disaccordi il cui protagonista, Ray Emmet (interpretato dal bravissimo Sean Penn), supposto leggendario chitarrista vissuto intorno al 1930, è una figura di pura fantasia, seppure calata in un’epoca ben precisa e fra artisti realmente esistiti. Woody Allen suppone infatti di ricostruirne la biografia e le gesta, calandole in un preciso contesto storico-evocativo, avvalendosi della collaborazione di alcuni personaggi che interpretano se stessi, raccontando aneddoti e curiosità relative alla vita e le opere del controverso musicista.

Un procedimento di natura documentaristica e figurativa che dimostra, difficile dire se volutamente e consapevolmente o meno, quanto sia facile in fondo, per i media, creare dal niente un mito ed imporlo al pubblico, se vogliono e lo ritengono opportuno, al di là di quei personaggi che dimostrano davvero di meritare un tale appellativo per le qualità straordinarie che mettono in mostra. Ray Emmet è un artista dal talento innato, ossessionato però sino alla paranoia dalla bravura di un altro grande chitarrista di quegli anni, veramente esistito, cioè Django Reinhardt, il quale nel film appare solo in una breve sequenza finale, ma il cui spettro per Ray aleggia lungo tutto lo svolgimento della storia, condizionandolo a tal punto che per ben due volte, quando casualmente gli capita l’occasione di incrociarlo di persona, sviene per l’emozione o letteralmente si sottrae, non ritenendosi in grado di sostenerne neppure la presenza. Il complesso d’inferiorità nei confronti di Django è così forte ed irrazionale che, non solo sentirlo nominare gli crea un vero e proprio disturbo fisico, ma pur essendo egli a sua volta uno straordinario chitarrista, osannato dal suo pubblico, al quale pertanto non deve dimostrare più nulla, egli sente comunque la costante necessità di ribadire a se stesso ed alle persone che gli stanno intorno le sue qualità, come se avesse sempre la necessità di sentirsele riconoscere.

Si tratta chiaramente di un sintomo d’insicurezza e la prova di un disagio interiore che ha origine in un’infanzia difficile, essendo stato abbandonato in giovane età da entrambi i genitori.
Poichè è un genio nel suo genere, Ray non è esente da altre stranezze, come la mania di girare con la pistola che si porta sempre appresso, anche mentre suona, seppure poi la usa soltanto nella discarica del paese per sparare ai topi, nonchè una passione infantile per i treni che s’incanta ad osservare mentre passano lungo la ferrovia. Anche in campo sentimentale non è meno stravagante e difatti si mette assieme ad Hattie, una donna muta ed altrettanto sui generis, con la quale può lasciarsi andare a lunghi monologhi mentre lei si perde ad ascoltarlo rapita. Nonostante ciò lui la considera più o meno alla stregua di una bambolina alla quale dedicare un po’ di simpatia mista a compassione, ma senza impegni particolari, tant’è che finisce per mollarla senza farsi troppi problemi, pur pentendosi tardivamente nel finale.
Woody Allen, non lo si scopre certo nell’occasione, è un grande affabulatore. Uno di quelli che si direbbe capace di rendere divertente e coinvolgente persino un’assemblea condominiale, se decidesse di scrivergli una storia intorno.

Quello che sorprende di questo autore non è solo l’instancabile ed inesauribile vena creativa che lo porta a realizzare con nonchalance ed efficacia anche due o tre film all’anno, ma la capacità di produrre e rendere credibile pure una vicenda di fantasia, pur contestualizzandola in un periodo storico musicale e di costume, come in questo caso e mettendo al centro un protagonista inesistente nella realtà. Appassionato musicista e melomane, Allen riesce nel-l’occasione ad incuriosire e deviare l’attenzione dello spettatore sulla figura di un chitarrista virtuoso come Django Reinhardt, stimolando quelli più curiosi ad approfondirne la conoscenza. Un artista in pratica solo citato nel corso del film, ma che a suo tempo godette di grandissima considerazione realizzando una ricca discografia che poco importa se è presumibile sospettare che sia comunque sconosciuta ai più. Sean Penn è bravissimo, istrionico alla maniera di Robert De Niro, al quale nell’occasione finisce pure per assomigliare un pò, nel tratteggiare il personaggio contradditorio di Ray Emmet, un uomo mediocre nella vita normale quanto eccellente invece quando ha la chitarra fra le mani, destinato comunque e rimanere un eterno secondo pur avendo, in teoria, le doti necessarie per primeggiare.

Una storia nella quale alla fine prevale il realismo e difatti Woody Allen fa scomparire nel nulla il protagonista così com’era apparso dal nulla all’inizio, alla stregua di un sogno intricato che svanisce al risveglio o, se si preferisce, l’amara conclusione di una favola per adulti. Si dice che Penn abbia preso così seriamente la parte da essere andato appositamente a lezione di chitarra per essere almeno in grado di poter suonare a memoria e personalmente i brani che egli interpreta durante le esibizioni, consentendo quindi al regista di inquadrarne anche le mani per guadagnarci in spontaneità, anziché nasconderle o affidare l’esecuzione ad un professionista nascosto. Qualche esperto o purista che dir si voglia troverà certamente nelle esibizioni strumentali di Sean Penn dei limiti dal punto di vista tecnico, a partire dalla postura delle mani, mentre la gran parte c’è da scommettere che resterà stupita dall’abilità mostrata dall’attore durante le sue performances. Eppure se c’è un personaggio che in quest’opera resta impresso nella memoria non è Ray, ma Hattie, la ragazza muta, candidata meritatamente a suo tempo all’Oscar come attrice non protagonista. Samantha Morton è bravissima a tratteggiare sia nella mimica facciale che gestuale il suo personaggio, una psicologia infantile e tenera che la sceneggiatura vuole però raffigurare tutt’altro che debole e remissiva dietro un’apparente fragilità.

Alla fine è proprio lei infatti che riesce a dare ordine ed un senso alla sua vita, con un matrimonio ed un figlio dopo aver superato lo choc dell’abbandono da parte di Ray, ingelosito dal fatto che Hattie è riuscita, nonostante il suo handicap, a farsi assumere per recitare in una piccola parte di un film Hollywoodiano. L’interpretazione di Samantha Morton è talmente efficace da oscurare decisamente la pur breve apparizione di Uma Thurman nei panni di un’eccentrica mangiatrice d’uomini ma con un approccio che si potrebbe definire psi coanalitico.Accordi e disaccordi è un film piacevole, perfettamente calato nel clima dell’epoca, mai banale e che evita accuratamente ogni patetismo e conformismo per immergersi con ironia ed inventiva in una vicenda dai molteplici risvolti ed il cui titolo (tradotto letteralmente dall’originale) gioca abilmente sulla contraddizione esistenziale del protagonista Ray Emmet: gli ‘accordi’ riferiti alla musica che suona ed i ‘disaccordi’ che sottolineano lo stridente contrasto con la sua inesistente vita di normale relazione una volta sceso dal palcoscenico e riposta la chitarra nella sua custodia.

Voto:8

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: