I diari della motocicletta

Diarios de motocicleta– Argentina/Cile/Perù/Stati Uniti/Germani/RegnoUniti/Francia-  2004 – di Walter Salles- Drammatico/Biografico/Avventura – 128′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: MyMovies)

Ernesto “Che” Guevara nel 1951 è ancora uno studente al quale mancano quattro esami per lau-rearsi in medicina. Il suo amico Alberto Granado lo convince ad effettuare un viaggio lungo il Sud America toccando stati come Argentina, Cile, Perù e Colombia. Un percorso di circa 12.000km che i due dovrebbero compiere in sella ad una vecchia moto Norton Model 18 che Alberto ha soprannominato “La Poderosa”. Dopo una breve digressione nella lussuosa villa del padre della fidanzata di Ernesto, la quale però gli fa intendere di non concedergli molto altro tempo per aspettarlo, i due amici si inoltrano in luoghi e percorsi a volte pericolosi ed altri avventurosi nei quali prevale lo spirito goliardico. Il viaggio però li porta anche a scoprire l’arretratezza di molte popolazioni, lo sfruttamento alle quali sono sottoposte da parte di persone senza scrupoli, la carenza di ogni forma di sostegno sociale che esse subiscono. Ernesto ed Alberto, con pochi mezzi economici e senza più l’ausilio della moto, che ad un certo punto non ce la fa più e li lascia a piedi, costretti quindi ad utilizzare mezzi di fortuna per proseguire, si prestano a compiere opere di volontariato, ad esempio nel lebbrosario di San Paolo, nel quale si fanno apprezzare da tutti per l’impegno e la professionalità.

All’arrivo in Colombia i due giovani sono persone nel frattempo completamente cambiate e se-gnate dal lungo viaggio che il “Che” ha documentato in una serie di diari che ha scritto durante le varie tappe. Alberto decide di accettare un posto di lavoro nell’ospedale di Caracas, mentre Ernesto è pronto per assumere il ruolo di “El Comandante” che segna la sua vita di rivoluzionario, per consegnarlo alla storia come martire per la giustizia e per la liberazione dei popoli del Sudamerica da chi si profitta della loro ignoranza, povertà e debolezza.
Ernesto “Che” Guevara è stato un mito (e forse lo è ancora) per intere generazioni. Quella sua immagine con il basco in testa, la folta capigliatura e l’espressione determinata del viso, che appare sfumata anche nella locandina del film in alto a destra, è un’icona che è diventata nel tempo immediatamente riconoscibile. Del “Che” sono note le imprese che lo hanno visto protagonista nella lotta contro le ingiustizie nei paesi del Centro-Sud America, diventando il modello per antonomasia del rivoluzionario per giusta causa. Come molti personaggi che hanno combattuto le ingiustizie ed i poteri forti da essi alimentate, ha finito anche lui per cadere nella trappola messa a punto da opposte fazioni, CIA e narcotrafficanti nello specifico, le quali hanno avuto un interesse comune ad un certo punto, pur da visuali e con finalità completamente diverse, per toglierlo di mezzo.

Se la sua storia più nota è stata riassunta in più di un film, è presumibile pensare però che molti spettatori non ne conoscono il cosiddetto prequel, per usare un termine cinematografico. L’opera di Walter Salles giunge quindi a proposito per colmare questa lacuna e per disegnare un quadro lontano dalla retorica, a tratti probabilmente addirittura sorprendente per chi delle vicende che hanno visto protagonista “El Comandante” conosce solo la parte più leggendaria.
Il giovane Ernesto invece era uno di noi, si potrebbe dire nel gergo parlato odierno. Una persona semplice, tormentata da dubbi ed insicurezze, incluse quelle sentimentali, ancora ignara delle problematiche sociali dei popoli del Sud America, ma animata da forti ideali che ha saputo conservare ed anzi sviluppare nel tempo dedicandogli la sua stessa vita. I diari della motocicletta racconta la storia del viaggio on the road che il “Che” ha affrontato all’età di 23 anni, in compagnia del fedele amico Alberto Granado, quando gli mancavano solo quattro esami alla laurea in medicina, già con-seguita invece dal suo compagno d’avventura il quale, all’epoca dei fatti, aveva però sei anni più di lui. Nonostante le preoccupazioni del padre (condivisibili d’altronde da qualunque altro genitore al suo posto) sull’intenzione del figlio di interrompere temporaneamente gli studi pur essendo vicinissimo al traguardo (salvo poi dargli la ‘benedizione’ nel momento della effettiva partenza), il viaggio che i due amici hanno pensato ed organizzato a bordo di una scassatissima e vecchia motocicletta, soprannominata con un eccesso di fiducia ‘La Poderosa’, ha tutti i crismi dell’impresa.

Una di quelle che si intraprendono solo a quell’età, per entusiasmo e voglia di compiere qualcosa di straordinario da conservare nella memoria per sempre e da raccontare a puntate, un giorno, ai nipotini per lasciarli a bocca aperta. Quando Alberto traccia con una penna sulla carta geografica il percorso che dovranno compiere, dalla partenza in Argentina sino all’arrivo in Colombia, dopo aver attraversato persino la Cordigliera delle Ande ed alcuni degli enormi stati di quel continente, si comprende facilmente come questa eterogenea coppia di amici sia animata da un irresistibile spirito d’avventura, unito ad una dose non indifferente d’incoscienza. Il loro è un viaggio di iniziazione, di scoperta, di consapevolezza che tocca così profondamente nel cuore il giovane ‘Che’ da condizionare in seguito in maniera decisiva il resto della sua vita. Un percorso di oltre 12.000 km. da parte di due caratteri diversi, ma complementari, che si svolge dapprima in sella alla motocicletta del titolo e poi, quando quest’ultima non ce la fa proprio più e deve essere abbandonata, a piedi o con mezzi di fortuna, lungo gran parte dell’America Latina: dall’Argentina, al Cile, al Perù ed infine alla Colombia.

Un viaggio che dura molto più del previsto, sia per le difficoltà oggettive che incontrano i due protagonisti, ma soprattutto perché durante l’itinerario i due giovani sono frenati da soste più lunghe di quanto avevano programmato, trattenuti in luoghi dilaniati dalle ingiustizie sociali, dalle malattie come la lebbra che sono provocate dalla miseria e dall’ignoranza. Lungo il duro tragitto incontrano infatti popolazioni per la gran parte costituite da indios alla deriva, poveri contadini, umili ed indifesi, cacciati dai loro terreni, in condizioni spesso pietose poiché abbandonati a loro stessi o sfruttati da latifondisti e speculatori senza scrupoli, privi di qualsiasi protezione ed ammortizzatore sociale. I due amici si ritrovano quindi al centro di situazioni ora drammatiche, ora miserande, ora esaltanti, ma in alcuni frangenti anche divertenti, grazie allo spirito goliardico che è tipico dei giovani animati da uno spiccato senso dell’avventura, ma disposti anche al sacrificio ed a impegnarsi in prima persona nel prestare un’opera umanitaria con impegno, passione e determinazione. Il “Che” giovane dimostra in tali frangenti di avere già il carattere di quel personaggio carismatico che diventerà in seguito: aperto e sensibile alle esigenze altrui, generoso come sanno esserlo solo pochi eletti, diretto e deciso sino a passare per indelicato, anche quando potrebbe essere invece più diplomatico.

Incosciente anche, come chi non esita a rischiare la sua vita per donare soltanto un momento
di conforto a chi ha bisogno e se lo merita. I diari della motocicletta è quindi un grande bagno di umiltà, reso spettacolare da un viaggio per larghi tratti anche divertente ed interessante dal punto di vista geografico, in mezzo ad alcuni degli scenari più belli del mondo: dal lago Frias in Argentina, alla Cordigliera delle Ande in Cile, a Machu Picchu e Cuzco in Perù, lungo percorsi che appaiono spesso letteralmente fuori dal mondo, ma proprio per questo sono ancora di più affascinanti. Il regista Walter Salles, da sempre impegnato in opere dai grandi contenuti sociali, il cui esempio più significativo è Central do Brasil, vincitore del primo premio al Festival di Berlino del 1988, ha evitato accuratamente ogni tentazione di celebrazione della figura di Ernesto “Che” Guevara. Non ci sono colpi di teatro, non c’è facile propaganda di parte, ma la semplice constatazione di fatti inequivocabili e momenti di grande impegno sociale che vedono i due amici coinvolti con altre organizzazioni, religiose e civili che operano sul territorio con grande sacrificio, spesso in condizioni insufficienti rispetto le necessità reali, per alleviare le pene dei malati.

