A Dangerous Method

a dangerous methodGB/Germania/Canada/Svizzera/USA – di David Cronenberg – drammatico/storico/biografico – 99′Scritto da Giulia Bramati (fonte immagine: imdb.com)

Il dottor Jung, seguace di Freud, brevetta la tecnica della seduta psicoanalitica su una giovane paziente. Gli incontri, sempre più fitti, e gli interessi comuni nei confronti delle tecniche freudiane, li portano ad una relazione profonda, che sarà causa di numerose sofferenze.

Il capolavoro annunciato di Cronenberg non si è rivelato tale. Troppe aspettative sono state create per questo film, probabilmente a causa delle ultime ottime performance registiche di Cronenberg, che hanno raggiunto livelli molto alti, e la bravura del cast. Effettivamente questi due elementi non possono ottenere critiche negative; la parte debole del film è la sceneggiatura: il tema scelto – tratto dal testo teatrale “The Talking Cure”di Christopher Hampton e ispirato al libro “A Most Dangerous Method”  di John Kerrun – è prettamente letterario. Ridurre il rapporto filiale di Freud e Jung a pettegolezzo non avrebbe avuto senso, gli sceneggiatori hanno così deciso di indagare l’amicizia dei due più famosi medici della “psycho-analysis”, accennando ad alcuni studi da loro svolti nel corso degli anni, senza però avere la possibilità di approfondirli nel corso dei 99 minuti di pellicola: nelle prime scene, il dottor Jung accenna all’ideazione della “talking cure”, la seduta psicologica, ma non vengono spiegate le modalità della scoperta o lo svolgimento della cura dell’unica paziente che guarisce; il regista si limita a mostrare qualche incontro tra i due, per giungere in tutta fretta alla guarigione della ragazza, Sabina Spielrein.

Il film è dunque il risultato di lunghe conversazioni, di cui non vengono forniti dettagli adatti per capire le vicinanze e le differenze tra Freud e Jung, che vengono molto semplificate; probabilmente il regista ha dovuto tener conto della scarsa conoscenza della tematica tra i fruitori del suo film e si è trovato davanti alla scelta biforcata di approfondire un discorso filosofico o di soddisfare il grande pubblico. Insomma, Cronenberg ha proposto un argomento troppo complicato per essere ridotto in un tempo breve e compreso da un pubblico vasto.

Ci sono tuttavia degli aspetti positivi da riconoscere: in primis i costumi e le scenografie di inizio Novecento realizzati in maniera impeccabile, poi la bravura di Keira Knightley nell’interpretare una donna che somatizza i suoi problemi psicologici, infine alcune argute osservazioni del dottor Freud, interpretato da Viggo Mortensen, il quale ha però poco spazio nel film (per esempio, a proposito del ruolo del medico della psicoanalisi, “qualunque cosa facciate, rinunciate all’idea di curarli”). Nelle vesti del protagonista Jung è Michael Fassbender, che non risulta particolarmente brillante. Nel cast è presente anche Vincent Cassel, che già aveva lavorato con Cronenberg e Mortensen in “Eastern Promises”, e interpreta con abilità il ruolo del dottor Gross.

La vicenda raccontata nel film ruota attorno al “natural istinct”: è consentito all’uomo soddisfare i propri istinti naturali suggeriti dalla psiche, anche quando essi non sono accettati dalla società? Il dottor Jung, sposato e con figli, cede al fascino della paziente Sabina Spielrein, nonostante sia una scelta condannata. “Freedom is freedom”: è necessario dunque porsi dei limiti? È quanto pensa Freud, ma non quanto pensa il dottor Gross, che cede davanti ad ogni singolo istinto e persuade Jung a fare lo stesso.

Apprezzabile è la volontà di approcciarsi ad argomenti filosofici, sebbene non si tratti di una novità: il personaggio di Freud compare in oltre sessanta film, più originale la scelta di porre Jung come protagonista. Un film troppo ambizioso.

Voto: 6

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