Appaloosa

 

Stati Uniti, 2008 – di Ed Harris-Western/Drammatico – 114′. Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: MyMovies)

 

Virgil Cole ed Everett Hitch sono due pistoleri che da una dozzina d’anni girano il West a fornire i loro servigi, un po’ per piacere un po’ per professione, a chi è disposto a pagare per ristabilire ordine e giustizia laddove prepotenti come il ranchero Randall Bragg le calpestano. Ad Appaloosa sono stati uccisi da Randall sia lo sceriffo che il suo vice e la legge praticamente non esiste più. Una volta firmato il contratto con i rappresentati locali desiderosi di ripristinare la legalità fanno piazza pulita degli uomini di Bragg e riescono persino a trovare la testimonianza utile per proces-sarlo e farlo condannare alla pena capitale. Nel frattempo Virgil si è innamorato di Elli, una vedova giunta in loco per sbarcare il lunario suonando la pianola nel saloon, sperando in un futuro migliore, ma che non è esente però da qualche contraddizione. Bragg riesce a fuggire grazie all’aiuto di due pistoleri ingaggiati allo scopo ed a portarsi dietro prigioniera Elli senza rispettare i patti con Virgil che ha acconsentito a liberarlo accettando uno scambio con la donna. L’inseguimento porta dritti all’inevitabile resa dei conti con qualche sorpresa rispetto ai canoni classici del genere.

Il genere western rappresenta per il cinema quello che l’epica è per la letteratura e la metafora per la retorica. Mi riferisco ovviamente a quella categoria di film che non si limita a qualche sparatoria o sganassone fra uomini duri o presunti tali. Oppure, sull’onda del classico ‘arrivano i nostri’, alla visione a tutto schermo delle truppe lanciate alla carica sul suono delle trombe contro le tribù ribelli e selvagge dei pellerossa, che si ostinano a non voler lasciare i loro territori ed a farsi quindi rinchiudere docilmente nelle riserve per far spazio al ‘progresso’ dei coloni. Il cinema western infatti, grazie ad alcuni autori di grande qualità e carisma, nel corso del tempo ha subito una sorta di metamorfosi finendo per prediligere forme espressive meno ostentamente spettacolari ed orientarsi maggiormente quindi verso l’analisi psicologica, sociale o allegorica. Tali opere insomma non sono più strettamente legate ai classici panorami naturali della Monument Valley, a personaggi controversi e tagliati con l’accetta dentro e fuori le scene, tipo John Wayne per intenderci, uomini di poche parole e maniere spicce, ma le tematiche e le caratterizzazioni dei protagonisti sono cambiate nel frattempo, nel senso che non sono più necessariamente specifiche del western e dei suoi canoni pur continuando a convivere con la sua straordinaria cornice e forza espressi-va allo scopo di raggiungere la più vasta platea.

Da questa mutazione è nato in particolare un sottogenere che ha preso il nome di ‘crepuscolare’, il cui termine apparentemente sembrerebbe indicare l’inesorabile tramonto di un genere, e per certi versi è proprio così, non fosse altro per il numero progressivamente decrescente di opere prodotte da un certo punto in poi, come se si fosse esaurita la vena oppure i cambiamenti avvenuti nel frattempo nei gusti del pubblico ne avessero sancito il declino. Gli autori ancora disposti a cimentarsi in un genere ampiamente sfruttato e quindi rischioso in termini di immagine e d’incassi al botteghino si sono di conseguenza drasticamente ridotti di numero, ma ciò non significa automaticamente a di-scapito della qualità delle opere prodotte. Anzi, rendendosi necessaria l’esigenza di non rimanere rinchiusi ed ancorati al classico dejà-vu, ne è scaturita una spinta a ridisegnare e rivitalizzare questo filone del cinema affrontando nuovi sbocchi narrativi che hanno portato alla realizzazione di alcune opere fuori dagli schemi ordinari, spesso considerevoli nei risultati ed anche capaci di ritagliarsi una prestigiosa nicchia all’interno dello stesso genere western.