Come ad esempio nel lebbrosario di San Paolo lungo il Rio delle Amazzoni presso il quale i due protagonisti accettano di prestare generosamente e con grande successo la loro opera per un certo periodo di tempo, come medici tirocinanti, rimanendo a loro volta segnati profondamente da questa esperienza. Il fatto che il protagonista Gael Garcia Bernal, pur bravo, non sia certamente un divo depone sulla scelta voluta da Salles di non spettacolarizzare a tutti i costi la sua opera, ma di puntare a privilegiare i contenuti con sobrietà. Proprio per questa ragione taluni hanno trovato questo film eccessivamente freddo, distaccato, privo di emozioni forti, travisandone il significato, mentre invece voleva solo essere genuino, evitando l’illustrazione di maniera. Ma in realtà I diari della motocicletta, seguendo appunto le note di viaggio scritte dallo stesso illustre protagonista, punta a trasformare quella che potrebbe apparire come un’equivoca operazione di stampo turistico-illustrativo in una grande esperienza d’impegno
civile e presa di coscienza, la quale, per sua natura, si concretizza nell’altruismo e non certo
per scopi di protagonismo.

Nonostante i toni prevalenti di riflessione, che evitano gli eccessi appartenenti ad un cinema di altro genere ed obiettivi, sono numerosi i momenti notevoli da ricordare nel corso dello svolgimento dell’opera: dalla partenza, alle prime disavventure con ‘La Poderosa’, la caduta nel fosso e la visita alla lussuosa villa della famiglia della fidanzata di Ernesto (“…ma dove siamo finiti, in Svizzera!” sottolinea meravigliato Alberto all’arrivo a destinazione, la prima del loro lungo viaggio), la quale accoglie il “Che” con passione, lasciandogli però chiaramente intuire di non avere alcuna intenzione di aspettarlo ancora a lungo. In seguito, giunti in Cile, il primo guasto tecnico alla motocicletta costringe i due amici a fermarsi per le opportune riparazioni, ma la sera stessa, ad una festa di ballo al quale sono stati invitati, rischiano di venire linciati da una folla inferocita che li insegue e li costringe alla fuga precipitosa con ‘La Poderosa’, riparata alla bell’è meglio, per aver dato l’impressione di volersi approfittare della moglie del meccanico. La sequenza dell’attraversamento della Cordigliera in piena estate, sotto una inaspettata bufera di neve, dopo aver perso a causa del vento anche la tenda per dormire, mette a nudo tutti i limiti di una sfida affrontata dai due amici con tanto entusiasmo ma anche con altrettanta improvvisazione e senza aver considerato adeguatamente i rischi e le difficoltà del caso.

Dopo aver iniziato la salita verso il valico, vedendo i campi imbiancati i due compari commentano: ” …ma cos’è questa, neve? Ma no… è solo un pò di brina…” e di lì a poco si
ritrovano invece a spingere la motocicletta su una strada sepolta dalla neve.
A corto di soldi, Ernesto ed Alberto sono costretti a chiedere spesso ospitalità ed a rendersi pure conto che pochi sono disposti ad impietosirsi ed a riconoscer loro il merito dell’impresa che stanno compiendo, nonostante la faccia tosta nel farsi passare per medici di consumata esperienza e fama, in missione per studi sul campo riguardo la lebbra. Ciò non toglie che il ‘Che’ metta umanamente a disposizione le sue conoscenze di medicina, pur ancora limitate, per soccorrere con sollecitudine e capacità alcuni malati abbandonati a loro stessi, assistendo ad esempio una povera vecchia in fin di vita alla quale lascia alcune medicine che aveva portato per uso personale ed invitando con decisione e franchezza un uomo che presenta un’escrescenza tumorale sul collo (il quale però reagisce male alla notizia) a recarsi al più presto in città per sottoporsi agli opportuni accertamenti. Dal punto di vista sociale invece egli non esita a prendere le parti di una coppia di contadini alla quale è stata strappata la terra dagli strozzini ed è costretta ora a lavorare a cottimo in una miniera in condizioni di sfruttamento inaccettabile, accrescendo allo stesso tempo la sua coscienza civile di fronte alle palesi ingiustizie cui sta assistendo.

L’arrivo al lebbrosario sul Rio delle Amazzoni, al quale sono stati “raccomandati” lui e Alberto da un medico (che hanno conosciuto a Lima e dal quale sono stati aiutati materialmente, guadagnandosi poi la sua stima per la serietà dei loro propositi e persino per la sincerità dimostrata da Ernesto, al contrario di Alberto, nel giudicare negativamente un romanzo
che ha scritto il medico e del quale aveva chiesto loro uno spassionato parere), è un altro
momento emozionante del film. La perseveranza di Ernesto nel convincere una giovane malata ad operarsi, la sua applicazione letterale del noto Giuramento di Ippocrate da parte dei medici come proponimento nei confronti della loro professione e dei malati, senza distinzione di razza e condizione economica, il contributo suo e di Alberto a rendere le giornate degli infermi meno pesanti, evitando la loro tentazione ad isolarsi e deprimersi nella vergogna della malattia, rappresentano altri momenti di grande sensibilità. Nel giorno del suo compleanno, prima della ripartenza, la folle decisione del “Che” di attraversare a nuoto il fiume, incurante dei suoi deboli polmoni da asmatico cronico, per condividere la sua festa anche con i malati che risiedono sull’altra sponda, isolati da coloro che li curano ed accudiscono, è forse il momento più elevato del film a livello di emozione.

