Grindhouse – A prova di morte

Grindhouse– Stati Uniti- 2007 – di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez

Azione/Horror/Thriller – 191′

Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: MyMovies)

Mike è uno stuntman oramai avanti nell’età e non più adatto per svolgere quel pericoloso mestiere sul set. Nella vita normale gira ancora con un’auto modificata, detta “A prova di morte”perchè ha il posto guida protetto in caso di urto violento. Non riuscendo a rinunciare alle scariche di adrenalina che gli forniva il suo lavoro, lo ha sostituito con un’insana passione: puntare e poi provocare terribili incidenti stradali nei quali le vittime sono tutte ragazze giovani e belle che si godono la vita e puntano al successo alla radio o al cinema. Gli va bene una prima volta, pur rimanendo a sua volta ferito, ma riuscendo a dimostrare che nel momento della disgrazia lui era sobrio, al contrario delle ragazze che sono morte. Una seconda volta invece, un anno e mezzo dopo ed in un altro posto, affronta il gruppo sbagliato e da carnefice diventa a sua volta vittima. Chissà perché quando si deve commentare un film di Quentin Tarantino si finisce per parlare più di lui, come personaggio e del suo ruolo nell’ambito del cinema attuale invece che del prodotto che ha realizzato. La risposta sta forse nel fatto che ogni suo film non è tanto importante per i temi che affronta, quanto per la visuale originale e provocatoria che propone, unita ad una straordinaria capacità di rivisitazione interna al cinema stesso che passa attraverso gli autori, i generi, i sottogeneri e persino gli oggetti che lo rappresentano.

Per alcuni di essi, essendo diventati oggetti di culto, Tarantino sembra aver sviluppato un talento specifico nel recepirli, farli propri e riproporli in un’operazione “graffiti” la quale, mettendoli in risalto, automaticamente li rivaluta. Se si tratta di un progetto culturale o soltanto di un semplice divertimento fine a se stesso lo può stabilire solo il singolo spettatore che va a vedere le sue opere ed in base alle sue aspettative, gli interessi e la capacità di cogliere i diversi piani narrativi e le numerose sfumature che l’autore solitamente propone, può stabilirne il giudizio. Grindhouse – A prova di morte sembrerebbe appartenere alla categoria dei film inutili e sbagliati che pure i registi più rinomati ed importanti prima o poi realizzano per autocompiacimento, per soddisfare una loro voglia, come diversivo rispetto ad opere più impegnative e significative della loro filmografia o semplicemente perchè falliscono la prova.
Com’è largamente noto fra i cinefili, l’approccio metodologico che Tarantino utilizza nel realizzare un film è facilmente riconoscibile ed è diventato nel frattempo proverbiale. L’aggettivo “tarantiniano” è spesso riproposto per sintetizzare un’opera o una singola scena che ha determinate caratteristiche di stile, di ritmo e di trasgressione.

La particolarità di questo autore sta nel fatto che è lui per primo un consumatore instancabile di film, spaziando fra cinematografie appartenenti a nazioni e persino continenti diversi, senza preclusioni di sorta, passando con irrisoria facilità dal capolavoro più serioso e complesso all’opera più sgangherata ed ignorata dai più. L’aspetto più curioso della sua personalità di autore è che sembra trovare maggiore arricchimento e spunti proprio dai film ed i generi ritenuti da molti come minori, se non proprio definibili come spazzatura. Grindhouse ad esempio è una sorta di omaggio ai film cosiddetti d’exploitation e splatter. Con quest’ultimo termine si definiscono quelle opere nelle quali l’orrore è palesemente e spesso gratuitamente mostrato attraverso scene di sangue, squartamenti, insistente compiacimento e che mirano a provocare ribrezzo nello spettatore. Exploitation invece è un’espressione usata per specificare un sottogenere cinematografico costituito da film di basso costo, realizzati con pochi mezzi ma sfornati in serie (horror, thriller, sexploitation, kung-fu), che trascurano completamente le tematiche per valorizzare invece alcuni aspetti secondari: dall’uso strumentale della violenza, al mettere volutamente in risalto, come fossero caratteristiche peculiari e risvolti simbolici esterni all’opera stessa, ad esempio, il divieto ai minori.

E Tarantino difatti inizia Grindhouse – A prova di morte con una breve sequenza di cartoni animati per sottolineare la visione inadatta ai bambini. Attraverso gli stessi trailers pubblicitari inoltre i film d’exploitation evidenziano appositamente la prerogativa di contenere immagini di particolare efferatezza, non tanto allo scopo di mettere in guardia lo spettatore, quanto semmai per metterle in risalto. In tal modo l’opera (se così si può definire) dichiara preventivamente di non mirare ad alcun merito artistico, accontentandosi di catturare l’attenzione, l’interesse e la complicità del pubblico di affezionati al genere. Grindhouse è nato come un film a quattro mani. Il regista Robert Rodriguez dopo aver scoperto di avere in comune con Tarantino un’analoga passione per i vecchi film d’exploitation che si proiettavano a ciclo continuo in alcune sale cinematografiche specializzate (che si chiamavano appunto Grindhouse) negli anni ’60 e ’70, lo ha convinto a realizzarne uno in proprio dividendolo in due parti: la prima intitolata Planet Terror diretta dallo stesso Rodriguez e la seconda, A prova di morte, con la regia invece di Tarantino. Il flop all’uscita del film in USA ha convinto Quentin a rimontare una versione integrale della sua metà per il mercato europeo, inserendo alcune sequenze che erano state tagliate in quella ridotta presentata in comune con l’amico regista.

Per rendere credibile l’omaggio a quell’epoca del cinema ed il sottogenere cui quest’opera è dedicata, Tarantino ha inserito appositamente, nel corso della stessa, una serie di fake tipica di quelle vecchie pellicole: righe verticali, rumori di fondo, addirittura tagli durante le battute e le scene, come se la bobina fosse realmente rovinata dall’usura. Va detto che questa scelta ha creato non poche perplessità nello spettatore ignaro delle intenzioni dell’autore perché se si è sempre affermato che i film di Tarantino possono essere apprezzati allo stesso modo da diverse tipologie di spettatori proprio perchè sono costruiti su crescenti livelli di lettura, in questo caso invece chi non ha già letto le note di produzione prima della visione difficilmente ne può comprendere la natura e lo scopo. Grindhouse – A prova di morte, narrativamente parlando, è come se fosse diviso a sua volta in due parti. L’unico protagonista maschile è Stuntman Mike, interpretato dal redivivo Kurt Russell, oramai in pensione e deturpato (o reso più macho?) da una vasta cicatrice sul volto, così come il personaggio di Jena, da lui medesimo interpretato in 1997 – Fuga da New York di John Carpenter, aveva in ‘bella’ mostra un’orbita oculare coperta da una vistosa benda nera.

A bordo di un’auto appositamente modificata per proteggere chi svolge il pericoloso mestiere dello stuntman e definita proprio per questo, ‘a prova di morte’, Mike ha sostituito le massicce dosi di adrenalina che gli procuravano le scene alle quali ha dovuto rinunciare per l’età con una perversa passione sessuale: arrivare all’orgasmo piombando a tutta velocità con la sua auto superprotetta dal lato guidatore addosso a quella di normale fattura utilizzata da alcune donne che egli ha scelto e seguito da tempo, tutte rigorosamente giovani, provocanti e piene di vita.
Il gioco gli riesce una prima volta quando una sera, con lucidità, faccia tosta e premeditazione, riesce a far colpo su una DJ locale e le sue tre amiche le quali sono solite ritrovarsi dentro un pub per chiacchierare futilmente e lasciarsi andare bevendo alcolici, fumando spinelli, ascoltando hits dal jukebox ed esibendosi saltuariamente in conturbanti lap dance. All’uscita, dopo aver accettato di accompagnare con la sua auto un’altra ragazza appena conosciuta nello stesso locale ed averla uccisa nel giro di pochi minuti, dopo averla terrorizzata e sballottata più volte sullo spartano sedile posto di fianco al guidatore, Mike raggiunge le altre ragazze le quali stanno tornando a casa in auto lungo una strada isolata di campagna canticchiando fra loro, allegramente intorpidite da alcool e fumo.

Lanciandosi a tutta velocità a fari spenti, dopo averle superate ed effettuata poco dopo una inversione ad ‘U’, egli provoca un terribile scontro frontale, che sventra l’abitacolo della vettura delle malcapitate e ne strazia i loro corpi. Grazie al guscio protettivo del posto guida della sua auto Stuntman Mike rimane solo ferito e riesce pure a dimostrare, seppure lo sceriffo arriva molto vicino ad intuire la verità, che è stato un incidente nel quale la colpa semmai è da addebitare alle ragazze che erano ubriache e drogate. Un anno e mezzo dopo Mike si trova in tutt’altro posto a bordo di un’auto analoga alla precedente ed ha adocchiato un gruppo di ragazze legate al mondo del cinema. Una di esse è una stuntwoman (nella realtà ha persino svolto la controfigura di Uma Thurman in Kill Bill) la quale ha appena convinto le altre tre amiche a provare lo Ship’s Mast, un esercizio che consiste nello sdraiarsi sul cofano di un’auto, mentre procede a gran velocità, con il solo supporto di due cinture legate ai lati dei finestrini per non essere sbalzata fuori. Il modello dell’auto che esse hanno scelto, cercato e trovato nel frattempo da un tizio che la vuole vendere è lo stesso utilizzato in una scena analoga del film Punto Zero di Richard C. Sarafian.