Esempi di autori e film che rientrano in questa categoria ce ne sono parecchi ma per non farla troppo lunga, esortando semmai il lettore a svolgere per suo conto ulteriori approfondimenti, si possono citare personaggi come Clint Eastwood ed il suo mentore, ovvero il nostro Sergio Leone, ai quali è d’obbligo aggiungere perlomeno il nome di Sam Peckinpah, il quale, fra l’altro, ha realizzato il film simbolo per antonomasia dei western crepuscolari, ovvero Il Mucchio selvaggio. Le prime avvisaglie di un cambiamento arrivano però da lontano, persino da un regista che è sinonimo del western classico, cioè John Ford. Che altro è d’altronde il suo nostalgico e celebrativo capolavoro L’uomo che uccise Liberty Valance se non un perfetto esempio, appunto, di western crepuscolare?Per arrivare a tempi più recenti si può citare invece come paradigmatico in tal senso un film come Missouri di Arthur Penn, senza trascurare i grandi successi popolari: da Butch Cassidy di George Roy Hill, a Il piccolo grande uomo ancora di Penn e Soldato blu di Ralph Nelson. Questi ultimi sono oltretutto epigoni di una profonda rivisitazione del genere western che ha determinato un deciso capovolgimento di rotta, anche ideologica, sull’onda critica del ’68 e la sopraggiunta esigenza di effettuare una rilettura storica di quell’epoca per ristabilire un maggiore equilibrio ed obiettività fra gli antagonisti rispetto ai canoni stabiliti sino a quel punto.

Appaloosa appartiene certamente a questo lotto di opere cosiddette ‘crepuscolari’ ma dimostra di possedere anche il pedigree del western classico pur utilizzando uno stile ed un linguaggio cinematografico moderni. Allo stesso tempo l’opera di Ed Harris ribadisce la vitalità di un genere che è ancora in grado di regalare emozioni pur senza aggiungere nulla di più a quanto già espresso nel corso dei tanti anni dalla nascita, praticamente contemporanea a quella del cinema stesso. Il merito va innanzitutto proprio ad Ed Harris, qui alla sua seconda regia dopo l’esordio con Pollock nel 2000, conosciuto ai più come interprete di pregio, uno di quelli che si ritrovano spesso nella categoria degli ‘attori non protagonisti’, i quali però frequentemente ricevono più riconoscimenti ed apprezzamenti della stessa star alla quale, anche se sembra riduttivo, fanno da spalla. In questo film egli ricopre addirittura il ruolo di ‘one man show’: autore, attore, sceneggiatore e produttore. Appaloosa è una razza di cavalli, ma nello specifico del film è il nome di una cittadina sperduta del selvaggio West che, a vederla, non ci si sognerebbe mai di sostarvi a lungo: tanta polvere che il vento rende ancora più penetrante e fastidiosa, un solo hotel, se così vogliamo definirlo, il classico saloon, un panorama brullo ed anonimo nel quale il prepotente di turno tiene in scacco l’intera cittadina, con le sue sopraffazioni, prepotenze ed angherie, dopo aver accoppato senza tanti complimenti lo sceriffo ed il suo vice.

Randall Bragg (Jeremy Irons) è il nome del proprietario del ranch che è posto alle porte del paese ed è proprio lui il responsabile di questo clima di arroganza e sottomissione che sta sopportando da un pò di tempo quella comunità finchè i tre rappresentanti più benestanti e rappresentativi non ne possono più e decidono di reagire affidandosi ad una coppia di professionisti specializzati nel ripristinare la giustizia e l’ordine. Virgil Cole (Ed Harris) e Everett Hitch (Viggo Mortensen) costituiscono una strana coppia che da dodici anni gira in lungo ed in largo quegli immensi territori armati, fra l’altro, d’un insolito fucile da 8mm e preceduti dalla proverbiale fama di abilità con le pistole e garanzia di successo per i loro clienti. Virgil è l’indiscusso leader fra i due, ma solo perché sta bene così ad Everett. Non fosse che il contesto non si presta a questo genere di sospetti, si direbbe che fra i due potrebbe anche esserci qualcosa di più di una semplice amicizia. A complicare la perfetta intesa fra loro ed anche a smentire i dubbi precedenti, giunge nella desolata stazione ferroviaria Allie French (Renée Zellweger) che lì per lì viene scambiata dai due per una prostituta, a dar retta al vistoso abbigliamento, mentre in realtà è una giovane e spiantata vedova in cerca di lavoro (suona be-nino il pianoforte) che Dio solo sa come ha fatto a capitare sin lì.

Che sia un personaggio strano lo si capisce subito da come si presenta e racconta la sua storia, dalla spigliatezza e spregiudicatezza nel mettere in imbarazzo Virgil con domande dirette e personali ed è forse per questo che lui se ne innamora al volo, neanche fosse un adolescente alle prime emozioni sentimentali, nonostante le perplessità di Everett, che su questo campo evidentemente la sa più lunga del suo socio ed ha capito immediatamente che da quell’inopinato colpo di fulmine ne deriveranno solo guai. Un conto sono gli imbambolamenti amorosi, comunque, un altro la serietà e gli impegni sul lavoro, difatti Virgil e Everett dopo aver concluso con i notabili locali le procedure d’ingaggio, debitamente sottoscritte con un contratto le cui condizioni le hanno fissate i due soci, prendere o lasciare insomma, essi sistemano la questione dell’ordine pubblico in quattro e quattr’otto, con esemplare efficienza e prontezza, ripulendo la cittadina dagli ubriaconi rissosi e pelandroni al soldo di Bragg e sbattendone un paio in galera, giusto perché il loro capo venga a cercare di riprenderseli di persona e possa rendersi conto che con i due nuovi sceriffi il vento è decisamente cambiato ad Appaloosa.