Non mancano però neppure le pause spassose: ad esempio Alberto che si conquista una notte d’amore con la bella ed elegante prostituta sul traghetto grazie alla fortuna sfacciata con la quale vince un bel gruzzolo di denaro al tavolo da gioco del casinò, pur partendo dai pochi spiccioli che gli sono rimasti. Tutto ciò può essere infine riassunto nel grande sogno o disegno che esprime Ernesto (la notte che precede la partenza, nel discorso che è stato invitato a tenere durante il brindisi per il suo compleanno dentro il tendone che ospita i medici, le suore ed i collaboratori del lebbrosario), riguardo il desiderio di vedere unita tutta l’America del Sud in un unico stato avendo maturato la convinzione, nel corso del lunghissimo viaggio, che non esistono sostanziali differenze, di condizione, di razza e di riscatto fra le varie popolazioni, come invece i confini dei loro stati vogliono sottolineare. Un’affermazione inaspettata e profonda che genera un prolungato momento di riflessione ed approvazione fra tutti i presenti. L’opera di Walter Salles è una continua altalena di momenti di grande impatto sociale con altri, magari conseguenti ad essi, nei quali la tensione si stempera e le farsesche traversie dei due protagonisti costituiscono la parte più scanzonata ed improvvisata del viaggio.

I diari della motocicletta è comunque un film molto scorrevole, seppure misurato e lontano dalle iconografie classiche di stampo hollywoodiano, che mette in risalto i temi profondi della presa di coscienza di un uomo che diventerà in seguito un mito, senza affondare i colpi in facili scene di violenza, sopraffazione ed esaltazione, giusto per richiamare l’applauso. Prodotto anche da Robert Redford e persino dal nostro Gianni Minà (noto per il suo impegno su questi temi), il film dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, le sue finalità non propriamente commerciali, oltre ovviamente a ragioni intuibili di budget, anche nella scelta di affidare la parte di Ernesto “Che”Guevara ad un interprete, Gael Garcia Bernal, il quale non è particolarmente noto al grande pubblico. Nelle intenzioni del regista Salles appare chiara la volontà di non idealizzare la figura del “Che” già a partire da quegli anni ed anzi di volerne restituire un’immagine il più possibile vicina a quella di un qualunque coetaneo che deve prendere ancora una direzione precisa nella sua vita, pur con le caratteristiche in embrione di leadership, determinazione, altruismo, e lotta verso l’ingiustizia che traspaiono chiaramente nel corso del film. Se avesse invece affidato la parte ad un… Brad Pitt “qualsiasi”, per esempio, avrebbe inevitabilmente teatralizzato un personaggio che in quel periodo della sua vita non era ancora una figura di riferimento, ma semmai solo in divenire.

Alla conclusione del viaggio in Colombia i due protagonisti del lungo viaggio, seppure amici di vecchia data, sono cambiati profondamente a seguito delle numerose e significative esperienze che hanno vissuto assieme. Mentre Alberto ha trovato infine gratificante ed allettante una proposta ricevuta dall’ospedale di Caracas, proprio a coronamento del loro prezioso lavoro svolto al lebbrosario, Ernesto sembra aver maturato propositi diversi riguardo il suo futuro, proprio in conseguenza delle acquisite consapevolezze sociali sviluppate lungo il percorso e non è difficile a questo punto imma-ginare quali esse saranno. I titoli di coda raccontano in sintesi gli eventi seguenti che hanno coinvolto i due protagonisti, i quali si sono riuniti in seguito a Cuba durante la rivoluzione e l’impegno del “Che” in America Latina. Le foto di repertorio e gli articoli dei giornali del tempo, che riportano le loro imprese durante il lungo viaggio, sfumano sul volto del vero Alberto com’è oggi (ma molto bravo anche il suo interprete nella finzione, Rodrigo de la Serna), sopravvissuto al contrario di Ernesto a quegli anni poderosi, ancor di più della moto che hanno cavalcato assieme durante quella esaltante ed irripetibile esperienza di vita.

Voto:8

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