A Mike non sembra vero di poter cogliere l’occasione per seguire e quindi tamponare più volte l’auto delle ragazze. Quando riesce a far uscire di strada la loro auto ed è convinto che la stuntwoman sia morta, essendo volata via dal cofano oltre il ciglio della strada, quest’ultima invece esce praticamente illesa da una macchia di arbusti che ne hanno attutito la rovinosa caduta e la sua compagna alla guida, la quale si vantava poco prima di avere con sè una pistola, la tira fuori e colpisce ad una spalla Mike, il quale a quel punto fugge precipitosamente. Invertendo le parti, le donne decidono di inseguirlo ed approfittando del fatto che egli è indebolito dalla ferita, dopo averlo tamponato più volte, riescono infine a bloccarlo. Una volta scaraventato fuori dall’auto, nonostante Mike chieda di essere pietosamente risparmiato, si accaniscono su di lui sino a finirlo. La prima curiosità che balza all’occhio a chi ha seguito la filmografia di Tarantino è che questa volta, a differenza delle tre opere precedenti, in pratica c’è un unico personaggio maschile e per il resto il film è interamente interpretato e monopolizzato da figure femminili, vittime prima e poi carnefici a loro volta in una storia nella quale non esiste una ragione, un significato, ma tutto è giocato sulla tensione e la violenza gratuita alla base dei due episodi.

La spettacolarità degli stessi: il terribile incidente voluto e provocato da Mike nella prima parte che fa il paio con il tesissimo inseguimento fra le due auto nella seconda sono i momenti clou dell’opera. Gran parte di quello che resta è dominato dai dialoghi insignificanti ed interlocutori fra i due gruppi di ragazze, il che costituisce pur sempre un classico di Quentin Tarantino, specialista in arte affabulatoria, ma in questo caso, a differenza delle opere precedenti, i dialoghi sono davvero inutili, volutamente riempitivi, anziché follemente illuminanti come risultano, in particolare, in Pulp Fiction e Le iene. Un’altra curiosità è che Tarantino in questa occasione mette in mostra in maniera ancora più lam-pante che in precedenza (si pensi a Bridget Fonda in Jackie Brown) il suo feticismo riguardo i piedi, sui quali addirittura effettua un primo piano nella scena d’avvio del film. Se non fosse che a seguito di Grindhouse Tarantino ha realizzato un altro capolavoro come Bastardi senza gloria si potrebbe pensare ad una sorta di involuzione, eppure questo film, forse ancora più degli altri, è l’espressione più evidente del suo rapporto particolare con il cinema, che è improntato ad una cura maniacale dal punto di vista realizzativo ma nel quale spesso l’estetica ed il perfezionismo delle scene supera i contenuti.

Se questo è l’ultimo esempio di film d’exploitation ancora una volta il regista americano è riuscito a dare dignità artistica a qualcosa che altrimenti di suo sarebbe molto vicino alla nullità, se si esclude il fatto che nel significato della parola cult si tende infine a racchiudere pure tutto ciò che rappresenta, nel bene e nel male, un’epoca, uno stile, compreso ciò che in origine era ritenuto insignificante. Come sempre nei film di Tarantino la prova recitativa è indiscutibile da parte degli interpreti, da Kurt Russell che ha trovato in questa parte l’occasione per riproporsi dopo alcuni anni di quasi anonimato ad una serie di attrici giovani e brave, spesso parenti d’arte, come Sydney Tamiia Poitier che è figlia del più celebre Sidney, Jordan Ladd figlia della cantante e attrice Cheryl e Mary Elizabeth Winstead, cugina di Ava Gardner, mentre la seducente protagonista della lap dance Vanessa Ferlito ha partecipato in precedenza al serial TV ‘CSI: New York’. La musica non è mai secondaria nei film di Tarantino, ma seppure la colonna sonora è ricca di curiosità e brani che testimoniano l’epoca nella quale Grindhouse è calato, stavolta è più accompagnatoria e meno funzionale che in altri casi.

Ciò nonostante sono presenti numerosi brani di autori che appartengono al periodo d’oro di quei film di puro e semplice consumo, ma inseriti in questa occasione pure come omaggio ad opere e riferimenti cinematografici cari al regista americano: da Ennio Morricone a Pino Donaggio, a Dario Argento, per restare in casa nostra, con due brani tratti da Il Gatto a nove code e L’uccello dalle piume di cristallo ed i tanto cari polizieschi italiani di quegli anni, incluse le abituali autocitazioni riguardo le opere precedenti dello stesso Tarantino. Un’ultima nota: la sceneggiatura e la fotografia di Grindhouse – A prova di morte sono firmate dallo stesso Quentin Tarantino, come a ribadire il concetto di one man show.

Voto:6

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