Quello che non va giù a Virgil però è la convinzione che Randall ha ucciso l’ex sceriffo suo vecchio amico ed il vice, i cui corpi non sono neppure mai stati ritrovati, anche se nessuno in paese è in grado di dimostrare l’avvenuto omicidio che è stato consumato infatti, lontano da occhi indiscreti, nel ranch fuori città. L’occasione buona si presenta a Virgil quando un ragazzo che era al servizio di Bragg il giorno dell’assassinio torna in città per cambiare aria e si dichiara pronto a testimoniare contro quest’ultimo. Chiunque a quel punto chiederebbe rinforzi per andare a catturare il colpevole nella sua tana, circondato e protetto da una nutrita schiera di uomini prezzolati, ma non Virgil ed Everett che nottetempo si recano al ranch e con uno stratagemma prelevano Randall e lo trascinano sino al paese per sbatterlo in prigione in attesa che un giudice (curiosamente interpretato dal padre stesso di Ed Harris) venga a processarlo e, grazie alla testimonianza del giovane, condannarlo quindi all’impiccagione.

Tutto risolto? Macchè, durante il trasferimento del condannato in treno sino al carcere dove dovrebbe essere giustiziato, approfittando di una sosta per il rifornimento del convoglio, spuntano da sotto un ponte due pistoleri a cavallo, ingaggiati nel frattempo dagli uomini di Bragg, i quali hanno rapito Ellie per costringere Virgil ad accettare un compromesso: la liberazione della donna in cambio di quella del prigioniero ed una volta ottenuto quello che volevano, fuggono portandosi appresso la stessa Elli, senza rispettare quindi la promessa di rilasciarla. Ovviamente Virgil ed Everett si lanciano al loro inseguimento e la vicenda, a questo punto, pur essendo ancora lontana dalla conclusione, non si discosta molto dai canoni del genere, sino ad incanalarsi verso l’inevitabile resa dei conti. Sono possibili a questo punto due considerazioni: la figura di Elli è certamente diversa dall’universo femminile che siamo abituati ad incontrare in film analoghi (e se ne rende conto persino Virgil osservando con il cannocchiale il comportamento della donna, una volta che li ha ritrovato i fuggitivi) e la decisione di Everett nel finale. Un minimo di suspance bisogna però pur mantenerla nei riguardi di chi volesse godersi il film!

Appaloosa è un omaggio al western classico, come si accennava in precedenza e risulta palese dagli stereotipi che rappresenta. I riferimenti sono molteplici: a partire da Sfida infernale di John Ford, passando per Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann, quindi L’uomo dai sette capestri di John Huston, Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Sergio Leone, qui idealmente e rispettivamente rappresentati da Everett, Virgil e Randall. Si può chiudere questa parziale galleria di parallelismi citando anche Gli spietati di Clint Eastwood, come esempio di un lungo cammino generazionale all’interno di questa particolare e suggestiva categoria del cinema. Il film di Ed Harris non tralascia nulla dell’ordinaria amministrazione, per così dire: oltre ai buoni ed i cattivi, non mancano le sfide a colpi di pistole, le pressioni a livello psicologico e persino nei dialoghi abbondano da battute brillanti; c’è pure uno scontro con i pellerossa e naturalmente il classico finale consolatorio. All’interno di questo canovaccio si distinguono comunque alcune peculiarità che contraddistinguono quest’opera.
La storia è tratta dal romanzo omonimo di Robert B. Parker ed è raccontata in prima persona dal personaggio di Everett.

I caratteri dei protagonisti sono accuratamente delineati e descritti. Fra tutti quello che appare rappresentato in maniera più positiva è proprio quello di Everett. Virgil infatti, pur appartenendo alla categoria dei personaggi che stanno dalla parte dei buoni, non è esente da qualche spigolosità e contradditorietà di carattere. Non è insomma così perfetto come ci ha abituato lo standard di personaggi analoghi incontrati in tanti film precedenti. La brutale ed esagerata aggressione che egli mette in atto nel saloon, fra lo stupore di Elli, nei confronti di un uomo colpevole a suo dire di non prendere nella dovuta considerazione le regole da osservare all’interno della cittadina, viene bloccata e con non poco sforzo da Everett soltanto poco prima che Virgil massacri del tutto il malcapitato e genera più di un dubbio riguardo la sua affidabilità ed equilibrio caratteriale. Allo stesso tempo però guadagna credito il suo personaggio perchè lo umanizza, evidenziando i suoi limiti e difetti. Virgil ed Everett costituiscono certamente un sodalizio ideale, complementari l’uno all’altro. Virgil è quello che prende le decisioni, mentre Everett lo segue fedelmente pur essendo, fra i due, certamente quello più ponderato ed istruito, tant’è che spesso il socio ricorre a lui per farsi suggerire la parola giusta per completare il suo pensiero.

Eppure, a distanza di dodici anni da quando si sono messi assieme, pur avendo maturato una totale fiducia e stima reciproca, non c’è mai stato bisogno di tante parole fra loro: è un feeling fondato sulle esperienze condivise, un affiatamento costruito at-traverso un rapporto di stampo professionale, leale e saldo, ma senza sconfinamenti nella sfera personale. Significativo a tal proposito è l’episodio ad un certo punto che vede Virgil nella necessità di decidere se credere alla versione degli eventi fornita da Everett oppure a quella di Elli. Ebbene, no-nostante il coinvolgimento sentimentale di Virgil per quest’ultima, egli non ha alcun dubbio nel dare fiducia al compagno di venture. Il tema dell’amicizia è perciò molto forte in quest’opera e rappresenta un’eccezione in un ambiente nel quale generalmente sono il singolo ed il suo egoismo a prevalere. Su questo tema della fratellanza virile Appaloosa si avvicina anche ad un’altra degna opera crepuscolare, quel Open Range – Terra di confine di Kevin Kostner, a sua volta autore di un film emblematico ed importante come Balla coi lupi. Decisamente inconsueto e sorprendente per certi aspetti comportamentali è invece il personaggio interpretato da Renée Zellweger, una figura di donna decisamente trasgressiva rispetto ai canoni del tempo ed ai ruoli femminili che di solito appaiono in opere come questa.

Per nulla intimorita dal trovarsi, sola in un mondo di lupi, è lei in fondo, l’anello apparentemente più fragile ed indifeso, a comandare il gioco, fra Virgil, Hitch, Randall e persino i suoi rapitori, con obiettivo ultimo quello di trovare l’uomo che le possa garantire il più classico dei quadretti familiari costituito da un focolare, una cucina, un pianoforte e l’amore, non soltanto dal punto di vista affettivo ma anche fisico. Non sono convinto che la scelta degli autori sia caduta sull’attrice ideale per questa parte, poco sensuale a dispetto degli effetti devastanti che ottiene nei confronti di Virgil e degli altri uomini con i quali viene a contatto nel corso del racconto, però bisogna sottolineare che il sorriso e le espressioni un pò sopra le righe della Zellweger ben si adattano allo strambo personaggio. Fra i quattro ruoli principali del film quello che risulta perciò, curiosamente, più aderente ai canoni abituali è quindi Randall Bragg, che Jeremy Irons rende appropriatamente fascinoso e perverso allo stesso tempo. Appaloosa non è un film memorabile, ma certamente ammirevole, piacevole e degno di lode per essere riuscito ad essere tradizionale ed innovativo allo stesso tempo, con eleganza, ironia e persino raffinatezza in certi momenti.

Per chi non ha mai amato particolarmente il genere western, magari giusto per prevenzione, può rappresentare una valida occasione per cambiare idea. Da segnalare, tanto per confermare la personalità di quest’opera, quello che avviene nel finale, di solito caratterizzato dal classico addio del o dei protagonisti verso altri orizzonti ed avventure. Questa volta a lasciare il paese per avviarsi verso l’ignoto non è il personaggio principale rappresentato da Virgil, ma il suo fedele compagno d’avventure Everett, il quale prima di andarsene, contravvenendo un tacito
accordo tra loro, prende l’iniziativa, per una volta, allo scopo di risolvere a modo suo una questione rimasta in sospeso per garantire al suo oramai ex socio un avvenire di serenità. Una decisione che sta a mezza via fra la soddisfazione personale ed una grande manifestazione di amicizia proprio nel momento in cui le strade fra lui e Virgil si stanno per separare definitivamente. Viggo Mortensen, non solo per questo, ma perchè riesce ad essere discreto e carismatico allo stesso tempo, è il migliore fra gli interpreti anche rispetto al pur bravissimo Ed Harris.

Voto:8

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