A proposito di Monolith

monolith

Scritto da Francesca Totaro  (fonte immagine: movieplayer.it)

Sandra, giovane madre ed ex cantante, in procinto delle feste del ringraziamento decide di portare suo figlio David dai nonni paterni, che alloggiano in una lussuosa villetta a kilometri di distanza dalla città. Il lungo viaggio, che doveva essere tutto tranne che pericoloso, si trasforma in una lotta alla sopravvivenza sia per la donna che per il piccolo passeggero a bordo dell’indistruttibile Monolith.

La macchina più sicura del mondo può essere anche la più pericolosa mai fabbricata prima?

L’intera vicenda si svolge in uno scenario post apocalittico, nel deserto variopinto dell’Utah. Le scenografie limitate rendono il ritmo della pellicola ridondante ma, allo stesso tempo, aumentano la sensazione di spaesamento e ansia nello spettatore.

Protagonista una natura selvaggia che non fa sconti a nessuno. Una terra dimenticata dall’uomo e sopraffatta dagli animali, che diventano la causa stessa della disgrazia. Gli animali assumono un ruolo fondamentale nella narrazione: prima subiscono un processo di umanizzazione e poi scavano all’interno della protagonista per far riemergere emozioni forti, quali paura, rabbia e dolore, che le daranno la forza di reagire e andare avanti.

Con la realizzazione di Monolith il regista, Ivan  Silvestrini, si scosta totalmente dai film del suo repertorio, che ripercorrono narrazioni per lo più leggere, dall’impronta comica. Inoltre, rispolvera un genere che in Italia era stato dimenticato, a metà tra il thriller e il drammatico ma con qualche elemento che ricorda i road movie.

Il titolo del film non può che riportare al monolito Kubrickiano, rendendolo  così un omaggio diretto al regista statunitense. Ma inscena anche una critica della relazione tra uomo e tecnologia, e dell’uso ormai fuori controllo del mezzo, che ha creato quasi un rapporto di dipendenza tra le due parti. La donna, come la scimmia nel film di Kubrick, utilizza armi retrogradi cercando invano di distruggere questa impenetrabile scatola nera che rinchiude suo figlio, proteggendolo dagli attacchi esterni come in un grembo materno.

La scena in cui Sandra riesce a far scivolare giù dal dirupo la Monolith, riporta alla mente il momento del parto.  La madre sofferente urla e spinge a gambe divaricate, mettendoci tutta la forza che ha in corpo, per poter abbracciare suo figlio. Il bambino, protetto ermeticamente da questo scudo calorifero,  ne fuoriesce dopo ore di attesa, stordito, ma pronto per essere accolto tra le braccia della donna che lo ha dato alla luce.

In quello che diventerà un incubo infernale, la componente innovativa è senza dubbio l’incomprensione tra i personaggi dovuta ad un rapporto instabile tra madre e figlio. Agli occhi del bambino, Sandra appare come una figura amichevole e scherzosa. Non è assolutamente autorevole motivo per il quale, nella parte iniziale del film, David non riesce a chiamarla mamma. Solamente quando si troveranno nella situazione di pericolo estremo, la relazione tra i due diventa la loro unica arma di forza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: