Gli ultimi fuochi

 

The Last Tycoon– Stati Uniti- 1976 – di Elia Kazan

Drammatico – 125′

Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: Coming Soon)

 

Monroe Stahr è un produttore hollywoodiano di grande successo negli anni trenta. Paterno ed accomodante nei confronti dei grandi attori, il cui talento è spesso pari alla volubilità ed il capriccio, egli è invece sprezzante, severo e dispotico verso i registi ed gli sceneggiatori che usa, sposta e rimuove dal set a suo insindacabile giudizio e con ineffabile cinismo. Rimasto vedovo prematuramente, rimane un giorno come folgorato dall’apparizione di una donna che assomiglia in maniera impressionante alla moglie scomparsa e da quel momento impiega gran parte delle sue energie per ritrovarla, conoscerla, coprirla di attenzioni e cercare di convincerla a rinunciare a convolare alle prossime nozze con un altro uomo momentaneamente in viaggio d’affari. La donna sembra vacillare di fronte alle insistenze di un uomo tanto importante, ma allo stesso tempo si mostra egoista ed insensibile al suo potere. Dopo aver illuso un’ultima volta Stahr, essa scompare ed il produttore si distrugge nell’alcool e nel suo ricordo sino a farsi rimuovere dal prestigioso incarico e compromettere definitivamente quella che era stata sino ad allora una folgorante carriera.

È il film testamento di un autore che nel corso della sua travagliata carriera ha lasciato alla storia del cinema titoli per i quali si adatta perfettamente lo slogan di una vecchia pubblicità: basta la parola! Citandone solo qualcuno: Barriera invisibile, Un tram che si chiama desiderio, Viva Zapata!, Fronte del porto, La valle dell’Eden, Un volto nella folla, Splendore nell’erba. Tutte opere che un appassionato di cinema non dovrebbe mancare, certamente conosciute anche a molti spettatori occasionali, grazie alle periodiche riproposizioni in TV. Elia Kazanjoglou, conosciuto meglio come Elia Kazan, è un regista del quale nessuno, credo, possa mettere in dubbio le qualità ma che ha vissuto una storia professionale travagliata per via del suo coinvolgimento in quella pagina buia del cinema e della democrazia americana conosciuta con il nome di ‘maccartismo’. Nei primi anni cinquanta del secolo scorso infatti la Guerra Fredda in atto fra USA e URSS ha generato una sorta di caccia all’uomo in America, anche nell’ambiente della celluloide, alla ricerca di chi potesse essere definito uomo di sinistra, appartenente cioè a qualche movimento d’ispirazione comunista e quindi spia potenziale del nemico.

A farne le spese furono molte persone ed artisti di idee progressiste che nulla avevano a che fare ovviamente con i sovietici. Nel mondo del cinema fu istituito un Comitato che costringeva chiunque fosse sospettato di simpatie ideologiche comuniste e volesse continuare a lavorare a firmare una sorta di abiura e, peggio ancora, a denunciare i nomi dei colleghi e collaboratori che potevano essere compromessi a loro volta. Molti emeriti professionisti e persone senza alcuna colpa si ritrovarono improvvisamente sul lastrico, stroncati nella carriera e cacciati dagli ‘studios’ come appestati. Elia Kazan, che aveva un passato di simpatizzante comunista, cedette al ricatto, pur di continuare a lavorare e collaborò con il famigerato Comitato, fornendo alcuni nomi e marchiandosi della non invidiabile etichetta di delatore. Si pentì amaramente di quell’atto di vigliaccheria ma nel 1999 quando l’Academy gli assegnò un Oscar alla carriera, alla cerimonia di premiazione alcuni colleghi non si associarono alla platea negli applausi al vecchio regista, dimostrando di non avergli ancora perdonato quel periodo buio della sua vita.

Gli ultimi fuochi è l’ultimo film di Elia Kazan: un omaggio al cinema, un racconto pervaso di nostalgia ma anche di classe ed orgoglio, tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, con al centro due tematiche distinte che s’incontrano ed intersecano fra loro grazie al protagonista della storia. Da un lato una ricostruzione dei gloriosi anni del cinema in bianco e nero, dei quali vengono mostrati alcuni ciak ed i sottili equilibri fra le stars per i loro atteggiamenti spesso infantili e stravaganti, con la figura del produttore al centro del processo di realizzazione in un ambiente difficile ma esaltante come Hollywood e, parallelamente, una struggente passione amorosa che vede coinvolto lo stesso produttore di successo che s’innamora perdutamente della donna sbagliata sino a pagarne amaramente le conseguenze. D’altro canto è l’occasione da parte dell’autore per aggiungere qualche battuta riguardo il ‘brodo’ culturale che ha innescato poi la cosiddetta ‘caccia alle streghe’ (‘…Vuoi dire un vero comunista? Perchè alcuni sono solo dei buffoni che si fanno chiamare comunisti e molti di loro sono anche finocchi‘), come a voler prendere, seppure tardivamente, le distanze da quella dolorosa stagione.

Il film inizia con un tour guidato di un gruppo di turisti a Hollywood durante il quale la vecchia ed esperta guida (John Carradine) illustra ai suoi ospiti i teatri di posa e le testimonianze relative all’epoca del produttore Monroe Stahr (direttamente riferito al personaggio reale di Irving Thalberg) che negli anni trenta dirigeva gli ‘studios’ con la sua personalità, cinismo e le sue incontrastabili decisioni. Una figura dispotica che aveva potere assoluto su registi, attori e sceneggiatori, che reclutava e sostituiva a suo piacimento, se lo riteneva necessario, forte del potere che gli aveva conferito il consiglio della società di produzione, pur intimidito dal suo carattere risoluto, ma allo stesso tempo soddisfatto dai risultati che era capace di ottenere con le sue scelte ed il controllo assoluto che stabiliva sul corso di realizzazione, visionando ogni singola scena girata sino a comunicare la sentenza di approvazione o di bocciatura che non ammetteva replica. Un uomo temuto ma anche profondamente solo, perlomeno da quando aveva perso prematuramente l’amata moglie.

Sulle figure dei grandi produttori cinematografici si potrebbe aprire un capitolo a parte. Si possono citare nomi storici come David O. Selznick, Samuel Goldwyn, Darryl F. Zanuck, per arrivare ai nostrani Carlo Ponti e Dino De Laurentis, che si sono succeduti nel corso degli anni, sino ai più recenti come George Lucas e Steven Spielberg, il cui ruolo è divenuto marchio distintivo di qualità e di alcuni generi. C’è sempre stata una gran confusione nel voler attribuire troppi meriti o demeriti ai registi, quando spesso invece questi ultimi non sono altro che marionette alla mercè dei loro produttori. Ciò nonostante gli autori di qualità e personalità come Elia Kazan sono riusciti ed emergere ugualmente ed a lasciare un segno importante, mostrando perciò uno stile ed un carattere propri. Gli ultimi fuochi, che in originale s’intitola invece The Last Tycoon, è incentrato sulla figura di un produttore, interpretato da uno splendido Robert De Niro e racconta come un uomo di grande carisma ed autorità possa perdere la testa per rincorrere una donna, incontrata per caso, che somiglia però all’amata moglie scomparsa nel frattempo, sino a compromettere la sua carriera e l’ampio potere che aveva nelle mani, consumandosi nel cercare di convincerla a lasciare l’uomo che sta per sposare.

La forza dell’amore e dell’innamoramento insomma, capaci di offuscare la ragione anche
in un uomo di indubitabile equilibrio e non certamente facile a subire condizionamenti, ma anche una dichiarazione d’impotenza di fronte ad una donna indifferente al suo potere e che non è costretta a lasciarsi dominare (‘io voglio una vita semplice‘ gli ripete). Un’esistenza, quella di Monroe Stahr, che appare segnata da una visione troppo ambiziosa, come il film d’arte in corso di realizzazione che ritiene debba essere portato a termine per mere ragioni d’immagine, senza badare agli incassi, probabilmente inferiori alle spese, superando le perplessità del consiglio. La stessa prestigiosa villa di fronte al mare che sta facendo costruire ma che non è riuscito ancora a concludere (o voluto) rappresenta lo specchio della sua solitudine e dell’incertezza che lo assilla, nonostante le apparenze. Bisogna quindi distinguere in quest’opera la parte che riguarda la rievocazione di quel periodo di gran fervore per l’industria cinematografica, dalla storia romantica che coinvolge e travolge Monroe Stahr nei riguardi della sua musa Kathleen Moore. Il film di Elia Kazan è elegante, affascinante ed ineccepibile dal punto di vista illustrativo nel raccontare il cinema dal di dentro ed in tal senso contiene pure alcune sequenze d’antologia.

Una su tutte, quella che è diventata celebre come la metafora del nichelino e che termina con la frase ‘…stavo solo facendo del cinema…’. Una scena ripresa due volte, nella prima parte del film ed alla fine, la quale, oltre ad essere una mirabile sintesi del concetto di arte cinematografica ed una straordinaria performance attoriale di De Niro, è allo stesso tempo un’allegoria riguardo l’eccessivo peso che a volte si pretende di dare al cinema (e non solo) ed al suo ruolo in ambito sociologico. La stessa scena può essere interpretata come un ultimo tentativo a sua difesa da parte dello stesso autore in merito all’eccessivo ostracismo perpetrato nei suoi confronti per le note vicende citate in precedenza. Gli ultimi fuochi è anche un’opera che annovera una lunga serie di interpreti di gran nome, il che si può dedurre come una sorta di solidarietà e manifestazione di stima nei confronti del regista: Robert Mitchum, Tony Curtis, Jeanne Moreau, Donald Pleasence, Ray Milland, Dana Andrews, il giovane ma già bravissimo e maturo Jack Nicholson e l’ancora giovanissima e bellissima Theresa Russell, oltre al protagonista assoluto Robert De Niro. Un ‘parterre de roi’ insomma di impressionante prestigio ed un duetto, ad un certo punto, fra De Niro e Nicholson che si può considerare un saggio di recitazione e che si conclude con un cazzotto di quest’ultimo, sindacalista comunista, in faccia all’ubriaco Monroe, al termine di una una lunga provocazione e che Nicholson commenta ironicamente ‘Ho sempre desiderato toccare dieci milioni di dollari…’.

Dove invece l’opera di Kazan non convince è nell’eccesso di manierismo riguardo il rapporto sentimentale fra Monroe e Kathleen. Tanto è lucida, brillante e coinvolgente la parte girata negli ‘studios’, fra divi bizzosi come Didi (Jeanne Moreau) e complessati come Rodriguez (Tony Curtis) che Monroe comunque protegge e sostiene, come un buon padre di famiglia, dalle loro ansie e vezzi, quanto è invece smodatamente contemplativa, impalpabile e lenta quella che riguarda il tira e molla fra i due protagonisti, seppure la sequenza girata di notte a lume di candela nella villa in costruzione in riva al mare è sicuramente degna di nota per intensità, oltrechè per la splendida fotografia di Victor Kemper. Alla sensazione di una eccessiva lentezza s’aggiunge la sorprendente scelta di un’evanescente bellezza come Ingrid Boulting in mezzo a tanti interpreti di grido e mancando di personalità ne risente anche la passione che di solito coinvolge lo spettatore sino a farlo sentire parte della scena. D’altronde perchè alimentare inutili aspettative quando Monroe Stahr/De Niro stesso ci ammonisce che non è tanto importante come va a finire, quando in fondo si sta facendo soltanto del cinema…

Voto: 7

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