Preparati la bara!

preparati la bara!Italia 1968 . di Fernando Baldi – western – 92′Scritto da Giulia Bramati (fonte immagine: imdb.com)

Django decide di vendicare l’uccisione della moglie per mano degli uomini del candidato governatore David. Fintosi un boia, libera un gruppo di condannati a morte messicani e dà inizio ad una serie di sparatorie tra bande.

Sull’onda del successo di Django di Sergio Corbucci, diverse produzioni sia italiane che internazionali decisero di girare altri film con protagonista il celebre pistolero interpretato per la prima volta nel 1966 da Franco Nero.

La B.R.C. Produzione S.r.l. si avvalse di una sceneggiatura di Franco Rossetti – già autore di Django – per produrre Preparati la bara, sorta di prequel del film di Corbucci. Ritroviamo infatti il protagonista Django alle prese con una nuova operazione: vendicare la morte della moglie, rimasta uccisa in seguito ad un assalto organizzato da David, uno dei candidati alla carica di Governatore dello Stato. Django si finge un boia ed escogita uno stratagemma per liberare un gruppo di messicani condannati all’impiccagione ed arruolarli per uno scontro contro gli uomini del candidato governatore. La prima notevole caratteristica che discosta Preparati la bara! da Django è il cambiamento di regista e protagonista: non ritroviamo più, infatti, Corbucci e Nero – impegnati nello stesso anno sul set de Il mercenario; la produzione affidò la regia a Ferdinando Baldi, mentre per il ruolo di Django venne cercato un attore che avesse la stessa fisionomia di Franco Nero: venne scelto Mario Girotti, che recitò con lo pseudonimo Terence Hill.

Dal frequente uso di veloci zoom che stringono sul volto dei protagonisti al cospicuo ricorso di pan che cercano di riprodurre il dinamismo del far west, dai primi piani si- lenziosi al piano americano che anticipa ogni scena di combattimento, Baldi cita continuamente Django. Certo, il risultato non si può definire ben riuscito: la narrazione si snoda in modo macchinoso e alcuni passaggi sono stati trascurati, con la conseguenza che il film non risulta estremamente accattivante. I riferimenti al film di Corbucci sono innumerevoli: alcuni esempi sono la presenza della bara che nasconde una potente mitragliatrice, oggetto caratteristico di Django nel film del 1966; la scena di pestaggio del protagonista, in cui gli vengono calpestate le mani; l’ambientazione finale al cimitero, con il tipico duello da film western e il miracoloso salvataggio dell’eroe.

Baldi, consapevole della richiesta del pubblico, riutilizza, dunque, uno schema ben definito e molto popolare negli anni ’60. Un’attenzione particolare va riservata ai meravigliosi titoli di testa, realizzati in rotoscopia, caratterizzati da colori sgargianti che si stagliano su fondo nero.

Uno dei più grandi difetti del film è quello di presupporre la conoscenza  del personaggio di Django dal film precedente: Baldi non indaga a fondo le cause che spingono il protagonista ad agire in tal modo nel corso degli 88 minuti di pellicola. Manca una introspezione psicologica, che permetta allo spettatore di capire perché Django decida di vendicarsi. Questo elemento era invece ben presente nel film di Corbucci, che anzi aveva molto marcato la componente emotiva nel corso dell’azione. Al contrario, Baldi trascura completamente la parte sentimentale: alla fine del film, infatti, quando la moglie di uno dei messicani scopre che il marito è stato ucciso, non mostra alcuna reazione emotiva; questo comportamento non può essere interpretato come mera indifferenza caratteristica del personaggio, quanto più, piuttosto, come mera indifferenza del regista nei confronti della componente sentimentale.

Gran parte del cinema italiano degli anni ’60 non puntava tanto alla perfezione fotografica o all’originalità della sceneggiatura, quanto all’affermazione di un genere – lo spaghetti western appunto – che venne riconosciuto e accolto nel resto del mondo in modo tanto favorevole da rappresentare ancora oggi un modello per molti registi, come Takashi Miike e Quentin Tarantino.

Voto: 6

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